DA HOBBES A VOLTAIRE: L’EVOLUZIONE DEL PARADIGMA CONTRATTUALISTICO.


Con il termine “contrattualismo”, in filosofia, si è soliti indicare quel particolare processo socio-politico tramite il quale si riesce a legittimare, sia concettualmente che sotto un punto di vista anche più meramente pragmatico – anche se, in questo caso, occorrono delle precisazioni in seno ai vari filosofi trattati-, l’affermazione di una specifica autorità statale. Il contratto, che si viene a stabilire tra realtà politica e realtà sociale, serve a definire le funzioni sia del garante istituzionale sia del corpo cittadino. Nella logica contrattualistica, questo “patto socio-politico”, che consente e giustifica la formazione di un apparato statale che possa dirigere il contesto sociale sul quale si erge, evidenzia il legame tra lo stato di natura e lo stato sociale dell’uomo, cogliendo proprio la dinamica stessa del passaggio dal primo al secondo stadio. Il contratto sociale pone l’attenzione proprio su questo specifico paradigma: come l’uomo si presenta nel suo stato di natura e come esso deve essere, di conseguenza, inserito e governato nella sua trasposizione sociale.

In un approccio “classico” allo studio del contrattualismo, generalmente, in filosofia, si evidenzia come tra stato di natura e stato sociale vi sia una profonda asimmetria e spaccatura di valori, per quanto concerne l’essere umano. Una spaccatura ed un’asimmetria profondamente ontologica, per l’appunto. Thomas Hobbes (1588-1679), in riferimento soprattutto a questa dinamica, è considerato come il vero precursore del contrattualismo. Le riflessioni del filosofo inglese sono le cause del perché non si possa mai generalizzare l’equivalenza di significato tra morale ed etica. Evidenziando proprio come l’individuo sia, nel suo stato di natura, antropologicamente schiavo e soggetto alle sue continue passioni e bramosie, Hobbes sottolinea l’impossibilità di far coincidere il bagaglio valoriale dell’uomo con quanto poi concretamente egli pone in essere per il perseguimento dei propri obiettivi. Gli uomini per Thomas Hobbes sono dei lupi, delle fiere e, per quanto possano essere depositari di valori nobili e virtuosi, l’istinto all’accaparramento delle risorse ed alla conquista del potere finisce, quasi sempre, col viziare e mistificare anche i loro più nobili intenti. Motivo per il quale è necessario instaurare un sistema statale fortemente coercitivo e, qualora occorresse, restrittivo, onde garantire la sopravvivenza e l’integrità fisica degli stessi membri della nazione.

Nella logica hobbesiana, se l’uomo non riesce a fornire di per sé garanzie nei riguardi di una pacifica convivenza all’interno del contesto sociale – a causa proprio del suo stato di natura -, è necessario organizzare un apparato statale di riferimento che riesca a perseguire l’interesse collettivo primario: l’ordine pubblico. Hobbes, dunque, sottolinea l’importanza di fornire ad una forte autorità centrale un potere assoluto, da esercitare nei confronti di ogni singolo individuo di quel preciso corpo sociale di riferimento. Il “leviatano” hobbesiano – raffigurato nell’opera originale da un gigante, composto da tanti singoli individui, che tiene sulla mano destra una spada, simbolo del potere politico, e sulla sinistra il pastorale, simbolo del potere temporale – è un’autorità assoluta de facto, che non contempla alcuna forma di decentramento del potere e che s’impone sempre, anche con la forza quando è necessario, su tutti i suoi sudditi. Nell’interpretazione politica hobbesiana non è lasciato spazio alcuno alla mediazione tra autorità e suddito: il potere viene direttamente esercitato verticalmente dal primo livello verso il secondo, senza che ci debba essere una legittimazione dialettica o di mera reciprocità d’interessi. Lo Stato esercita la propria ingerenza ed inferenza su tutte le questioni, proprio perché il suddito deve essere sempre e solo comandato. Il contrattualismo di Hobbes è, quindi, un rapporto dualistico fondato sul legame unidirezionale Stato-suddito. Ed è la diretta conseguenza dei disordini intestini e violenti che caratterizzano l’Inghilterra a lui contemporanea; un Inghilterra che, ad ogni modo, si sarebbe da lì a poco avviata verso un rinnovato costituzionalismo monarchico.

Durante il libertinage francese del XVIII secolo, se, da una parte, assistiamo ad un proseguimento della logica contrattualistica classica – il contrat social e la “volontà generale” di Rousseau -, dall’altra parte, abbiamo modo di cogliere un cambiamento strutturale intrinseco alla logica fondante il contratto medesimo. Pur non essendo un vero e proprio contrattualista – caratteristica questa che gli deriva dalla sua stessa incapacità culturale di vestire i panni di un vero politico strincto sensu -, François-Marie de Arouet – in arte Voltaire (1694-1778) -, pur rimanendo fedele in parte alle teorie hobbesiane in riferimento alle riflessioni sul “dispotismo illuminato”, scardina le fondamenta del contratto dualistico e lo integra di un nuovo attore sociale: la cittadinanza.

Per Voltaire la lettura di legittimazione del contratto sociale rimane sempre verticale, ma la direzione dell’interpretazione di quello stesso paradigma deve ora esser capovolta. L’autorità statale – sia essa una Monarchia illuminata o una Repubblica – viene inevitabilmente legittimata dal contesto sociale sulla quale essa stessa si poggia. È quindi il corpo sociale l’attore che viene investito della responsabilità civica d’istituire quella forma di garante statale più congeniale per il perseguimento degli interessi – sia particolaristici che collettivi -. Ed è, dunque, sul medesimo corpo sociale che è necessario rivolgersi ed impegnarsi attivamente – in termini di diffusione dei valori e dei precetti filosofici più virtuosi -, affinché ogni singolo uomo sia illuminato dalla ragione ed investito di una profonda capacità critica, che possa renderlo moderno e responsabile.

Il suddito, nella visione volterriana, lascia il suo spazio al citoyen; perché l’uomo critico e raziocinante – restando fedeli ai precetti del libertinismo e dell’umanitarismo – diviene il vero ed unico reale attore e promotore dell’agire sociale. Pur non menzionando mai concretamente la dinamica contrattualistica in seno al passaggio tra stato di natura e stato sociale – che in Voltaire non si caratterizzano di una profonda asimmetria ontologica: è l’uomo stesso che ricorre ad una forma di Stato per meglio perseguire i propri fini, secondo il philosophe -, il patriarche de Ferney rende triadica la fonte di giustificazione dell’affermazione statale: ora essa ha la fisionomia Stato-società-cittadino. L’autorità è la custode dei valori che costituiscono il background culturale di riferimento della realtà sociale; le norme e le iniziative legislative poste in essere devono garantire e mai violare quanto la società ha contribuito a riconoscere come fondamentale e basilare, per mezzo proprio dell’agire dei suoi singoli membri. Nel momento in cui tale reciprocità d’interessi tra cittadino e Stato venisse meno, l’istituzione non sarebbe più legittimata a governare. Diviene, quindi, necessario fare prima in modo che il contesto sociale si vada formando di persone colte, critiche e razionali, se si desidera impedire l’affermazione di uno Stato assoluto e/o coercitivo.

Sia i contributi di Hobbes che quelli di Voltaire meriterebbero ulteriori approfondimenti. Non vi è dubbio. Soprattutto le tematiche politiche del libertino di Parigi restano particolarmente complesse, considerando anche che il philosophe assume punti di vista anche profondamente sociologici per dar credito e valorizzare molte delle sue stesse teorizzazioni. Ma sono tematiche che tratterò, eventualmente, in altri articoli.

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