CALA UN SIPARIO DI SANGUE SUL LAICISMO FRANCESE.


Dopo l’omicidio di Jean-Baptiste Salvint – vicecomandante della polizia giudiziaria di Les Mureaux – e di sua moglie Jessica – anch’essa un pubblico ufficiale – per mano dell’ennesimo affiliato all’IsisLarossi Abballa, ci dobbiamo, per forza di cose, interrogare (anche) sul tanto decantato laicismo francese. Che ha, in parte, fallito. Senza ombra di dubbio.

E questo fallimento non trova legittimazione tanto negli attentati terroristici in sé – i quali, per ovvie ragioni, già dovrebbero essere più che sufficienti per porre in loco delle domande di un certo peso circa anche la qualità dell’apparato istituzionale di Francia -, quanto piuttosto nell’incapacità per una grande fetta della popolazione francese “non autoctona” di identificarsi, oggi, coi valori repubblicani. Perché se, da una parte, l’attentato stravolge e sconvolge la quotidianità della vita e suscita sgomento e disprezzo anche a livello sovranazionale, dall’altra parte, è il notare come siano, soprattutto, le seconde e terze generazioni di “ex-immigrati” – ora cittadini francesi a tutti gli effetti – a costituire o il corpo terrorista de facto o – ed è questo l’aspetto dannatamente preoccupante – le “realtà umane”, dove il terrorismo medesimo assolda i propri proseliti ed i propri “combattenti della fede” – fanatica e distorta – di Allah, a dover spaventare in maniera particolarmente forte.

Quando vi fu l’attentato alla redazione giornalistica di Charlie Hebdo – sembra oramai passato un secolo a causa anche di tutti gli altri accadimenti di matrice fondamentalista che hanno piegato e stanno piegando la Francia durante questi anni -, trovai alquanto distorto e privo di alcun significato l’utilizzo dell’hashtag <<Je suis Charlie>> riportante l’effige del patriarche de Ferney. E per una semplice ragione di fondo. Non fu tanto l’aver accostato l’immagine del “padre della Rivoluzione Francese” – nonché autore del Traitè sur la tolérance – ad essere sbagliato – la lotta al fanatismo e la difesa della libertà di espressione e di pensiero calzavano a pennello, sotto molti punti di vista, con quanto avvenuto in quei giorni; questo il motivo della “riscoperta” di Voltaire -. Il fatto è che in quel momento ci saremmo dovuti, a mio modo di vedere, interrogare proprio sulle questioni inerenti il riconoscimento e l’attuazione in Francia del pluralismo religioso – approfittando proprio dell’attenzione mediatica rivolta improvvisamente al voltarianisme -. Più che stabilire se Voltaire avesse mai potuto apprezzare la satira di Charlie Hebdo o più che utilizzare il Traitè come stereotipo letterario per condannare quanto avvenuto, magari sarebbe stato meglio porsi delle domande del tipo: “quali sono le politiche attuate in Francia per il riconoscimento e la salvaguardia giuridica delle minoranze religiose?”, “quali le norme poste in essere per lo sviluppo sempre più intenso di una società pluralista nelle sue stesse professioni religiose?”, “quali le azioni intraprese per un sempre più massiccio riconoscimento di tutti quei diritti alternativi che possano osteggiare il reclutamento delle persone comuni tra le file dei fanatici fondamentalisti?”, “vi sono reali e paritetiche tutele e protezioni riconosciute a favore di ogni professione religiosa?”, e così discorrendo.

La questione coinvolge, a mio modesto parere, proprio il laicismo strincto sensu. La prassi, giustificata su di un piano normativo ed istituzionale, secondo la quale la “questione religiosa” non possa e non debba trovare alcuno sbocco in nessuna realtà di pubblico interesse, continua ad apparirmi come un’impostazione politica profondamente sbagliata. Il luogo pubblico deve essere di per sé il contesto sociale di riferimento dove esaltare il pluralismo religioso e permettere che in esso vi possa essere comunicazione e reciprocità. Perché è nel luogo pubblico che gli uomini si presentano, gli uni verso gli altri, come distinti e definiti cittadini “titolari” di differenze etniche, politiche, religiose, economiche, culturali, sociali et similia. Si ritiene che circoscrivendo le questioni concernenti la teologia nelle mere realtà della vita privata si riesca a raggiungere un elevato grado di equità e di giustizia sociale. Ma non è così. Si alimentano le distanze e si produce una ghettizzazione sociale che può produrre un profondo senso di non appartenenza e di non condivisione dei valori fondanti la Nazione stessa. Avete mai provato a muovervi per alcuni quartieri di Tolosa o Lione, ad esempio? Non vi è assolutamente il minimo senso di riconoscimento dei precetti repubblicani. Onde a testimoniare quanto l’integrazione ed il pluriculturalismo siano solo di mera facciata. E non pensiate che nella nostra laica Italia la situazione sia migliore.

Mi si potrebbe, giustamente, obiettare che la reciprocità non è attuabile perché proprio da parte di alcuni proseliti di specifiche realtà religiose non vi è la volontà né di comunicare né, addirittura, di promuovere la benché minima forma di integrazione. Ed è vero. Ma vorrei controbattere a questa osservazione portando alla vostra attenzione due punti che reputo cruciali.

Innanzitutto ritengo sarebbe fondamentalmente più “facile” cogliere ed evidenziare eventuali mistificazioni e/o deviazioni perniciose e pericolose nella professione di un qualsivoglia culto se il culto stesso avesse un maggiore ed ampio spazio comunicativo a sua disposizione. A coloro che rimproverano – giustamente – il “mondo islamico” di non denunciare pubblicamente quanto avvenuto a seguito dei vari attentati terroristici, rispondo sempre che mi preoccupa maggiormente non tanto quanto non viene (o viene) manifestato pubblicamente ma quanto, al contrario, viene detto tra le mura di casa. Ed il laicismo istituzionale finisce col fomentare e radicare la prassi religiosa nella sfera privata impedendole di venire alla luce sul piano della reciprocità comunicativa dove sarebbe poi più facile – in alcuni casi, ovviamente – sottolinearne gli aspetti nocivi ed osteggianti il perseguimento dell’ordine pubblico. Il pluralismo religioso non deve, in alcun modo, tradursi in politiche paternaliste, buoniste o, comunque, riconducibili al mero lassez faire. Le religioni devono promuovere il rispetto e la comprensione dei valori normativi fondanti l’assetto nazionale. Questa è la laicità. In poche parole, sintetizzando il tutto, reputo il “pubblico” di maggior aiuto per l’individuazione delle falle viziose e fondamentaliste delle professioni religiose.

Il secondo aspetto che mi preme sottolineare è il seguente. Messe da parte tutte le politiche estremiste e xenofobe, che oramai abbondano in gran parte delle varie politiche nazionali – vengono chiamate “populismi”, con buona pace per Max Weber -, la socializzazione primaria deve essere la realtà verso la quale volgere la fetta di attenzione più grande delle politiche sociali moderne. Il laicismo ha fallito perché le socializzazioni in Francia hanno fallito. L’integrazione non è riuscita ed i numerosi foreign fighters e tutti quegli individui – ventenni o poco più -, che hanno disconosciuto i valori della propria patria, hanno dimostrato come i fondamenti della società, nella quale sono nati e cresciuti, siano stati respinti in toto. Ma è fondamentale lavorare sulle nuove generazioni. Perché le realtà attuali e future saranno, ovviamente, caratterizzate dal multiculturalismo. E né le ruspe di Salvini né i muri lungo il Brennero rappresenteranno mai la soluzione. Interroghiamoci sul perché le istituzioni non siano ancora pragmaticamente in grado di gestire i flussi migratori. Ed interroghiamoci sulla qualità delle politiche sociali.

Controllo, pluralismo religioso e laicità sono gli strumenti di cui dobbiamo servirci. Oggi più che mai.

Pace a tutti coloro che sono stati, sono e saranno vittime innocenti del fanatismo e della superstizione religiosa. Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

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