LETTERA AD UN OMOFOBO.


Egregio Don Massimiliano Pusceddu,

rivolgo a lei questa mia umile lettera, nella speranza che non sia tanto lei a riceverla o leggerla, quanto, piuttosto, il suo gregge. Ovvero tutti quei proseliti che popolano demograficamente la sua diocesi di Decimoputzu, in provincia di Cagliari. E vi è un motivo, una ragione particolarmente ovvia e logica che mi impone – letteralmente – di fare in modo che questa mia «predicazione» – come piace molto a lei chiamarla – arrivi alla gente comune che abitualmente riempie la sua chiesa. Il fatto è che lei è oramai un uomo senza speranze, imbevuto ed indottrinato da false credenze e da una lettura deviata e mistificante di un finto Dio, secolarizzato e dogmatizzato dal suo stesso analfabetismo e dalla sua stessa incapacità di giudizio critico. Dinanzi ad individui come lei, che nell’Anno del Signore 2016 ancora non sono in grado di uscire razionalmente da interpretazioni ad litteram ed ermeneutiche degli antichi testi e delle sacre scritture, è naturale che l’impegno di noi tutti debba esser quello di fare in modo che le sue imprecazioni e le sue aberrazioni non siano assolutamente recepite come veritiere, di modo così che tutti possano “valorizzarla” per quello che lei è nella realtà: un prete omofobo. Niente di più. Niente di meno.

Ho dubitato inizialmente della veridicità di questa notizia. Notizia che – ahimè – ho appreso e visionato su FaceBook soltanto qualche giorno addietro. Questo perché so, oramai, molto bene come i fakes e/o le cosiddette “bufale del Web” dilaghino oggigiorno e come basti, quindi, un titolo particolare di un post o un meme o anche un banale screenshot a veicolare l’odio di massa e, di conseguenza, a depotenziare, in ciascun utente, la voglia di verifica delle fonti o del contenuto della notizia medesima. In sintesi: le ho concesso – mea culpa, mea maxima culpa – il beneficio del dubbio. Ed ho sbagliato. Il mio è stato un grossolano errore, lo confesso. Fatto in buona fede, per carità. Perché dopo le bestemmie culturali dei vari GandolfiniAdinolfi et similia – bestemmie che, in qualità di cittadino, sono stato obbligato ad ascoltare e “rispettare” pacatamente -, ho ingenuamente pensato che il fondo del barile dell’ipocrisia e dell’opportunismo politico-religioso fosse stato abbondantemente raschiato in toto. Avevo torto. Purtroppo. Lei è un portatore sano di quello che vado chiamando, da qualche anno a questa parte, “darwinismo mancato”. In sintesi: lei nega l’evoluzionismo intellettivo, cognitivo e volitivo dell’homo sapiens. Perché un così dogmatico analfabetismo, un così deviato senso civile ed una così marcata coscienza omofoba e discriminatoria non solo dovrebbero essere perseguiti, a norma di legge, dal codice penale, ma, per davvero, non le permettono più nel 2016 di essere ancora classificato tra i componenti del genere umano. L’aggravante nel suo caso – esattamente come lo è stato per tutti gli altri intellettuali mancati che l’hanno preceduta in questa apologia dell’ignoranza oscurantista – è rappresentata dalla tonaca che indossa. Perché – indipendentemente dal fatto che uno sia un credente o meno – quella tonaca la dovrebbe rendere – uso il condizionale per ovvie ragioni di natura logica – un’avanguardia culturale capace di diffondere quei valori sociali finalizzati alla promozione dell’aggregazione e della comune convivenza tra le persone che condividono il medesimo contesto sociale umanamente organizzato. In una società analizzata e “letta” con un fare sistemico e con un procedere positivista, lei – assieme ad i suoi esimi colleghi – altro non è che un cancro, un virus, una malattia da estirpare sul nascere. Omnibus omnia fit. Ma, dato che a differenza sua io non desidero affatto limitarmi a banali aporie – perché le sue tanto decantate «predicazioni» altro non sono che questo: delle mere aporie -, “esecrerò” adesso, tout court, l’infâme che è fuoriuscito violento ed ingiustificato dalla sua omelia.

Ci tengo, fin da subito, a sottolineare ed enfatizzare una delle sue qualità migliori: la tempistica. Viviamo una fase socio-politica nella quale la comunicazione interrelazionale e mediatica, in Italia, sta effettivamente attraversando uno dei suoi momenti più bui e complessi. Poteva, forse, esser lei da meno? Poteva, forse, esser lei l’eccezione a questa impasse? Ci mancherebbe. Non sia mai. Vade retro. Nel pieno svolgimento del Giubileo dei disabili, con Papa Bergoglio che a gran voce afferma come «le differenze sono una ricchezza» – noti che il non uso del congiuntivo è legittimato dalla citazione -, dando lei le spalle a Gesù Cristo Nostro Signore, dall’altare si è lasciato andare ad un comizio pseudo-politico durante il quale solo due cose sono state ben chiare: il fatto che non voterà a favore dell’attuale governo, in occasione del referendum del prossimo Autunno – tutta Italia, difatti, si stava domandando cosa mai lei avesse poi deciso di fare in seno a tale avvenimento -, e la sua ignoranza “condita” da lacunosi abissi di cultura generale. Le mie più sincere  congratulazioni.

La sua omelia parte e tenta di svilupparsi su di un campo che “semanticamente” e concettualmente pare voler ricordare e ricollegarsi alla moderna sociologia. Le dico, immediatamente, che la sua epic fail è stata – appunto – “epic” fin dalla prima parola. Lei sostiene che in tema di socializzazioni primarie – così si chiamano… non «predicazioni» ma socializzazioni primarie – due individui omosessuali non sarebbero in grado di poter crescere un figlio perché incapaci di infondere in lui la fede in Dio. La mancanza di giustificazione di una tale osservazione è duplice. Innanzitutto le chiedo: lei è a conoscenza dei dati Istat riguardo alla frequentazione del culto lato sensu in Italia? Troppo difficile? Riformulo: lei sa a quanto ammontano – statisticamente parlando – le persone che si recano a messa almeno una volta a settimana, in Italia? Le do una mano: non lo sa. Ebbene la frequentazione del culto è ai minimi storici. Proprio in questo mio blog ho da poco riportato tutta una serie di calcoli inferenziali svolti dall’Istat in seno a tale quesito. Ora, o lei parla non sapendo quello che dice – probabile – oppure lei vive in un Mondo tutto suo – molto probabile -. Un Mondo – per carità, ne sono convinto – bellissimo, in cui le famiglie eterosessuali sono portatrici sani di virtù di provenienza divina e nelle quali la partecipazione al rito liturgico è precisa come un orologio svizzero. Ebbene non è così. Si svegli, per cortesia. I tre grandi centri di aggregazione e d’identificazione valoriale – partito politico, professione religiosa e nucleo familiare – sono letteralmente a pezzi nel nostro Paese. Legga qualcosa – e sottolinei le parole che le sono sconosciute -. Ad ogni modo, mi risolva questo rebus: se l’insegnamento strincto sensu della fede, la sua salvaguardia de facto e la sua stessa trasmissione alle future generazioni spettano, esclusivamente, agli eterosessuali, come si può spiegare allora questo crollo in termini numerici – e dai connotati quasi apocalittici – dei credenti stessi? Ci illumini, la prego. Ma vorrei, per un momento, continuare a dialogare con lei, ragionando per assurdo. Mi vuole indicare quali sono i parametri oggettivi e valoriali che le permettono di sottolineare l’incapacità di due omosessuali di poter educare un figlio anche sulle questioni religiose? Si tratta, forse, di una menomazione genetica di matrice intellettiva che non potrebbe mai permettere in alcun caso ad un omosessuale di poter parlare, ad esempio, di Cristo? L’orientamento e la gestione privata della propria sessualità sono funzionali per sentirsi vicini a Dio e fondamentali per esser poi riconosciuti come figli legittimi dell’Altissimo? Dio ama l’uomo anche quando è peccatore e l’amore grande ed incondizionato di Dio si misura nella concessione del libero arbitrio. Ma guai ad essere omosessuali?!? Riduco, nuovamente, all’osso tutta la questione: messe da parte le favole della Bibbia – che lei vigliaccamente utilizza, per ovvia mancanza di capacità di argomentazione, per sostenere come soltanto un uomo e una donna possano promuovere la religione all’interno di un nucleo familiare – esistono prove empiriche o – non so – di natura biologica che per davvero possono legittimare quello che lei sostiene, ovvero che due omosessuali sarebbero effettivamente “impediti” in siffatta mansione pedagogica? Esistono? Non credo. Io credo che esista solo la superstizione, il dogmatismo, l’oscurantismo, l’opportunismo e l’ignoranza bigotta e vigliacca – degli omofobi, in special modo -. Si vergogni. E non come prete o parroco. Si vergogni come uomo. Io lo sto facendo per lei.

La seconda parte del suo intervento è scontata. Nel senso che avevo già capito, fin da subito, che la giustificazione delle sue argomentazioni sarebbe stata, per forza di cose, una lettura ermeneutica della Bibbia. L’esegesi non può appartenerle. Lei è un dogmatico e crede nella secolarizzazione delle verità rivelate. Lei non può avere né giudizio né coscienza critica. Lei è intellettualmente ed intellettivamente limitato. E non vi è cura. La lettura che ha fatto di San Paolo ne è la conferma. Sarebbe una fatica inutile stare qui a dirle quanto lei sia stato oscurantista nel legittimare questa sua lezione discriminatoria nei confronti degli omosessuali su di una interpretazione letterale dell’antico testo. In poche parole, dovremmo riportare alla luce quasi tre secoli di lotta alla secolarizzazione. Quindi procederò oltre. E le esporrò cosa debba esser in realtà quel Dio di cui lei si appropria indegnamente per fare politica nella Sua stessa casa.

Egregio Don Massimiliano Pusceddu, arrivati a questo punto della mia virulenta invettiva lanciata nei riguardi della sua persona, lei forse penserà che io non sia altro che un “povero” omosessuale. Magari – addirittura – ateo. Ha ragione, ma solo a metà. In realtà sono un semplice eterosessuale che crede fermamente nei diritti civili. Ed è vero, sono ateo. Ma non sono un ateista e rinnego da sempre sia l’agnosticismo sia il laicismo istituzionale. Credo fortemente nella laicità e nel pluralismo religioso. E, nonostante io non riesca a concepire l’esistenza di un Essere Supremo, non solo diniego ogni visione che osteggi la spiritualità e la trascendentalità del corpo umano, ma, bensì, vado da tempo sostenendo come la religione lato sensu possa svolgere, se filtrata dal giudizio critico dell’uomo, fondamentali funzioni sociali. A coloro che osteggiano la teologia e parlano solo di ragione e razionalità ho sempre risposto che la religione nel corso della storia è stata anche in grado di illuminare e guidare menti brillanti e uomini meritevoli. Il tutto dipende da come riusciamo a porci nei confronti di Dio e di quale fisionomia noi riusciamo ad investirlo. Esatto. Questo probabilmente per lei suonerà come un’eresia o un’apostasia, ma è l’uomo che deve legittimare con il suo giudizio critico e con la morale compassionevole e misericordiosa, di cui è portatore, il Dio di cui necessita. E noi non necessitiamo di un Dio che discrimini il prossimo a causa dei propri orientamenti sessuali o che ci giudichi sulla base di ciò che è stato scritto secoli fa su di un testo – redatto dall’uomo – che, forzatamente, deve essere continuamente oggetto di una critica esegetica da parte di tutti noi. E non abbiamo bisogno nemmeno di lei o di Don Mario Fangio, che si permette di “privatizzare” la Casa del Signore per fare politica, appendendo un omofobo pamphlet riportante la scritta “Sono morti il matrimonio e la famiglia”. Del vostro Dio l’uomo non ha bisogno. Forse ne avete bisogno solo voi; povere anime altrimenti costrette a trovare un lavoro per poter sopravvivere.

In fede, Giacomo Rabbachin.

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