IN LINEA DIRETTA CON DIO.

Deus caritas est.

E pensare che “dovremmo amare il nostro prossimo come noi stessi” magari pure evitando di “scagliare la prima pietra” ma, come è ben noto, dopo ben trenta lunghi anni di ignoranza ed oscurantismo, illuminare – ed ossigenare – le proprie sinapsi potrebbe rivelarsi sicuramente un’operazione oramai impossibile da porre in essere. E così dopo gli svarioni – etichettiamoli così, ubbidendo ad un improvvisato politically correct – di AdinolfiGandolfini e compagnia cantante, ecco che ci siamo ritrovati davanti agli occhi le scapestrate dichiarazioni di Padre Giovanni Cavalcoli, il quale, illuminato da ben tre decenni di appassionati ed illuminati studi, durante il proprio sermone a Radio Maria, ha dichiarato che il terremoto, che ha colpito il Centro Italia gli scorsi giorni, sia da considerarsi alla stregua di una punizione di Dio, adirato per il riconoscimento delle unioni civili in Italia.

È indiscutibilmente un uomo illuminato questo domenicano. Cita Sodoma e Gomorra ed invita il Vaticano – che non ha tardato a rimuoverlo dalla sua posizione – a ripassare il catechismo. È egli un uomo vicino a Dio, innegabilmente. Degno proselite delle parole e degli insegnamenti di Gesù Cristo. Non giudica il prossimo. Non si erge a sacro custode della verità santa. Non conosce l’intolleranza e l’omofobia non gli appartiene. L’umiltà è talmente immensa nel suo spirito benedetto che questo buon predicatore si limita solo e soltanto a ricordare di aver studiato ed esser stato dottore di teologia per ben trent’anni. Trent’anni di assoluto contributo allo sviluppo della cultura e dell’onniscenza dell’uomo. Del resto, è risaputo che l’esegesi degli antichi testi sia da sempre una perfida tentazione dell’animo, esattamente come <<i peccati come l’omosessualità meritano il castigo divino>>; questo perché <<i princìpi dell’etica cristiana>> dicono che <<l’omosessualità è contro natura>> e, dunque, preghiamo allora che il buon Dio sia compassionevole e misericordioso con noi tutti e che voglia salvarci dalla minaccia di quella realtà disumana legata al movimento LGBT.

Al diavolo la compassione e la comprensione cristiana! Smettiamola di ragionare su come sia possibile elaborare un culto “moderno”, tollerante, rispettoso, “socialmente utile” e che possa, al contempo, fare anche da cassa di risonanza per il riconoscimento – o il semplice contraddittorio – della rivendicazione di nuovi ed alternativi diritti umani. Ripristiniamo la secolarizzazione del credo! Applichiamo alla lettera l’Antico Testamento! E magari, dato che ci siamo, rispolveriamo la ruota e ripubblichiamo il Malleus Malleficarum – fra le altre cose, in quanto domenicano, il buon Padre Cavalcoli potrebbe pure esigere l’applicabilità a norma di legge di un copyright su quel testo -!

Dio si è fatto uomo per salvarci dal peccato originale e per permetterci, tramite la concessione del libero arbitrio, di disporre liberamente delle nostre stesse anime. Sia lode all’Altissimo. Onorate l’Essere Supremo. Ma siate soprattutto grati del fatto che Dio, nel farsi uomo, abbia deciso di optare per un eterosessuale. Anche questo è risaputo, dopotutto.

Vi lascio l’articolo dell’Ansa, qualora voleste verificare la veridicità delle citazioni trattate. Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

LETTERA AD UN OMOFOBO.

Egregio Don Massimiliano Pusceddu,

rivolgo a lei questa mia umile lettera, nella speranza che non sia tanto lei a riceverla o leggerla, quanto, piuttosto, il suo gregge. Ovvero tutti quei proseliti che popolano demograficamente la sua diocesi di Decimoputzu, in provincia di Cagliari. E vi è un motivo, una ragione particolarmente ovvia e logica che mi impone – letteralmente – di fare in modo che questa mia <<predicazione>> – come piace molto a lei chiamarla – arrivi alla gente comune che abitualmente riempie la sua chiesa. Il fatto è che lei è oramai un uomo senza speranze, imbevuto ed indottrinato da false credenze e da una lettura deviata e mistificante di un finto Dio, secolarizzato e dogmatizzato dal suo stesso analfabetismo e dalla sua stessa incapacità di giudizio critico. Dinanzi ad individui come lei, che nell’Anno del Signore 2016 ancora non sono in grado di uscire razionalmente da interpretazioni ad litteram ed ermeneutiche degli antichi testi e delle sacre scritture, è naturale che l’impegno di noi tutti debba esser quello di fare in modo che le sue imprecazioni e le sue aberrazioni non siano assolutamente recepite come veritiere, di modo così che tutti possano “valorizzarla” per quello che lei è nella realtà: un prete omofobo. Niente di più. Niente di meno.

Ho dubitato inizialmente della veridicità di questa notizia. Notizia che – ahimè – ho appreso e visionato su FaceBook soltanto qualche giorno addietro. Questo perché so, oramai, molto bene come i fakes e/o le cosiddette “bufale del Web” dilaghino oggigiorno e come basti, quindi, un titolo particolare di un post o un meme o anche un banale screenshot a veicolare l’odio di massa e, di conseguenza, a depotenziare, in ciascun utente, la voglia di verifica delle fonti o del contenuto della notizia medesima. In sintesi: le ho concesso – mea culpa, mea maxima culpa – il beneficio del dubbio. Ed ho sbagliato. Il mio è stato un grossolano errore, lo confesso. Fatto in buona fede, per carità. Perché dopo le bestemmie culturali dei vari GandolfiniAdinolfi et similia – bestemmie che, in qualità di cittadino, sono stato obbligato ad ascoltare e “rispettare” pacatamente -, ho ingenuamente pensato che il fondo del barile dell’ipocrisia e dell’opportunismo politico-religioso fosse stato abbondantemente raschiato in toto. Avevo torto. Purtroppo. Lei è un portatore sano di quello che vado chiamando, da qualche anno a questa parte, “darwinismo mancato”. In sintesi: lei nega l’evoluzionismo intellettivo, cognitivo e volitivo dell’homo sapiens. Perché un così dogmatico analfabetismo, un così deviato senso civile ed una così marcata coscienza omofoba e discriminatoria non solo dovrebbero essere perseguiti, a norma di legge, dal codice penale, ma, per davvero, non le permettono più nel 2016 di essere ancora classificato tra i componenti del genere umano. L’aggravante nel suo caso – esattamente come lo è stato per tutti gli altri intellettuali mancati che l’hanno preceduta in questa apologia dell’ignoranza oscurantista – è rappresentata dalla tonaca che indossa. Perché – indipendentemente dal fatto che uno sia un credente o meno – quella tonaca la dovrebbe rendere – uso il condizionale per ovvie ragioni di natura logica – un’avanguardia culturale capace di diffondere quei valori sociali finalizzati alla promozione dell’aggregazione e della comune convivenza tra le persone che condividono il medesimo contesto sociale umanamente organizzato. In una società analizzata e “letta” con un fare sistemico e con un procedere positivista, lei – assieme ad i suoi esimi colleghi – altro non è che un cancro, un virus, una malattia da estirpare sul nascere. Omnibus omnia fit. Ma, dato che a differenza sua io non desidero affatto limitarmi a banali aporie – perché le sue tanto decantate <<predicazioni>> altro non sono che questo: delle mere aporie -, “esecrerò” adesso, tout court, l’infâme che è fuoriuscito violento ed ingiustificato dalla sua omelia.

Ci tengo, fin da subito, a sottolineare ed enfatizzare una delle sue qualità migliori: la tempistica. Viviamo una fase socio-politica nella quale la comunicazione interrelazionale e mediatica, in Italia, sta effettivamente attraversando uno dei suoi momenti più bui e complessi. Poteva, forse, esser lei da meno? Poteva, forse, esser lei l’eccezione a questa impasse? Ci mancherebbe. Non sia mai. Vade retro. Nel pieno svolgimento del Giubileo dei disabili, con Papa Bergoglio che a gran voce afferma come <<le differenze sono una ricchezza>> – noti che il non uso del congiuntivo è legittimato dalla citazione -, dando lei le spalle a Gesù Cristo Nostro Signore, dall’altare si è lasciato andare ad un comizio pseudo-politico durante il quale solo due cose sono state ben chiare: il fatto che non voterà a favore dell’attuale governo, in occasione del referendum del prossimo Autunno – tutta Italia, difatti, si stava domandando cosa mai lei avesse poi deciso di fare in seno a tale avvenimento -, e la sua ignoranza “condita” da lacunosi abissi di cultura generale. Le mie più sincere  congratulazioni.

La sua omelia parte e tenta di svilupparsi su di un campo che “semanticamente” e concettualmente pare voler ricordare e ricollegarsi alla moderna sociologia. Le dico, immediatamente, che la sua epic fail è stata – appunto – “epic” fin dalla prima parola. Lei sostiene che in tema di socializzazioni primarie – così si chiamano; non <<predicazioni>> ma socializzazioni primarie – due individui omosessuali non sarebbero in grado di poter crescere un figlio perché incapaci di infondere in lui la fede in Dio. La mancanza di giustificazione di una tale osservazione è duplice. Innanzitutto le chiedo: lei è a conoscenza dei dati Istat riguardo alla frequentazione del culto lato sensu in Italia? Troppo difficile? Riformulo: lei sa a quanto ammontano – statisticamente parlando – le persone che si recano a messa almeno una volta a settimana, in Italia? Le do una mano: non lo sa. Ebbene la frequentazione del culto è ai minimi storici. Proprio in questo mio blog ho da poco riportato tutta una serie di calcoli inferenziali svolti dall’Istat in seno a tale quesito. Ora, o lei parla non sapendo quello che dice – probabile – oppure lei vive in un Mondo tutto suo – molto probabile -. Un Mondo – per carità, ne sono convinto – bellissimo, in cui le famiglie eterosessuali sono portatrici sani di virtù di provenienza divina e nelle quali la partecipazione al rito liturgico è precisa come un orologio svizzero. Ebbene non è così. Si svegli, per cortesia. I tre grandi centri di aggregazione e d’identificazione valoriale – partito politico, professione religiosa e nucleo familiare – sono letteralmente a pezzi nel nostro Paese. Legga qualcosa – e sottolinei le parole che le sono sconosciute -. Ad ogni modo, mi risolva questo rebus: se l’insegnamento strincto sensu della fede, la sua salvaguardia de facto e la sua stessa trasmissione alle future generazioni spettano, esclusivamente, agli eterosessuali, come si può spiegare allora questo crollo in termini numerici – e dai connotati quasi apocalittici – dei credenti stessi? Ci illumini, la prego. Ma vorrei, per un momento, continuare a dialogare con lei, ragionando per assurdo. Mi vuole indicare quali sono i parametri oggettivi e valoriali che le permettono di sottolineare l’incapacità di due omosessuali di poter educare un figlio anche sulle questioni religiose? Si tratta, forse, di una menomazione genetica di matrice intellettiva che non potrebbe mai permettere in alcun caso ad un omosessuale di poter parlare, ad esempio, di Cristo? L’orientamento e la gestione privata della propria sessualità sono funzionali per sentirsi vicini a Dio e fondamentali per esser poi riconosciuti come figli legittimi dell’Altissimo? Dio ama l’uomo anche quando è peccatore e l’amore grande ed incondizionato di Dio si misura nella concessione del libero arbitrio. Ma guai ad essere omosessuali?!? Riduco, nuovamente, all’osso tutta la questione: messe da parte le favole della Bibbia – che lei vigliaccamente utilizza, per ovvia mancanza di capacità di argomentazione, per sostenere come soltanto un uomo e una donna possano promuovere la religione all’interno di un nucleo familiare – esistono prove empiriche o – non so – di natura biologica che per davvero possono legittimare quello che lei sostiene, ovvero che due omosessuali sarebbero effettivamente “impediti” in siffatta mansione pedagogica? Esistono? Non credo. Io credo che esista solo la superstizione, il dogmatismo, l’oscurantismo, l’opportunismo e l’ignoranza bigotta e vigliacca – degli omofobi, in special modo -. Si vergogni. E non come prete o parroco. Si vergogni come uomo. Io lo sto facendo per lei.

La seconda parte del suo intervento è scontata. Nel senso che avevo già capito, fin da subito, che la giustificazione delle sue argomentazioni sarebbe stata, per forza di cose, una lettura ermeneutica della Bibbia. L’esegesi non può appartenerle. Lei è un dogmatico e crede nella secolarizzazione delle verità rivelate. Lei non può avere né giudizio né coscienza critica. Lei è intellettualmente ed intellettivamente limitato. E non vi è cura. La lettura che ha fatto di San Paolo ne è la conferma. Sarebbe una fatica inutile stare qui a dirle quanto lei sia stato oscurantista nel legittimare questa sua lezione discriminatoria nei confronti degli omosessuali su di una interpretazione letterale dell’antico testo. In poche parole, dovremmo riportare alla luce quasi tre secoli di lotta alla secolarizzazione. Quindi procederò oltre. E le esporrò cosa debba esser in realtà quel Dio di cui lei si appropria indegnamente per fare politica nella Sua stessa casa.

Egregio Don Massimiliano Pusceddu, arrivati a questo punto della mia virulenta invettiva lanciata nei riguardi della sua persona, lei forse penserà che io non sia altro che un “povero” omosessuale. Magari – addirittura – ateo. Ha ragione, ma solo a metà. In realtà sono un semplice eterosessuale che crede fermamente nei diritti civili. Ed è vero, sono ateo. Ma non sono un ateista e rinnego da sempre sia l’agnosticismo sia il laicismo istituzionale. Credo fortemente nella laicità e nel pluralismo religioso. E, nonostante io non riesca a concepire l’esistenza di un Essere Supremo, non solo diniego ogni visione che osteggi la spiritualità e la trascendentalità del corpo umano, ma, bensì, vado da tempo sostenendo come la religione lato sensu possa svolgere, se filtrata dal giudizio critico dell’uomo, fondamentali funzioni sociali. A coloro che osteggiano la teologia e parlano solo di ragione e razionalità ho sempre risposto che la religione nel corso della storia è stata anche in grado di illuminare e guidare menti brillanti e uomini meritevoli. Il tutto dipende da come riusciamo a porci nei confronti di Dio e di quale fisionomia noi riusciamo ad investirlo. Esatto. Questo probabilmente per lei suonerà come un’eresia o un’apostasia, ma è l’uomo che deve legittimare con il suo giudizio critico e con la morale compassionevole e misericordiosa, di cui è portatore, il Dio di cui necessita. E noi non necessitiamo di un Dio che discrimini il prossimo a causa dei propri orientamenti sessuali o che ci giudichi sulla base di ciò che è stato scritto secoli fa su di un testo – redatto dall’uomo – che, forzatamente, deve essere continuamente oggetto di una critica esegetica da parte di tutti noi. E non abbiamo bisogno nemmeno di lei o di Don Mario Fangio, che si permette di “privatizzare” la Casa del Signore per fare politica, appendendo un omofobo pamphlet riportante la scritta <<Sono morti il matrimonio e la famiglia.>> Del vostro Dio l’uomo non ha bisogno. Forse ne avete bisogno solo voi; povere anime altrimenti costrette a trovare un lavoro per poter sopravvivere.

In fede, Giacomo Rabbachin.

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NUOVA FAMIGLIA, STESSA FAMIGLIA?

La Costituzione della Repubblica Italiana tratta il tema della famiglia, specificatamente, all’interno del Titolo II, in seno ai cosiddetti Rapporti Etico-Sociali, negli art. 29, 30 e 31. Essi affermano testualmente quanto segue:

Art. 29

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Art. 30

E’ dovere e diritto dei genitori, mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Art. 31

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità e l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

L’ossimoro «società naturale fondata sul matrimonio» ha una precisa valenza storica. Partiamo col sostenere che trattasi di un’evidente idiosincrasia concettuale: come può un’organizzazione sistemica naturale – come la famiglia – trarre giustificazione da un apparato fittizio ed artificiale – il matrimonio, per l’appunto -? La logica, dunque, ci impone di accettare un’unica soluzione possibile: per non cadere in un paradosso, dobbiamo, quindi, accogliere il fatto che il matrimonio sia solo una delle tante possibili “forme” e/o “fisionomie” adottabili da un qualsivoglia contesto familiare. Questo contrasto di vedute ha forti radici storiche. L’espressione «società naturale» venne formulata, ai tempi dell’Assemblea Costituente, da Palmiro Togliatti, il quale, in netta opposizione con la parte più marcatamente cattolica che componeva i 77 costituenti, volle enfatizzare come il nucleo familiare dovesse essere un qualcosa di assolutamente inviolabile e non accessibile ad alcuna forma d’ingerenza ed inferenza statale – pesava ancora moltissimo in materia, per ovvie ragioni, l’esperienza subita durante il ventennio fascista -. Chiusa questa breve parentesi storica, soffermiamoci sul momento attuale.

Le disposizioni costituzionali sul tema della famiglia rimandano, ovviamente, alla legge ordinaria. Nel senso cioè che è la legislazione ordinaria, tramite l’attività parlamentare, a modificarne (o meno) il contenuto. Ancora una volta, un approccio dettato dal buon senso e dalla logica possono esserci di grande aiuto. Perché se è vero che la legge debba continuamente adeguarsi ai cambiamenti sociali, politici e culturali dei cittadini che vivono all’interno di un preciso Stato di Diritto, è allora altrettanto vero che, nel caso si verificassero mutamenti ideologici e/o valoriali sul tema della famiglia strincto sensu, la stessa legge dovrà modificarsi de facto, imponendo, di conseguenza, tale mutamento anche all’interpretazione del dettato costituzionale medesimo.

La Corte Costituzionale, soffermando l’attenzione proprio sull’art. 29, ha evidenziato più volte in passato come dignità e protezione debbano essere riconosciute anche a tutte le forme “alternative” di famiglia; anche a quelle cioè non espressamente – e giuridicamente – sancite da un contratto matrimoniale – perché è pur sempre doveroso ricordare come il matrimonio resti, dinanzi agli occhi dello Stato, un mero contratto stipulato tra due contraenti -. Fino ad oggi, quindi, era lecito chiedersi il perché di tanto ritardo. Perché il legislatore tardasse – o rinviasse sulla base di accorgimenti e tatticismi politici – a porre in essere norme finalizzate ad un pieno riconoscimento giuridico di tale “diversità”. Non che non vi siano stati dei tentativi: annoveriamo tra di essi i PACS (Patti Civile di Solidarietà), i DICO (Diritti e Doveri delle Persone Conviventi), i CUS (Contratti di Unione Solidale) ed i DIDORE (Diritti e Doveri di Reciprocità dei Conviventi). Il fatto è che si sono rivelati tutti quanti, più o meno, di una inutilità indubbia.

Con l’approvazione definitiva del ddl Cirinnà, il quadro costituzionale subisce, fin da subito, un concreto e pragmatico cambiamento. Ecco i punti principali e maggiormente incisivi della nuova legge in tema di famiglia costituzionalmente riconosciuta:

Costituzione dell’Unione Civile: come il matrimonio, l’unione civile si costituisce di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni. L’atto viene registrato nell’archivio dello stato civile.

Cognome: le parti, per la durata dell’unione civile, possono stabilire di assumere un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi. La parte può anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome.

Obblighi Reciproci: dall’unione deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Non c’e’ obbligo di fedeltà, come nel matrimonio. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacita’ di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.

Vita Familiare: Le parti concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza comune; a ciascuna delle parti spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.

Regime Patrimoniale: il regime ordinario e’ la comunione dei beni, a meno che le parti pattuiscano una diversa convenzione patrimoniale. I conviventi “possono” comunque sottoscrivere un contratto che regoli i rapporti patrimoniali – che può prevedere anche la comunione dei beni -.

Pensione, Eredità e TFR: questa e’ la parte della legge che danneggia maggiormente un eventuale figlio di uno dei due partners. Difatti, con la nuova legge la pensione di reversibilità e il TFR maturato spettano al partner dell’unione. Per la successione valgono le norme in vigore per il matrimoni: al partner superstite tocca sempre la “legittima” – cioè il 50% – mentre il restante spetta agli eventuali figli.

Scioglimento dell’Unione: si applicano le norme della legge sul divorzio del 1970, ma non sara’ obbligatorio, come nello scioglimento del matrimonio, il periodo di separazione.

Adozioni: come ben noto, le norme sulla tanto discussa stepchild adoption sono state stralciate. Nel maxi-emendamento e’ stata inserita la seguente dicitura: «[…] resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti», il che significa che viene delegato ai singoli Tribunali la discrezionalità di scegliere, per via giurisprudenziale, se concedere o meno la stepchild adoption ai singoli casi concreti posti ad esame.

Convivenze di Fatto: le “convivenze di fatto” riconosciute sono quelle tra «due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile».

Casa: in caso di morte di uno dei partner, l’altro ha diritto di subentrare nel contratto di locazione. Se il deceduto e’ proprietario della casa, il convivente superstite ha diritto di continuare a vivere in quella abitazione tra i due e i cinque anni, a seconda della durata della convivenza. La “convivenza di fatto” ha titolo, al pari del matrimonio, per essere inserito nelle graduatorie per le case popolari.

Alimenti: in caso di cessazione della convivenza, «il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento». Gli alimenti sono assegnati in proporzione alla durata della convivenza.

Letti questi punti fondanti la main issue dell’intero impianto normativo posto ora in essere, sorgono alcuni dubbi e perplessità circa la “completezza” ed “idoneità” della legge medesima. Soprattutto per quanto concerne l’applicabilità alle unioni civili del codice penale. Il testo di legge redatto dall’onorevole Cirinnà si fonda su di una premessa ben chiara ed esplicita: «le disposizioni che contengono la parola “coniuge” si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, ma al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile». In poche parole: ciò che è giuridicamente riconosciuto, in tema di diritti e doveri, al coniuge è riversato a favore di ognuno dei due partners legati da un’unione civile ma – questo è il punto – con la premessa che tale riconoscimento sia sempre e solo giustificato da ciò che regola l’unione civile stessa. In poche parole, si tratta di trapiantare un sistema di diritti e doveri su di un piano regolatore distinto e differente da quello che ne aveva legittimato la sua stessa produzione: il matrimonio, per l’appunto. L’equiparazione, dunque, è alquanto contorta proprio perché pare non si siano ben visualizzati i due piani distinti della giurisprudenza. Stando a quanto sostiene Luigi Ferrarrella, gli effetti “negativi” di tale legge – che obbligheranno anche il legislatore a correre ai ripari nel breve-medio periodo – sono particolarmente evidenti:

Il riflesso più evidente è sull’omicidio, la cui pena base 21-24 anni sale a 24-30 anni se si uccide il coniuge: ma poiché l’omicidio non è certo norma a rafforzamento «degli obblighi derivanti dall’unione civile», l’aggravante non potrà pesare su assassini legati da unioni civili alla persona assassinata, mentre continuerà a valere per mariti e mogli. Stesso schema nei sequestri di persona: quando il pm blocca i beni utilizzabili dal coniuge per pagare il riscatto, il blocco non potrebbe essere imposto al coniuge legato da unione civile con il rapito.

Curiosa anche la situazione dell’abuso d’ufficio commesso da pubblici ufficiali che non si astengano in presenza di un interesse di un prossimo congiunto come il coniuge: continuerà a essere reato per mariti e mogli, ma non potrà incriminare i partners di una unione civile. Idem la bigamia, che finirebbe per non avere rilevanza penale in relazione alle unioni civili tra lo stesso sesso, mentre la manterrebbe solo tra coniugi uomo e donna.

Discriminazioni al contrario, cioè più sfavorevoli per le unioni civili, parrebbero crearsi per tutta una serie di condizioni che il codice continuerebbe a concedere solo a marito e moglie: la non punibilità per chi fa falsa testimonianza, mente al pm o compie favoreggiamento personale del prossimo congiunto; la non punibilità di chi a favore di un prossimo congiunto commette reato di assistenza ai partecipi di associazioni per delinquere o con finalità di terrorismo; la non punibilità del furto o della truffa ai danni del partner non legalmente separato. E qualche paradosso si creerebbe anche nei tribunali, dove oggi un giudice deve astenersi se il coniuge fa il pm o è persona offesa dal reato: sbarramenti che non varrebbero per partners dello stesso sesso legati da unioni civili. Il fatto poi che «l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione» sia stabilito dalla nuova legge solo per le unioni civili e non anche per le convivenze di fatto, discriminerà i partners della prima categoria che, diversamente da quelli della seconda, nel penale rischieranno l’accusa di omicidio o lesioni personali per l’eventuale medesima condotta di «mancata prestazione di cure o di alimentazione».

Ritengo, quindi – e badate bene che questa è una mia personalissima opinione -, che molto di più potesse esser fatto e che ci troviamo, ancora una volta, dinanzi alla classica “cosa all’italiana riuscita a metà “, dove gli opportunismi, i tatticismi e le ingerenze hanno finito col viziare la legislazione ed impedito al nostro Stato di Diritto di fare quel doveroso balzo in avanti che avrebbe già dovuto compiere da almeno un decennio. Ho trovato particolarmente illuminante anche l’articolo della giornalista Vittoria Patanè, il cui incipit iniziale mi trova profondamente concorde con quanto da lei sostenuto:

Non è una legge all’avanguardia, non è una legge equilibrata, non è una legge che garantisce eguali diritti tra tutti i cittadini dello Stato. Ma sì, in un certo senso è una legge storica che estende a molti italiani quelle tutele che fino a ieri rappresentavano illegittimamente un’utopia. È un primo passo ed è importante, fosse solo per i decenni di ritardo con cui è arrivata. Dopo la pubblicazione dell’ormai celeberrimo ddl Cirinnà in Gazzetta Ufficiale, le coppie omosessuali non potranno sposarsi, ma potranno unirsi civilmente avendo così accesso a quasi tutti i diritti garantiti e ai doveri imposti al matrimonio.

Qual è la differenza dunque? La differenza risiede in primis nella mancata volontà del legislatore di voler equiparare i due istituti, nella rimarcata intenzione dei nostri politici di sottolineare all’interno del testo che c’è una diversità, che non sono la stessa cosa, che il matrimonio rimarrà appannaggio della famiglia “tradizionale” e dei vari Gandolfini che promettono ripercussioni in vista del referendum costituzionale, dimostrando palesemente tutta la vacuità delle loro rimostranze. Se così non fosse, una materia tanto importante non verrebbe sminuita a suon di ripicche e minacce politiche più o meno (molto meno) velate. Più marcate, in questo caso giustamente, le difformità con la convivenza di fatto, vista come una forma di relazione “attenuata” (dal punto di vista legislativo e patrimoniale ovviamente) rispetto alle prime due.

Detto questo, in Italia, si sa, non possiamo mai farci mancare niente. E, difatti, è bastato attendere pochissime ore dall’approvazione definitiva della legge Cirinnà che si è potuto assistere all’ennesima ed immancabile lotta faziosa e pseudo-politica tra i favorevoli al testo di legge – “capeggiati” dall’hashtag #promessamantenuta – e l’enorme mole cattolica – o dichiaratesi tale – che, fin da subito, ha inveito con dichiarazioni del tipo «invitiamo i sindaci del nostro partito a boicottare nelle sedi locali tale normativa», «chiederemo l’indizione di un referendum abrogativo», et similia.

Vi sono stati anche casi talmente estremi che – mi azzarderei a sostenere – hanno suscitato, al contempo, ilarità e sgomento. Come quello del parroco del comune di Carovilli, in provincia di Isernia, nel Molise; Don Mario Fangio, in palese disaccordo con quanto avvenuto a Roma poche ore prima, dopo aver appeso una specie di pamphlet improvvisato sul portone della canonica, ha fatto suonare a lutto le campane della chiesa per quasi tutta la giornata.

Parroco Carovilli #01

Ma, personalmente, sono state le dichiarazioni del portavoce del Family DayMassimo Gandolfini, ad avermi lasciato profondamente basito. Ne riporto, testualmente, uno stralcio:

Ce ne ricorderemo. E ci ricorderemo del premier in particolare. […] Ce ne ricorderemo, visto che non noi ma lui ha legato il suo futuro politico al referendum sulle riforme. E quella è una bella data in cui ci ricorderemo chi ci ha offeso in maniera arrogante e proterva. […] Il maxi-emendamento su cui il governo si appresta a porre la fiducia è frutto di una strategia antidemocratica e di una cultura menzognera. Il popolo del Family Day non si riconosce in esso e constata irritato che si è rimasti sordi alle sue richieste. […] Questo popolo, che sta trasformando delusione e amarezza in vera e propria rabbia, di sicuro prenderà i provvedimenti necessari per presentare il conto a chi di questo popolo si è totalmente fatto beffa. […] Già con arroganza si era sottratto il testo del ddl Cirinnà alla Commissione Giustizia, violando l’art. 72 della Costituzione. Ora si aggiunge la beffa dell’imbavagliare ogni voce di dissenso, ponendo la questione di fiducia. Come se non bastasse, si ha la malafede di affermare che si tratta di un provvedimento urgente, richiesto con forza dalla Nazione e che non equipara le unioni civili alla famiglia. […] Oggi la democrazia viene palesemente violata, con questa fiducia su un maxi-emendamento che nessuno ha visto. Questa è dittatura.

Innanzitutto, trovo sconcertante – ed ai limiti di un vero e proprio inno al “terrorismo istituzionale” – il ricattare l’esecutivo di un Paese sulla base dell’approvazione di una legge avvenuta in sede parlamentare. Non solo è eticamente quanto di più lontano vi possa essere, in termini attitudinali, dalla tanta decantata morale cattolica. Ma è di una illogicità tecnica senza scusanti. L’equiparare, forzatamente, il giudizio individualistico, tramite il quale il singolo cittadino, in piena autonomia e libertà – come da tradizione per qualsivoglia Stato laico -, valuterà la riforma della Costituzione, alla mera attività parlamentare – che per tematiche, niente ha avuto a che fare con quanto si verrà a discutere poi nel prossimo Novembre – è di una brutalità politica a dir poco imbarazzante. Anche perché i piani stessi della legittimazione normativa sono totalmente differenti: nel caso del ddl Cirinnà è la rappresentanza politica che si occupa della res publica; sul referendum di revisione costituzionale del prossimo Autunno entrerà in funzione la dinamica legata alla democrazia diretta. Se dovessimo ragionare in questo modo allora ogni disegno di legge, dopo essere stato approvato in sede parlamentare, dovrebbe anche venire sottoposto a plebiscito popolare. Non solo il ricatto in sé, dunque, lascia alquanto perplessi; addirittura il sovrapporre il piano della rappresentatività a quello del direttismo.

Continuo poi a fare molta fatica a comprendere il significato di dichiarazioni del tipo «[…] si ha la malafede di affermare che si tratta di un provvedimento urgente, richiesto con forza dalla Nazione […]». Che significa? Vi sono forse dei parametri di valutazione oggettiva che permettono di stilare una scala delle priorità politiche, fondata su di una logica comparativa? Senza contare il fatto che la discriminazione legittimata da una matrice di stampo sessuale, personalmente, io la trovo particolarmente grave e dannosa per l’intero assetto sociale di un Paese. Ma la posizione sostenuta da Gandolfini la reputo fortemente criticabile anche per un’altra questione.

Quando osteggia la forzatura del Governo in relazione sia alla non presentazione del testo di legge alla Commissione Giustizia sia per quanto concerne il ricorso alla fiducia per la votazione finale – prassi consentita ma, nella maggioranza delle volte, sinonimo di instabilità esecutiva e/o di scarsa “comunicatività democratica” tra le parti -, Gandolfini, pur avendo ragione, o non ha ben compreso la situazione politica italiana oppure mente sapendo di farlo. Perché il dramma vero, quello che per l’ennesima volta siamo stati obbligati ad assistere in Italia nelle vesti di cittadini – mediamente informati dei fatti -, non è stato tanto l’approvazione in sé della legge. Ma, bensì, l’approvazione di questa legge. Perché questa legge è una legge imperfetta, che crea molta confusione e che poteva e doveva essere, invece, risolutiva in toto, una volta per tutte, per ogni questione concernente la famiglia lato sensu. Il dramma vero è stato assistere nuovamente alle lotte intestine all’interno dei partiti, ai dietro-front, ai tatticismi compiuti per “la caccia al consenso elettorale”, agli indottrinamenti opportunistici ed alla totale incapacità di sedersi attorno ad un tavolo a ragionare democraticamente per la creazione di un testo di legge che fosse, allo stesso tempo, illuminato ed illuminante per tutti noi. Perché il riconoscimento di questi diritti e doveri è sacrosanto ed è compito di tutte le avanguardie politiche (e non) farlo comprendere anche ai propri elettori e all’intera cittadinanza. Il dramma, in sintesi, è stato constatare, ancora per una volta, come le forze politiche nostrane siano “inchiodate” su barricate e posizioni secolarizzate ed oscurantiste, e l’avere, di conseguenza, assistito al vederle non fare niente di utile e costruttivo per acculturare – oltre che sé stesse – la propria mole di proseliti. Gandolfini critica il sistema e la procedura tramite la quale questo disegno di legge è stato tramutato in norma vigente. Ma ne è anche lui complice ed artefice. Tanto come cittadino quanto come avanguardia politica.

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