LAICITÀ E LAICISMO: DISCONOSCERE LA RELIGIONE. SI PUÒ?


Vi sono alcune tematiche ed argomentazioni che, periodicamente e puntualmente, tornano sempre a far parlare di sé. Temi che agitano l’opinione pubblica, in special modo sul piano della comunicazione socio-politica. Una tra queste concerne quella tanto discussa dicotomia concettuale su cui molto spesso si è chiamati a disquisire, in concomitanza per lo più a particolari eventi internazionali: mi riferisco alle riflessioni formulate sul tema della laicità e del laicismo. L’idiosincrasia e la dicotomia esistente tra ateismo e religione, tra laicità e laicismo et similia, trovano, nella stragrande maggioranza delle volte, la propria ragion d’essere quando si verificano precisi avvenimenti dal forte impatto mediatico ed umanitario. Come gli attentati terroristici di matrice fondamentalista, ad esempio.

È, in genere, proprio a seguito di siffatti eventi che si è portati nuovamente – e con maggior impeto ed attenzione – a ragionare se effettivamente la religione lato sensu rappresenti o meno un qualcosa di socialmente utile e/o vantaggioso all’interno di un contesto sociale umanamente organizzato. O se invece sia effettivamente il caso di “passare oltre” ed iniziare a progettare, in termini umani, la realizzazione di una società permeata da dottrine legittimate da prese di posizione più marcatamente materialiste, agnostiche ed atee. Si tratta di un sfida gnoseologica che affonda le sue radici nel passato: fin da quando, nel lontano XVII secolo, Pierre Bayle (1647-1706), all’interno della sua opera Pensées diverses sur la comète, tentò di teorizzare una società composta interamente da atei, ovvero da cittadini che facessero dell’ateismo e dell’agnosticismo il proprio credo divulgatore. Oggigiorno, ad ogni modo, la diatriba verte soprattutto sul dualismo laicità-laicismo. Ed in seno a tale argomentazione, si continua a fare molta confusione e a non comprendere ancora chiaramente il reale significato di queste due suddette realtà concettuali.

Con il termine laicità si è soliti indicare la non ingerenza ed inferenza della morale religiosa – con tutti i tabù, gli obblighi e le restrizioni comportamentali di cui essa può, o meno, costituirsi – nelle questioni inerenti, per lo più, la vita politica e sociale dell’individuo. Questo significa che un laico può essere tranquillamente anche una persona che crede, ma che non permette, comunque, alla religione di gestire eticamente ogni aspetto della propria vita. Soprattutto in riferimento all’esecuzione di tutte quelle “mansioni politiche e sociali” riconosciutegli in quanto cittadino.

La laicità, dunque, ritaglia uno spazio privato ed individualistico nel quale – prestate attenzione – la componente religiosa dell’individuo trova certamente collocazione, ma non esercita in modo prioritario una categorica selezione delle scelte da adottare. Il soggetto può affidarsi anche ad altri punti di vista e riferimenti simbolici e culturali. Più che altro, la laicità è teorizzata e posta in essere per salvaguardare, giuridicamente e politicamente, l’indipendenza dell’autorità statale nei confronti delle varie avanguardie religiose riconosciute – in primis, il Vaticano -. Uno Stato laico – come l’Italia, ad esempio – deve fare in modo che il culto religioso – ampiamente inteso – sia riconosciuto e salvaguardato – proprio perché esso stesso può (o non può) far parte della vita del singolo cittadino – ma, al contempo, deve garantire che non ne venga mai giustificata una presenza dogmatica, invadente ed oscurantista, nei riguardi di tutte quelle tematiche che, di volta in volta, sono o saranno chiamate ad esser sottoposte al giudizio dell’uomo.

Salvaguardia del pluralismo religioso e cura del rapporto tra sfera pubblica e sfera privata per quanto riguarda la spiritualità: questo è il compito di una nazione che ama definirsi laica. Ma i problemi di natura concettuale, prima, e giuridica, poi, nascono proprio qui, in questo frangente. Sono imperfezioni comunicative, falle sociali, veri e propri errori di valutazione e di discernimento, che si originano e sviluppano proprio a causa della difficoltà di non riuscire a stabilire con accuratezza cosa debba fare uno Stato laico e cosa significhi, invece, Stato laicista.

Il termine laicismo, difatti, viene generalmente integrato di una valenza più marcatamente politica e giuridica rispetto al concetto di laicità. Uno Stato laicista – come la Francia – non permette alcuna presenza e manifestazione d’ingerenza religiosa né nelle questioni di pubblico dominio ed interesse né all’interno di alcuna struttura ed infrastruttura pubblica. Comprendiamo allora come molto spesso, soprattutto in Italia, si faccia una grande confusione a tale riguardo. Quando si va dicendo che è necessario, al fine di garantire la laicità delle istituzioni, rimuovere il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche – tanto per fare un esempio – si commette un grave errore di fondo: la laicità nelle aule è garantita già dal fatto che le materie insegnate – ed il modo in cui esse vengono spiegate dal corpo insegnante – provengano da un provveditorato laico nella sua funzionale struttura interna ed organizzativa. Provveditorato che risponde direttamente al Ministero della Pubblica Istruzione di uno Stato di Diritto che è istituzionalmente laico. Se ragionassimo in questo modo dovremmo allora, al contempo, disconoscere tutte le altre diversità culturali di matrice religiosa come il burqa o la possibilità di richiedere un cibo differenziato alla mensa – diritto rivendicato magari proprio nel rispetto dell’osservanza di precise norme legate ad un determinato culto -, e così via.

Quando leggo di genitori che vietano ai loro figli di prender parte ad una visita presso una galleria di opere d’arte concernenti il Cristianesimo o quando sento di dover abolire il presepio e/o la recita di Natale per non arrecar danno alle altrui credenze religiose, mi piange il cuore dinanzi a tanta incomprensione. Perché la laicità deve garantire lo scambio culturale e la reciprocità tra le varie comunità e professioni. Comprese quelle legate alla mera spiritualità teologica. Non può divenire sinonimo di restrizione e/o di bigottismo culturale; un bigottismo, tra le altre cose, opportunistico perché velato da pregiudizi ed indottrinamenti, molto spesso, di natura politica.

Se Stato laico non significa, dunque, Stato laicista – e tanto meno, di conseguenza, Stato ateo -, allora ciò che è veramente opportuno chiedersi è se il pluralismo religioso sia veramente salvaguardato all’interno di un paese. Se tutte le professioni godano o meno dei medesimi diritti e riconoscimenti. Se non vi siano restrizioni o impedimenti che vietino a ciascun individuo di seguire il proprio Dio. E se – perché sia ben chiaro che il “buonismo opportunistico”, giustificato molto spesso da un falso politically correct, non è sinonimo di laicità – tutte le professioni riconosciute rispettino o meno lo Stato sovrano e partecipino tutte assieme al riconoscimento ed all’applicazione delle leggi del paese.

Invece di vietare l’affissione del Cristo nelle aule pubbliche, si spieghi all’induista, all’ebreo, al musulmano, al buddista et similia, cosa in termini culturali ed storici quell’effige rappresenti per quella specifica cultura nazionale – in questo caso, la nostra -. Se si è spronati, al contrario, ad optare per una svolta laicista, allora ogni forma di presenza della mera spiritualità e della mera metafisica non deve trovare riscontro alcuno in nessuna realtà pubblica. Nessuna dinamica religiosa deve più esser contemplata. Vacanze di Natale comprese.

Può la laicità esser la soluzione e la risposta alle incomprensioni che tutt’oggi attanagliano la maggior parte dei paesi occidentali? Più che altro al momento, personalmente, non ne vedo di alternative a questa. Le posizioni ateiste e laiciste non mi convincono affatto. Ed argomento il tutto sulla base di due mie personali congetture.

In primis, vi è, nella stragrande maggioranza degli atei e degli ateisti – comprese le organizzazioni stesse di cui fanno parte -, un profondo dogmatismo religioso paragonabile, sotto molti punti di vista, a quello stesso dogmatismo secolarizzato e rivelato che dichiarano di voler combattere da sempre. Molti atei hanno scordato che ateismo significhi semplicemente il non contemplare Dio, ovvero il non disquisire nemmeno circa la probabile o possibile esistenza di un’entità metafisica capace di trascendere il corpo e la ragione dell’essere umano. Più che focalizzare l’attenzione sulla propria esistenza individualistica, si rendono partecipi di organizzazioni e movimenti sovra-individuali finalizzati al riconoscimento del culto di uno specifico e definito “non Dio”, cadendo, molto spesso, in quelle stesse incongruenze che, da secoli, continuano a caratterizzare buona parte delle verità rivelate: l’intolleranza, ad esempio, e/o il presunto senso di superiorità rivolto nei confronti di chi la pensa diversamente.

In secundis – ed è questo l’aspetto che maggiormente mi preme sottolineare -, molti agnostici sembrano ancora non aver compreso – e badate bene che vi sto dicendo tutto questo in qualità e nelle vesti di ateo dichiarato – che “il credere”, la spiritualità, la trascendenza, ecc., sono state, sono e saranno sempre delle componenti antropologiche dell’essere umano. Vi saranno sempre contesti o realtà sociali all’interno delle quali si dovranno immancabilmente fare i conti con persone e cittadini dediti ad un preciso culto religioso. Più che disconoscere la religione lato sensu, si rende allora necessario o reinterpretarla de facto – magari filtrandola attraverso un più illuminato senso critico – o tentare di rinnovarla nelle sue stesse funzioni sociali. E questo apre un nuovo campo di analisi, per l’appunto.

Parlando di ruolo e di funzione sociale svolta dalla religione all’interno di una società, gran parte degli studi, sia filosofici – contemporanei e non – sia sociologici, indirizzano il proprio focus su come si debba valutare qualitativamente la capacità di aggregazione socio-comunitaria svolta dal credo nei riguardi di un’organizzazione sociale. Si discute, in termini prettamente accademici, su come la religione riesca a creare sociabilità e condivisione di valori comportamentali, ma anche sulla possibilità o meno che l’eventuale proliferazione di comunità o sotto-comunità possa arrecar danno e/o disgregazione sociale. Questo perché la ghettizzazione può avere radici e legittimazioni di natura anche teologica. Vi sono numerosi studi e moltissime ricerche compiute sul piano sociologico a tal riguardo; tutte valide e meritevoli di menzione ed attenzione. Personalmente ho trovato oltremodo interessante il contributo di Thomas LuckmannPeter Ludwig Berger, in riferimento all’opera Lo smarrimento dell’uomo moderno (1995), stando al quale la caduta di alcune organizzazioni sovra-individuali – come i partiti – e la perdita del ruolo di “centro valoriale”, ricoperto in passato dalla famiglia, dalla Chiesa, ecc., abbiano in parte contribuito al diffondersi di quel senso di smarrimento che caratterizza molto spesso l’uomo dei nostri giorni, sempre alla ricerca perenne di valori alternativi verso i quali rivolgersi – sarebbe poi qui molto interessante concatenare una riflessione in seno alla diffusione dei valori post-materialisti ed alla segmentazione dell’elettorato attivo in riferimento al Web, ma non è questo lo scenario più adatto -.

Ma è, soprattutto, sulla reinterpretazione della religione, intesa in senso lato, che dobbiamo, a mio modo di vedere, indirizzare i nostri sforzi. Disconoscere la religione solo sulla base di un’errata interpretazione del concetto di laicità o abbracciando pratiche laiciste, significherebbe mistificare e violare i contributi che, in ambito artistico, filosofico e storico, il credo ha prodotto – sia nel bene che nel male – durante tutta la storia, fino ad oggi realizzatasi, dell’umanità. Ritengo che il problema non risieda nel dover scegliere tra credere o non credere. Il problema resta, invece, di per sé solo uno: il dogmatismo, ovvero l’incapacità intellettiva e cognitiva di far filtrare i concetti stessi del credo professato attraverso un giudizio illuminato e valutativo della propria ragione. L’esegesi deve fondarsi su di un senso critico che sappia mostrarsi consapevole e responsabile: consapevolezza e responsabilità che, continuamente nel tempo, devono trarre legittimazione dall’esegesi stessa, ovvero dalla capacità di comprendere cosa sia meritevole di essere assimilato e cosa, invece, debba essere sottoposto a giudizio. Una religione filtrata dall’intelletto dell’uomo e che non necessariamente debba spogliarsi, snaturandosi, dei propri miti e/o delle proprie parabole più spirituali – a patto che quest’ultime non violino il quieto vivere e la pacifica convivenza tra le persone; convivenza da giustificare sempre nel pieno rispetto e nella totale osservanza delle leggi emanate dallo Stato di Diritto -.

Si tratta, quindi, di dover focalizzare la propria attenzione sulla capacità di giudizio dell’uomo e sul background culturale del singolo individuo affinché la religione venga per davvero metabolizzata alla stregua di un campo di umano interesse dove poter svolgere genuine e costruttive indagini gnoseologiche.

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