ABDESLAM SALAH: INTERNET E SENSO DI RESPONSABILITÀ.


Inizialmente sono stato travolto dalla rabbia e persino dall’imbarazzo, quando ho letto le dichiarazioni ufficiali dell’avvocato di Abdeslam Salah – il presunto leader ed organizzatore degli attentati terroristici, di matrice fondamentalista, avvenuti a Parigi lo scorso Novembre -. Perché quanto rilasciato alla stampa ed agli organi competenti, non può che suscitare sdegno e collera, pensando a ciò che è stato causato da un soggetto del genere:

Salah è un povero coglione che ha l’intelligenza di un posacenere vuoto. […] Pensa di vivere in un videogioco e del Corano ha letto solo qualche interpretazione su Internet. […] Per spiriti piccoli come il suo, il Web è il massimo che siano in grado di capire.

Ma, passato e terminato il disprezzo iniziale, la logica mi ha imposto di analizzare più analiticamente ed in maniera più oggettiva tutto il panorama culturale che si è venuto a creare, in questi ultimi mesi, in seno a quanto accaduto per le strade di Parigi il 13 Novembre del 2015. Innanzitutto c’è da cercare di capire se siffatte dichiarazioni rivolte al proprio cliente non rientrino in un tentativo giuridico e/o giurisprudenziale di far passare come stolto, imbecille e/o ritardato l’imputato. Una dinamica del tipo: “sì ha contribuito a compiere una strage ma guardatelo! È uno stupido! Nemmeno ha mai letto il Corano!”. Ebbene, personalmente, riterrei questa un’aggravante, in ogni caso, dato che da tempo vado sostenendo che l’incapacità d’intendere e volere o la mera stupidità siano, molto spesso, più perniciose e pericolose di una qualsiasi forma di indottrinamento politico o teologico. Ma, ad ogni modo, quella rabbia, di cui vi parlavo all’inizio, si rafforza sempre più tutte le volte che rileggo quanto dichiarato dall’avvocato della difesa. Perché se fosse effettivamente vero che Salah sia tutto questo – uno “stupidotto” omicida facilmente manovrabile e gestibile attraverso l’insegnamento dogmatico e deviato di precetti religiosi e politici -, il fatto che si sia potuto permettere a questo “pseudo terrorista virtuale” di compiere tutto quel massacro deve necessariamente obbligare tutti i Paesi Occidentali a farsi delle precise domande ed una forte auto-critica.

L’articolo di Massimo Gramellini, pubblicato su La Stampa, ritengo abbia colto particolarmente nel segno. Soprattutto un passaggio mi ha trovato profondamente concorde con quanto sostenuto, proprio perché ha rafforzato una mia personale idea che porto avanti da anni – anche sul fronte di una futura pubblicazione -:

E il Web, abolendo ogni intermediazione, mette il cretino davanti allo specchio. Intendiamoci. Un cretino è sempre pericoloso. Ma un cretino su Internet, di più. E rischia di ritrovarsi carne da cannone di qualche setta di fanatici, senza mai imbattersi lungo la strada in qualcuno che gli instilli il seme del dubbio. Essere offesi da un cretino è consolatorio, per certi versi. Ma per altri, penso ai parenti delle vittime, è ancora più irritante.

Io vado sostenendo da tempo che il Web, nel vasto insieme delle sue potenzialità, abbia anche la capacità di deresponsabilizzare l’individuo. Se pensiamo, ad esempio, ai fake accounts o al “trollaggio” sui SNS – dove l’acronimo sta ad indicare i Social Network Sites come Facebook – o alla distanza fisica tra gli interlocutori di una chat o all’anonimia esistente tra gli users che sono online, e via dicendo, notiamo come la possibilità che questo strumento informatico, dedito alla produzione, alla diffusione ed alla condivisione delle informazioni – parliamo, difatti, di “autocomunicazione di massa” -, produca forme, più o meno marcate e/o violente, di “irresponsabilità civile”, possa davvero essere altissima a volte. Addirittura esponenziale. Se la fetta più grossa del reclutamento dei terroristi o degli attuali foreign fighters avviene proprio tramite tali vettori virtuali, non è un caso. Perché se, da un lato, l’immediatezza della comunicazione e l’infinità dei referenti a cui rivolgere la medesima facilitano il compito da un punto di vista prettamente tecnico e pragmatico, dall’altro lato, la semplicità stessa del perseguimento del fine preposto trova forza proprio nella mole d’individui, dal background culturale paragonabile a quello di Salah, che non sanno minimamente gestire la loro trasposizione virtuale. Si tratta di ragionare attorno al logico “paradigma della pistola”: essa, di per sé, non è pericolosa, ma può diventarlo a seconda di chi l’impugna o a seconda di chi stabilisce chi debba impugnarla o a seconda di chi convince un altro individuo ad impugnarla.

Ma, soprattutto, vi è un’ulteriore convinzione che questa situazione ha finito col rafforzarmi. Evidenziando proprio come strutturalmente le interazioni virtuali si discostino da quelle sociali, ritengo che il Web, in generale, non venga quasi mai concepito come strumento finalizzato all’acculturazione conoscitiva e gnoseologica; fatta eccezione almeno per tutti quei casi in cui vi sia stata, a priori, una precisa scelta che pre-indirizzi – in parte o in toto – l’user anche verso una lettura prettamente culturale della realtà virtuale.  Non sto sostenendo che Internet – con riferimento specifico al Web 2.0 – debba essere utilizzato solo ed esclusivamente per “fini accademici”. Sostengo, invece, che l’indirizzamento culturale di partenza del cittadino finisca, quasi sempre ed inevitabilmente, col caratterizzare una fisionomia virtuale che da quella sociale poco si discosta. Di per sé, non lo ritengo, dunque, capace di promuovere quel forte cambiamento critico, intellettivo e cognitivo necessario per una lettura oggettiva delle situazioni concernenti i vari interessi in gioco, a meno che  una tale “fisionomia” già non caratterizzi il soggetto stesso in partenza, nella vita di tutti i giorni. La realtà virtuale è, molto spesso, una mera e meccanicistica continuità di quanto già “perseguito” all’interno di quella sociale: background culturale compreso. 

Resta da capire se questa “deresponsabilizzazione virtuale” sia più o meno intensa rispetto a quella che può essere originata anche dai falsi valori o dalle deviate socializzazioni sviluppatesi nella realtà sociale. Permane, ad ogni modo, la certezza che il Web – in quanto mero strumento comunicativo e/o di approfondimento culturale – debba essere profondamente monitorato e regolamentato. Perché se nella vita reale, i rapporti interrelazionali possono, a volte, far da monito o essere un freno per quanto appreso o per quanto compiuto, le caratteristiche dell’interazioni virtuali – anonimia e distanza fisica tra gli interlocutori, prime fra tutte – non riescono a svolgere nemmeno questa primaria forma d’intervento e di prevenzione.

Internet è uno strumento mediatico di comunicazione ed informazione globale; in quanto tale è fondamentale monitorare chi vi accede ed accertarsi del perché. Il problema resta poi però la gestione e la tutela dei dati sensibili e della privacy. Oltre al fatto che il referente di accesso sia il Mondo intero. Alla faccia della “democrazia orizzontale”.

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