L’AMORE SECONDO SCHOPENHAUER: PARTE SECONDA.

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Abbiamo detto che l’amore è un istinto sessuale, ovvero che il sesso e il desiderio di appagamento fisico determinano in modo inequivocabile qualsivoglia forma di innamoramento. Ma cos’è l’istinto per Schopenhauer? Per spiegare tale concetto, il filosofo percorre una strada indiretta: per comprendere in cosa consista l’istinto, è necessario avere una piena agnizione di una delle caratteristiche fondamentali della natura dell’uomo: l’egoismo.

Secondo Schopenhauer gli istinti e le motivazioni egoistiche sono ciò su cui si possa più fare affidamento per comprendere l’essenza di un’azione posta in essere ed il perché la medesima sia stata eseguita dal soggetto in questione. La Natura, secondo il filosofo, è particolarmente astuta, in quanto, in riferimento a determinate situazioni, cela l’interesse generale ed universale camuffando lo stesso con una valenza prettamente personale ed individualistica. Il sesso, in poche parole, è proprio questo. L’istinto sessuale, infatti, altro non è che una illusione in quanto gli amanti sono beffardamente veicolati al soddisfacimento personale – il rapporto sessuale strincto sensu – senza rendersi però conto che, attraverso il consumo di quella azione, la Natura salvaguarda la Volontà – il, già citato più volte, perdurare della specie –. Ma non solo. Schopenhauer, infatti, sostiene come suddetta illusione sia profondamente strutturata per quanto concerne il genere umano: qui l’istinto è dannatamente articolato e complicato, oltre ad essere finalizzato alla volontà della specie. Per la quale, per l’appunto, si è istintivamente portati a cercare compagni “belli” e dotati di tutte quelle caratteristiche a noi mancanti, di modo che il nuovo individuo possa incarnare la perfezione per la specie cui appartiene. Ancora una volta, le parole del filosofe sono esenti da alcun dubbio:

Questa illusione è l’istinto. Esso è da considerare, nella stragrande maggioranza dei casi, come il senso della specie, che presenta alla individualità quel che a esso giova. Ma essendosi fatta qui individuale, la volontà deve essere ingannata in maniera che percepisca ciò che il senso della specie le fa vedere attraverso il senso dell’individuo, ossia in maniera che creda di inseguire fini individuali, mentre in realtà ne persegue di meramente generali. […] Pertanto ognuno, innanzi tutto, preferirà decisamente e desidererà ardentemente  gli individui più belli, ossia quelli il cui carattere della specie è impresso nel modo più puro; ma secondariamente desidererà nell’altro individuo specialmente quelle perfezioni che sono il contrario delle proprie: perciò, per esempio, gli uomini piccoli cercano le donne grandi, le bionde amano i bruni ecc.

L’individuo, dunque, si “muove” sempre per il bene della specie, nonostante l’istinto lo illuda di stare consumando soltanto dei meri appagamenti egoistici e personali. Ma perché mai l’istinto deve camuffarsi da illusione?

Schopenhauer è certo che se la Natura non celasse il vero scopo dell’istinto sessuale dietro all’immagine di un fugace appagamento personale, la “passione” e lo stesso “ardore” dell’uomo – da un punto di vista propriamente sessuale – scemerebbero. In breve, se all’individuo il sesso non dovesse più apparire come un qualcosa che possa permettergli di ottenere una soddisfazione individualistica, gli sforzi, il tempo e l’ardore “investiti” in campo amoroso svanirebbero del tutto. È necessario che la volontà della specie non si manifesti direttamente ma, bensì, soltanto attraverso le effigi di interessi egoistici – è lo stesso motivo per il quale nel matrimonio, dopo averne “assaporato” appieno il godimento, si finisce con il sentirsi «infinocchiato» -:

Dunque qui, come in ogni istinto, la verità assume la forma dell’illusione per operare sulla volontà. È un’illusione voluttuosa, quella che fa credere all’uomo che troverà nelle braccia di una donna di bellezza a lui confacente un godimento maggiore che non in quelle di qualsiasi altra; o che addirittura, concentrata su un’unica persona, lo convince fermamente che il possesso di questa gli darà una felicità sconfinata. Quindi egli crede di profondere fatiche e sacrifici per il proprio godimento, mentre ciò avviene solo per la conservazione del tipo normale della specie, o anche perché un’individualità affatto determinata, che può nascere solo da questi genitori, giunga ad esistenza.

Altra interessante chiave di lettura è il rapporto coniugale. Perché anche le dinamiche che vanno regolando la convivenza tra moglie e marito non sono esentate dalla volontà della specie. Schopenhauer sostiene, infatti, che il soddisfacimento dell’uomo scemi rapidamente dopo aver consumato l’atto sessuale. Diversamente, invece, da quanto accade nella donna. L’uomo, afferma il filosofo, è molto più spronato a cambiare compagna, al fine di soddisfare ulteriori istinti ed appetiti egoistici; la donna, invece, volge lo sguardo alla costruzione della famiglia e alla cura della futura prole. Ciò si spiega in seno alla volontà della specie. Ecco perché l’infedeltà dell’uomo è “prassi” tanto certa quanto scontata, mentre quella della donna è a dir poco imperdonabile.

Schopenhauer elenca le tre “variabili” che influenzano la scelta in campo amoroso – e, dunque, sessuale -. Esse sono: la bellezza, le qualità psichiche e tutte quelle caratteristiche tali da esaltare le virtù e di soppesare le mancanze dell’alter ego. Procediamo con ordine, analizzando le prime due.

Per quanto concerne la bellezza, il filosofo passa in rassegna alcuni requisiti che, se soddisfatti, veicolano il soggetto ad innamorarsi. Sul bello strincto sensu, ciascuno di noi – sostiene Schopenhauer – ha un occhio di riguardo, innanzitutto, per l’età. Seguono poi la salute, lo scheletro, la «pienezza della carni» e la bellezza del volto: 

Il criterio supremo, che guida la nostra scelta e la nostra inclinazione, è l’età. In complesso per noi va bene tutto il periodo dagli anni dell’inizio sino a quelli della fine delle mestruazioni, diamo però decisamente la preferenza al periodo che va dal diciottesimo al ventottesimo anno. […] Il secondo criterio è quello della salute: le malattie acute disturbano solo transitoriamente, quelle croniche, o addirittura le cachessie spaventano – perché passano nel figlio -. Il terzo criterio è lo scheletro: perché esso è la base del tipo della specie. Dopo la vecchiaia e la malattia niente ci respinge tanto, quanto una figura deforme; neanche il volto più bello può compensarla […]. Il quarto criterio è una certa pienezza delle carni, cioè un prevalere della funzione vegetativa, della plasticità, perché essa promette al feto nutrimento abbondante; perciò una grande magrezza ci respinge grandemente. Un seno femminile colmo esercita un’attrattiva straordinaria sul sesso maschile, perché, stando esso in rapporto diretto con le funzioni riproduttive della donna, promette nutrimento abbondante al neonato. […] La bellezza del volto costituisce solo l’ultimo criterio.

Curioso è poi notare come in seno sempre alla bellezza, Schopenhauer “rilegga “tali requisiti dal punto di vista femminile. Le donne, infatti, non sono attratte tanto dalla bellezza quanto, piuttosto, dalla virilità. Essa manifesta chiaramente il fine ultimo della volontà della specie, ovvero il permettere che la stessa perduri. Con “virilità” sono da intendersi anche tutte quelle doti che possono essere poi trasmesse al figlio di modo che lo stesso si dimostri “ottimo” per la specie cui appartiene. Piuttosto che un bell’uomo, dunque, la donna s’innamora di un uomo forte, coraggioso e virile. Il tutto indipendentemente da imperfezioni (anche fisiche), in quanto la donna può dirsi certa di riuscire a “correggerle” con l’atto procreativo. Tutto ciò spiega, in parte, la seconda categoria, quella cioè delle qualità psichiche.

Come abbiamo già visto, è dalla donna che il figlio eredita l’intelletto. Quindi, di per sé, la donna non è attratta tanto dall’intelligenza quanto, al contrario, da altre virtù attitudinali. Come il coraggio, ad esempio. Come lo stesso Schopenhauer desidera sottolineare, il matrimonio non è finalizzato alla conservazione dell’intelligenza ma alla procreazione di “tipi ottimali” per la specie di appartenenza:

La ragione di ciò è che qui predominano tutt’altre considerazioni da quelli intellettuali: quelle dell’istinto. Con il matrimonio non si mira alla conservazione intelligente, ma alla generazione dei figli: esso è un’alleanza dei cuori, non delle menti.

Gli uomini, invece, vengono pesantemente attratti dalle qualità intellettive e cognitive della donna. Anche se la bellezza del corpo esercita sempre un’attrazione più forte, in quanto più immediata.

Ad ogni modo, dobbiamo rammentare come tutto questo abbia a che fare con l’innamoramento. Lo stesso Schopenhauer è assolutamente consapevole di come, ad esempio, numerose siano le donne intelligenti che abbiano donato il proprio cuore a uomini altrettanto illuminati.

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Connesso al tema dell’atto sessuale vi è quello del semplice “innamoramento”. Schopenhauer sostiene che anche nei riguardi della più innocente delle infatuazioni, alla base vi sia, sempre e comunque, come fonte di giustificazione e legittimazione, l’istinto sessuale:

Ogni innamoramento, infatti, per quanto si atteggi ad etereo, è radicato esclusivamente nell’istinto sessuale, anzi è assolutamente e solo un istinto sessuale specificatamente determinato, specializzato e addirittura individualizzato nel senso più stretto.

Fondandosi, dunque, sull’istinto sessuale, ogni dinamica che va regolando gli innamoramenti, le infatuazioni, gli intrighi amorosi et similia, è inevitabilmente riconducibile a ciò che determina e legittima l’istinto di cui sopra ovvero la “premura” per la composizione della prossima generazione. Torna, dunque, forte il tema della “specie”: l’esistenza e l’essenza di tutti i nuovi soggetti vengono determinate qui ed ora, all’interno dei rapporti sentimentali tra gli individui. In sintesi: gli “affari amorosi” della generazione attuale altro non sono che la meditatio compositionis generationis futurae. Esattamente come avevamo già avuto modo di vedere, si tratta di constatare come alla volontà dell’individuo vada sostituendosi la “volontà della specie”, dove quest’ultima ha come unico interesse il proteggere e il far perdurare sé medesima – la Volontà, del resto, è volontà di vivere –.

Ciò che dimostra che l’istinto sessuale stia alla base di ogni rapporto amoroso è il fatto che spesso gli individui cerchino di ingannare la propria coscienza dando all’innamoramento medesimo una maschera di finta soddisfazione e di falso appagamento. Schopenhauer, infatti, critica moltissimo il poetizzare ed il filosofeggiare attorno al tema dell’amore. Il desiderio dell’appagamento fisico gioca un ruolo determinante in ogni legame affettivo. Secondo il filosofo ciò è palesemente dimostrato dal desiderio di possedere fisicamente il proprio compagno, anche qualora non sussista nei riguardi del medesimo alcun tipo di sentimento amoroso. Tant’è che la stessa procreazione – fine della Volontà – può (anche) non essere oggetto della coscienza degli innamorati, tanto forte è l’istinto sessuale che li lega assieme.

La posizione di Schopenhauer rischia di apparire alquanto poco “poetica” e dannatamente troppo “materialista”. Il fatto è che per il filosofo l’intera questione deve inevitabilmente ed esclusivamente essere compresa in riferimento alla volontà della specie:

Perché, non è forse l’esatta determinazione delle individualità della prossima generazione un fine molto più alto e degno di quello dei loro sentimenti esaltati e delle loro trascendentali bolle di sapone? Anzi, ce ne può essere, tra gli scopi terreni, uno più importante e più grande? Esso soltanto corrisponde alla profondità con cui l’amore passionale viene sentito, alla serietà con cui si presenta, e all’importanza che esso attribuisce perfino alle piccolezze della sua sfera e della sua causa.

L’innamoramento, quindi, è giustificato dall’istinto sessuale. Esso è determinato e veicolato alla volontà di vivere. Questa volontà si manifesta nel nuovo individuo che altro non è, per l’appunto, che una «oggettivazione dell’essenza corrispondente ai suoi fini» – il far perdurare la specie –. A tal riguardo le parole del filosofo sono pressoché esaustive:

Questo nuovo individuo è in un certo senso una nuova idea (platonica); ma, come tutte le idee si sforzano al massimo di entrare nel fenomeno, a tal fine afferrando con avidità la materia che la legge di causalità distribuisce tra loro tutte, così appunto anche questa idea particolare di un’individualità umana tende con la massima avidità e veemenza a realizzarsi nel fenomeno.

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Secondo Schopenhauer, l’istinto sessuale, tanto negli animali quanto negli uomini, non è né guidato né mediato dalla conoscenza. Sebbene il rapporto sia “compreso” alla stregua di un atto che si concluderà con la nascita di un nuovo soggetto (costituente la specie), esso resta di per sé un “atto istintivo”. Esattamente come per gli “atti meccanici” – si pensi, ad esempio, alla respirazione – la conoscenza non ricopre alcun ruolo di guida, lo stesso avviene per il sesso, verso il quale la giustificazione resta una soltanto: la volontà di vivere. Quest’ultima passa, inevitabilmente, attraverso il desiderio di far perdurare la specie:

Ma se in tal senso è quella determinata forma animale da noi immaginata, che vuole la vita e l’esistenza, essa non vuole vita ed esistenza in genere: le vuole proprio in quella forma. È perciò la vista della sua forma nella femmina della sua specie, che stimola alla generazione la volontà dell’animale. Questo suo volere, visto da fuori e sotto la forma del tempo, si presenta come tale forma animale per un tempo senza fine, conservata dalla sempre ripetuta sostituzione di un individuo con un altro, cioè dall’alternarsi della morte e della generazione, che, così considerate, non appaiono se non la pulsazione di quella forma che persiste in ogni tempo.

Dobbiamo, infatti, rammentare quanto già sostenuto precedentemente, in seno ad alcune dinamiche concettuali di un certo rilievo, come quella di “idea” e di “specie”. Le idee – colte in un senso propriamente platonico – si presentano alla coscienza dell’individuo legate al tempo e sotto forma di specie. Quindi, la specie altro non è che l’idea dispiegata nel tempo. L’essenza di ogni individuo risiede nella sua specie; la specie ha esistenza negli individui che vanno costituendola. Sebbene Schopenhauer sostenga che la Volontà, intesa come autocoscienza, possa “schiudersi” soltanto nell’uomo – il già ripetuto più volte “andare oltre” -, molto spesso gli individui credono che sia la specie di appartenenza l’oggettività della Volontà. Motivo per cui, si è spesso portati a considerare i rapporti sessuali, la generazione, il nutrimento della prole et similia come «incomparabilmente più importanti e impellenti di qualunque altra cosa». In breve, la volontà di vivere è il più palese degli sforzi finalizzati alla conservazione e al mantenimento dell’esistenza dell’individuo: Schopenhauer ribadisce come tale sforzo debba essere letto in un’ottica più “universale”, ovvero come desiderio e tentativo di conservare la specie di appartenenza:

La volontà di vivere si manifesta invero innanzi tutto come sforzo per la conservazione dell’individuo; questo è pero solo il gradino che porta allo sforzo per la conservazione della specie, il quale ultimo deve essere di grado tanto più forte, di quanto la vita della specie supera in durata, estensione e valore quella dell’individuo. Perciò l’istinto sessuale è la più perfetta manifestazione della volontà di vivere, il suo tipo più chiaramente espresso; e con esso sono in perfetta concordanza tanto il sorgere degli individui da esso, quanto il suo primato su tutti gli altri desideri dell’uomo naturale.

È altresì interessante constatare come per Schopenhauer l’atto sessuale da più bramato desiderio di appagamento e gratificazione possa tramutarsi anche nel più cupo ed imperscrutabili dei dolori – nel caso, per l’appunto, di “fallimento sotto le lenzuola”-. Il tutto attraverso una chiave di lettura tanto psicologica/fisiologica quanto profondamente moderna e attuale:

[…] l’istinto sessuale è la più violenta delle brame, il desiderio dei desideri, il concentrato di tutto il nostro volere; e come perciò la soddisfazione di esso esattamente corrispondente al desiderio individuale di ciascuno, cioè rivolto ad un determinato individuo, è il vertice e la corona della sua felicità, ossia il fine ultime delle sue naturali aspirazioni, realizzando le quali tutto gli sembra realizzato e fallendo le quali tutto gli sembra fallito […].

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