IL LATO OSCURO DELL’ILLUMINISMO: LA RAGIONE DOGMATICA.


Nella lingua tedesca vi è un termine, di rimando letterario e filosofico, che concerne, sotto molti punti di vista, il paradigma ontologico sia dell’Enlightment inglese sia del libertinage francese – prepost rivoluzionario -. Questa parola è aufklärung. Letteralmente aufklärung significa: “chiarificazione, spiegazione, esplorazione” ma anche “definizione” ed “interpretazione”. Et similia.

In un dibattito culturale tenutosi verso la fine del XVIII secolo, il filosofo illuminista Immanuel Kant osservò come questo termine stesse ad indicare la volontà, in primis, e la capacità (a seguito di acculturazione e sviluppo conoscitivo), in secundis, dell’uomo di liberarsi da preconcetti, dogmi e assolutismi; il tutto nella volontà di originare una propria coscienza critica e di affidarsi, di conseguenza, alle capacità del proprio intelletto razionale. Aufklärung divenne il sinonimo di “Filosofia della Liberazione”. Liberazione da cosa e/o da chi?

Precisiamo subito che il libertinismo – inglese e francese, soprattutto – fece della lotta alla secolarizzazione delle verità rivelate  e dell’anticlericalismo il proprio primario obiettivo di rivalsa e rivoluzione culturale. Ma una rivalsa ed una rivoluzione che non dovevano trarre soddisfacimento e giustificazione solo e soltanto dalla mera astrazione dei concetti espressi e diffusi. Al contrario. Il libertinismo fu, a tutti gli effetti, una filosofia militante che si promuoveva di perseguire e raggiungere concreti e “quantificabili” risultati sul piano sociale, politico e, anche, economico. L’enorme mole di pubblicazioni clandestine ne fu una chiara testimonianza. Personalmente, azzarderei a definirla anche come “filosofia dell’autodeterminazione” – con la speranza di non indirizzare, con questa espressione, il libertinismo verso il più mero e pragmatico libertarismo -. Autodeterminazione nel senso di rivendicazione dell’individualità del proprio intelletto; la prassi fondamentale per la formazione e la legittimazione di una definita capacità di critica razionale, volitiva e costruttiva. Autodeterminazione perché libertinismo significò, anche, umanitarismo ovvero il porre in essere tutte quelle serie di riforme che promuovessero la riaffermazione dell’uomo al centro dell’agir sociale e politico. L’uomo lato sensu – nelle vesti del cittadino moderno ed illuminato -, inteso come unico e vero attore sociale al quale affidarsi per una qualsivoglia forma di sviluppo. Ed anche questo spiega e giustifica, nuovamente, le lotte rivolte al dogmatismo ed all’oscurantismo religioso. Non per nulla, ateismo e deismo – ovvero, rispettivamente, il ripudio in toto della metafisica e la rielaborazione razionale della medesima – furono i due pilastri spirituali e gnoseologici ai quali si affidarono alcune tra le più grandi menti libertine del XVII e XVIII secolo: BlountLockeBolingbrokeVoltaireRousseauHelvetiusDiderotD’Alembert, e così discorrendo.

Nell’enorme mole di contributi culturali e filosofici che potremmo menzionare riguardo ai Lumi del sei-settecento europeo, vi è una dinamica che molto spesso viene sottovalutata o, ad ogni modo, non pienamente compresa ed approfondita. In realtà, si tratta di focalizzare la nostra attenzione su due aspetti fondanti il libertinismo europeo di quei secoli; due elementi che, da un punto di vista propriamente ontologico, finirono col legittimare e giustificare l’esaltazione dogmatica della raison: l’eurocentrismo ed il colonialismo.

Quando si vuole tentare di disquisire circa il «lato oscuro dell’Illuminismo» – badate che i caporali sono necessari, stilisticamente parlando, perché si tratta di una vera e propria citazione letteraria della professoressa dell’Università degli Studi di Bologna, Maria Laura Lanzillo -, è inevitabile trattare queste due tematiche. Sono, per la verità, argomentazioni concatenate fra loro da una logica di fondo: il colonialismo, o meglio, l’approvazione espressa, dalla maggior parte dei filosofi libertini, nei riguardi delle politiche coloniali traeva legittimazione da una visione profondamente eurocentrica del Mondo. Un eurocentrismo sia culturale che prettamente antropologico – nonché razziale, sotto molti punti di vista -. Ma procediamo con ordine.

I libertini furono, quasi totalmente, tutti teorici dell’eurocentrismo, ovvero condividevano assieme la logica secondo la quale l’uomo occidentale europeo rappresentasse, senza dubbio alcuno, il faro culturale di riferimento per l’intera umanità. Si esaltavano i risultati perseguiti e raggiunti in campo medico, politico, economico, filosofico, et similia, evidenziando continuamente come fosse effettivamente difficile riscontrare in altra parte del Mondo l’ottenimento di siffatti traguardi. Da qui la marcata e sentita convinzione di dover investire l’uomo occidentale di una missione culturale ben precisa: educare le masse arretrate ed ignoranti, che abitavano i luoghi dell’Africa e dell’Asia, onde poter così diffondere tutto il sapere e lo scibile posseduto. L’appoggio alle politiche coloniali trovava perciò in una logica fortemente razziale – antropologicamente parlando – il proprio imput di base: in quanto maggiormente illuminati dalla ragione e, di conseguenza, in quanto custodi di un sapere conoscitivo ed intellettivo più esteso, l’uomo occidentale aveva il dovere di colonizzare tutte quelle popolazioni che ai suoi occhi apparivano arretrate.

Possiamo affermare che i libertini teorizzarono ed abbracciarono pratiche razziali o, comunque, legate allo scientismo razziale? Erano razzisti in senso stretto? Rispondere a queste domande è particolarmente difficile anche perché, tutt’oggi, gran parte degli studi e delle posizioni – persino politiche -, assunte dai vari ricercatori e studiosi, si discostano molto le une dalle altre. Ritengo che sostenere che il razzismo – così come noi lo intendiamo, riferendoci, quindi, per lo più a quello di stampo nazionalsocialista – abbia radici nell’Illuminismo europeo possa essere in parte corretto, ma sarebbe un azzardo affermare che i libertini furono dei veri razzisti strincto sensu. Più che altro, dobbiamo soffermare la nostra attenzione sulla diversa matrice razziale presa in riferimento dal libertinismo europeo dell’epoca.

Concettualmente parlando – lasciando quindi da parte tutte le catastrofiche conseguenze che sul piano pragmatico il colonialismo poi pose in essere -, i libertini abbracciarono il razzismo lato sensu, su di un piano cioè di mera condivisione di un presupposto generalmente riconosciuto in quell’epoca: quello cioè di considerare l’uomo europeo più avanzato culturalmente rispetto ad un individuo proveniente dall’Asia o dall’Africa. Ma non vi fu mai un’adesione al razzismo in senso stretto come noi potremmo esser portati a pensare in riferimento alle leggi razziali o, peggio ancora, ai campi di concentramento. Voltaire, o per esser più precisi, le critiche, in seno a tale tema, rivolte molto spesso contro quello che è considerato ancora oggi come il più illustre philosophe del libertinage del XVIII secolo, possono aiutarci a discernere meglio quanto appena sostenuto. Carlo Ginzburg, nella sua opera Il filo e le tracce: vero, falso, finto (2006), sostiene come «Voltaire, che era senza dubbio un razzista in senso lato, non aderì mai al razzismo in senso stretto», ribadendo che questo atteggiamento «nei confronti della questione della razza e, più specificatamente nei confronti dei neri, era largamente condiviso dai philosophes» e permettendoci quindi di leggere sotto un punto di vista più analitico le stesse affermazioni volterriane presenti nel Traitè de métaphysique (1734) e le stesse accuse di razzismo mosse, contro l’intero impianto illuministico europeo, da altri interpreti come Marco Marsilio – Razzismo: un’origine illuminista (2006) -. Se, difatti, aprissimo e leggessimo l’opera Of national characters (1748) di David Hume, ad esempio, noteremmo posizioni di “razzismo antropologico” molto simili a quelle del patriarche de Ferney:

Sospetto i Negri e in generale le altre specie umane di essere naturalmente inferiori alla razza bianca. Non vi sono mai state nazioni civilizzate di un altro colore che il colore bianco. Né individuo celebre per le sue azioni o per la sua capacità di riflessione. […] Non vi sono tra di loro né manifatture, né arti, né scienze. Senza fare menzione delle nostre colonie, vi sono dei Negri schiavi dispersi attraverso l’Europa, non è mai stato scoperto tra di loro il minimo segno di intelligenza.»

Sono, indubbiamente, espressioni e citazioni molto forti e che ci portano inevitabilmente a pensare ad orientamenti di giudizio e di pregiudizio anche razziale. Ma, nonostante alla base vi sia un fondamento antropologico fondato sull’asse “superiore-inferiore”, questo razzismo deve esser colto sia nella sua precisa fonte di legittimazione sia in riferimento a quel preciso contesto storico e socio-culturale.

Nel tentativo di esemplificare tutto questo ragionamento, azzarderei a sostenere che della razza strincto sensu al libertinismo non importò mai granché. Il focus di tutto quel disquisire era, eventualmente, un altro: l’esaltare sempre e comunque la ragione umana. Quella stessa ragione che aveva permesso l’abbattimento degli ancien régime ed il perseguimento di nuove conquiste sul piano politico, economico e sociale. La logica e la prassi colonialista furono il pretesto ed il compromesso intellettivo per esaltare ancora maggiormente il culto dogmatico della razionalità dell’uomo e del cittadino moderno. Un dogmatismo assoluto, che era legittimato da quelle stesse pratiche che poi esso stesso era portato ad esaltare ed approvare: la centralità nel Mondo riconosciuta all’uomo europeo e il dovere di quest’ultimo di educare le masse sparse fuori dai confini nazionali.

È abbastanza evidente che queste determinate espressioni, anche se legittimate sulla base di un pragmatico compromesso e finalizzate ad un preciso scopo – l’idolatria della cultura occidentale -, possono apparirci oggi come poco consone a questi monoliti della cultura moderna, ma dobbiamo sempre tenere a mente che il nostro giudizio etico e morale si fonda su precetti di giudizio da noi valorizzati in riferimento alla nostra cultura contemporanea. E questa valorizzazione è pure rafforzata dal fatto che siamo umanamente portati a tenere sempre a mente ciò che poi, in termini storici, il razzismo ha prodotto per buona parte del Novecento. Ma la contestualizzazione storica deve rimanere un punto fermo nella nostra indagine.

Il «lato oscuro dell’Illuminismo» risiede allora in questo: nell’aver idolatrato così tanto l’intelletto dell’uomo da finire, di conseguenza, col giustificare e legittimare precise decisioni politiche concernenti la convivenza e la reciprocità degli scambi e dei contatti internazionali di cui, in parte, ancora oggi se ne intravedono le conseguenze. Non sempre benefiche, purtroppo.

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