MORELLY E L’IMPASSE FILOLOGICA.


Ho già rimarcato più volte il fatto che, durante il periodo pre-rivoluzionario, in Francia la mera clandestinità fu una caratteristica portante in seno a moltissime pubblicazioni letterario-filosofiche dell’epoca. E, difatti, un grande ramo della moderna filologia sta ancora sviluppando molti studi nei riguardi sia della autenticità sia della paternità di numerose opere e/o testi e/o semplici pubblicazioni di divulgazione culturale.

Prendiamo in considerazione, ad esempio, Voltaire; si lavora ancora moltissimo per raccogliere, verificare e, infine, catalogare le decine di migliaia di Correspondances littéraires scritte dal filosofo parigino. Ma la filologia non si limita solo ad un certosino lavoro di recupero e di sistematica organizzazione di quanto reperito nel corso dei secoli: anche il risalire alla paternità di un’opera è mansione che spetta ai filologi. E così, tanto per rimanere in “orbita volterriana”, i moderni studi hanno appurato, per esempio, che il Sermon des cinquante – scritto presumibilmente tra il 1758 ed il 1759 – sia opera da attribuire a tutti gli effetti al patriarche de Ferney e non a Julien Offrey La Mettrie (1709-1751). E questo nonostante lo stesso Voltaire insistesse forzatamente, già all’epoca, a negare la paternità della sua realizzazione e ad indicarla come scritta per mano del collega illuminista, qui sopra citato.

Ma il voltarianisme è soltanto uno dei tanti “universi letterari” in cui è possibile cogliere e constatare il ricorso alla clandestinità per la divulgazione di determinate tematiche o per la trattazione di particolari argomenti di interesse generale. Prendendo proprio spunto dal suddetto Sermon, ad esempio, possiamo ben immaginare come possa essere stato più “ragguardevole” per Voltaire negare la paternità di un suo testo nel quale il filosofo assumeva le vesti di violento e reazionario esegeta degli antichi testi, col fine di promuovere l’eterodossia deista a danno della secolarizzazione della verità rivelata e, di conseguenza, del clergé. Ma la difficoltà della ricerca filologica non risiede solo e soltanto nella problematica reperibilità delle fonti o nella imperscrutabilità della paternità letteraria di quanto divulgato nei secoli passati. A volte si è pure chiamati a dover certificare l’esistenza stessa dell’autore in questione. Ed “il caso Morelly” enfatizza, più di ogni altro, questa impasse gnoseologica.

In sintesi, per evitare troppi giri di parole, potremmo porci fin da subito questa semplice domanda: “Morelly è realmente esistito?”. Perché, in effetti, tutta la questione risiede proprio nel cercare di dare una risposta certa a questo quesito. Il problema è che di certezza a tutti gli effetti ancora non si possa parlare. O, ad ogni modo, non in termini prettamente assoluti. Partiamo intanto col sostenere che, tramite quanto raccolto durante tutti questi decenni, la filologia, quando parla di Morelly, tende ad identificarlo con Étienne Gabriel Morelly (1717-1778 circa); si ritiene che fosse stato abate ed insegnante, oltre che, ovviamente, filosofo e scrittore. Il nome di Morelly appare per la prima volta all’interno di una sua stessa opera – o, per essere più precisi, considerando tutte le problematiche del caso, all’interno di un’opera che si ritiene possa esser stata scritta da lui -: la Basiliade (1753) – titolo esteso dell’opera: Naufrage des Isles flottantes ou Basiliade du célébre Pilpaï -.

Ad esser sinceri, fino a qui non riscontreremmo problemi di alcun tipo. Il fatto è che, sempre in seno alla filologia, vi è un altro ramo di studio che pare voglia negare – o, tutt’al più, confutare – l’autenticità dell’esistenza stessa del sopracitato filosofo. Si ritiene, infatti, che Morelly non sia stato altro che uno pseudonimo letterario utilizzato da Denis Diderot (1713-1784), il famoso enciclopedista, per divulgare e trattare (clandestinamente, appunto) tematiche particolarmente delicate e per le quali si poteva tranquillamente rischiare o l’esilio – vedi Voltaire – o la prigionia – vedi sempre VoltaireHelvetius -.

Da un punto di vista bibliografico, indipendentemente dal fatto che Morelly sia realmente esistito o se quel nome altro non fosse che un mero pseudonimo di Diderot, le opere attribuitegli – oltre al Code de la Nature ed alla già suddetta Basiliade – sono pressapoco le seguenti:

  • Essai sur l’Esprit humain, ou Principes Naturels de l’Education del 1743;
  • Essai sur le Coeur humain, ou Principes Naturels de l’Education del 1745;
  • Physique de la Beauté, ou Pouvoir naturel de ses charmes del 1748;
  • Le Prince, Les Délices des Coeurs ou Traité des qualités d’un grand Roi et Systéme général d’un sage gouvernement raccolto in due vol. e pubblicato attorno al 1751;
  • Lettres de Louis XIV aux Princes de l’Europe, à ses Généraux, ses Ministres del 1752 ed anch’esso raccolto in due vol.

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