BARLUMI DI UN NUOVO MEDIOEVO?


  • Democrazia orizzontale?
  • No, grazie.
  • Considerare il Web 2.0 alla stregua dell’antica agorà ateniese?
  • Ma anche no.
  • Fare in modo che l’accesso alla Rete diventi un diritto inviolabile di natura dato che legittima e giustifica l’esercizio della libera espressione del pensiero?
  • Magari ne riparliamo tra una cinquantina di anni.

Ritenete sia più importante il riconoscimento strincto sensu di un diritto o il valorizzarne, ove possibile (ovviamente), il grado di qualità etico-morale del suo medesimo esercizio? È una domanda sciocca, me ne rendo conto; anche perché, in effetti, il termine “diritto” così enunciato apre un filone di indagine e d’inchieste pressoché infinito. Restringiamo allora il campo di analisi: realtà virtuale e libertà di manifestazione del pensiero. Riformulando la domanda, il quesito allora può presentarsi ora nella seguente forma: “Risulta più “conveniente” investire tempo e risorse per tutelare il libero accesso ad Internet, con la conseguente libertà di divulgare e pubblicare le proprie idee, o forse sarebbe il caso di soffermarsi ad analizzare quanto, in termini di qualità, la Rete produca e quale sia, tutto sommato, il contenuto di siffatta libertà?”. Un esempio. O meglio, un fatto di “cronaca virtuale”.

Sappiamo tutti molto bene quello che tutt’ora sta avvenendo nel Centro Italia. Un’immagine simbolo di questa distruzione – esattamente come lo era stato l’Hotel Roma ad Amatrice, lo scorso Agosto – è il crollo della Basilica di San Benedetto a Norcia, uno dei centri maggiormente danneggiati da queste ultime scosse – danni ingenti sono stati rilevati ovunque, anche a Preci, ad esempio -. La Basilica benedettina era un capolavoro nostrano: patrimonio culturale italiano ed internazionale – a questo aggiungeteci pure il fatto che San Benedetto è riconosciuto essere, in teologia, il santo patrono d’Europa -. Secondo la tradizione cristiana essa sorgeva – il tempo dei periodi sarà d’ora in avanti, purtroppo, sempre al passato – sulla casa natale del santo. Si trattava di una costruzione millenaria: al suo interno, difatti, era presente anche una cripta – perfettamente accessibile – costituita anche di resti di una precedente struttura romana risalente al I° sec. D.C. A destra del portone principale sorgeva un maestoso portico del XVI sec., al cui interno erano allineate le “misure”: si trattava di recipienti in pietra, risalenti al XIV sec., che venivano usati all’epoca per lo scambio e l’acquisto di merci durante le attività di mercato. Rimanendo sempre all’esterno, maestoso era anche l’enorme rosone sulla parte alta della facciata, affiancato da quattro sculture raffiguranti i quattro evangelisti – disposte due per lato -. L’interno si sviluppava lungo la “classica” croce latina e divenne oggetto di molti restauri durante i secoli. Questo è stato il motivo per il quale l’interno della Basilicata finì col costituirsi di più stili, tutti fusi tra di loro (romanico, gotico e barocco, per lo più). Dipinti del XIV e del XV sec. ne decoravano le pareti. Un patrimonio storico e culturale dell’umanità perduto per sempre. Non è rimasto praticamente niente.

Il caso ha poi voluto che sia il mio scetticismo nei riguardi della capacità di acculturazione del Web sia, al contempo, la mia consapevolezza circa la sua stessa attitudine a diffondere irresponsabilità civile, abbiano trovato immediato riscontro e legittimazione.

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Si potrebbero sviluppare molti ragionamenti assurdi, a dir la verità. Nel senso che “declassificandoci” da esseri senzienti e dando libero sfogo alla propria irrazionalità, si potrebbero porre in essere osservazioni degne del più profondo Alto Medioevo. E, difatti, resta proprio la mera assurdità l’unica chiave di lettura gnoseologica per tentare di comprendere il perché di una tale bestemmia.

Alcuni la considerano satira o – forse per render divina grazia al loro esser e/o sentirsi poliglotti in questa epoca governata dai socials – la additano con l’epiteto di black humor. Molto bene. Ragioniamo allora per assurdo. Ipotizziamo che le centinaia di riflessioni svolte, in ambito comunicativo, in seno al ruolo dell’immagine nei rapporti dialogici o al principio di astrazione cognitiva et similia non abbiano importanza e siano da etichettare come mera e superflua “accademia”. Mettiamo anche da parte tutte le considerazioni che proprio sul concetto, ad esempio, di satira dovrebbero per forza di cose esser formulate – come la funzione etico-morale o prettamente pedagogica svolta dalla medesima -. Ragioniamo proprio per assurdo e rifiutiamo qualsivoglia forma di logica. Riducendo tutta la questione ai minimi termini rimane una sola domanda: “Perché?”. Se deve essere recepita come un qualcosa che non esercita alcuna tipologia di funzione, resta solo e soltanto una semplice presa di giro. La dovremmo, quindi, considerare solo e soltanto come una buffonata, una “trollata” o “flamata” da Web – tanto per fare un uso congeniale di una semantica tutta virtuale -. In assenza, dunque, di una qualsiasi possibilità di originare un contraddittorio costruttivo, potremmo solo o accoglierla sulla sola base della stupidità di cui essa medesima si costituisce in toto o denigrarla senza nemmeno bisogno di argomentare un tale diniego. Quando si gratta il fondo del barile di una satira, si trova un satirico; raschiando il contenuto di una stupidità, raramente, ne viene fuori un illuminato. Anche su questo si legittima l’evoluzionismo umano.

Un’altra argomentazione ai limiti della consapevolezza umana può essere la seguente: “Non mi curo di una tale perdita, considerando che non vi sono state vittime umane”. Stessa procedura d’indagine di poc’anzi: ipotizziamo per assurdo che non ci interessi niente di quello che possa accadere nel Mondo a patto che non si tratti di casi di cronaca nei quali siano coinvolte vite umane. Siamo persone la cui sensibilità si attiva, dunque, solo e soltanto quando è in pericolo l’integrità del nostro prossimo. Anzi. Innalziamo questo grado di assurdità ai massimi livelli, arrivando ad ignorare poi se ad una così profonda umanità corrisponda o meno una sociabilità attiva nei riguardi proprio dei nostri simili – sarebbe “imbarazzante”, infatti, far notare ai sostenitori di una così nobile causa una loro ipotetica e/o probabile totale assenza di partecipazione a movimenti o gruppi umanitari et similia. Ma, come detto, anche tutto questo fingiamo che non ci interessi. -. Cosa ne ricaveremmo? Un essere umano la cui sociabilità e cultura sarebbero totalmente giustificate solo da questioni meramente umane. Ma come può allora un tale soggetto non soffrire per la perdita di un patrimonio dell’umanità? Come può un tale soggetto non sentirsi coinvolto dal dolore dei cittadini che hanno perso un simbolo storico della propria comunità? Come può un tale soggetto ridursi a formulare, per giustificare le sue stesse posizioni, mere logiche comparative del tipo “meglio che sia crollata questa Chiesa che quella casa”? Può la sua partecipazione emotiva alle vicende umane esaurirsi solo e soltanto nell’accertarsi della presenza o meno di morti o vittime? Perché ha necessità di porre in essere una scala di valori per legittimare la sua stessa coscienza sulla base di ragionamenti esclusivamente comparativi? Come può, in sintesi, non disperarsi per entrambi i drammi indipendentemente da tutto il resto? E, soprattutto – proprio umanamente parlando, dato che è stato identificato come individuo dotato di sola ed esclusiva umanità -, perché mai ha necessità di pubblicare una tale immagine?

“Sono ateo e, perciò, non mi curo delle chiese”. Questa è effettivamente una delle congetture davvero più estreme e, allo stesso tempo, più mistificanti la capacità intellettiva dell’essere umano. Non curiamoci del fatto che il soggetto in questione sia consapevole o meno del reale significato della parola ateo. Evitiamo, quindi, di approfondire alcuni concetti come il sapere o meno la differenza tra ateo e ateista o l’aver compreso e/o condiviso alcune delle più importanti riflessioni o dei più illustri contributi storico- culturali che in riferimento all’agnosticismo strincto sensu hanno caratterizzato la storia dell’uomo. Soffermiamo proprio la nostra attenzione sulla mera affermazione “sono ateo”. Perché mai un ateo non dovrebbe umanamente – cioè in qualità di essere umano dotato di senso critico e di capacità volitiva – disperarsi per la distruzione di una Basilica millenaria? Essere atei non significa ripudiare Dio ma semplicemente non contemplarlo, disconoscendolo al contempo. A maggior ragione, dunque, un ateo dovrebbe – il condizionale è doveroso dato che sto continuando a ragionare per assurdo – apprezzare l’edificio in questione proprio per ciò che umanamente esso rappresenta e ha rappresentato. Ne dovrebbe cogliere il valore storico, architettonico ed artistico in una chiave di lettura molto più “neutra” e “laica” del credente, essendo, per l’appunto, egli privo di una qualsiasi appartenenza ad un qualsivoglia proselitismo teologico che ne potrebbe indirizzare e/o influenzare il giudizio. L’essere ateo dovrebbe forse giustificare la noncuranza per la storia o la filosofia o la storia dell’arte, ecc.? Giustificando proprio il suo volersi distaccare dal Divino, come può un ateo deridere il crollo di un’opera millenaria che obbligatoriamente deve, invece, aver compreso e razionalizzato? Sarebbe come sostenere di ritenersi cristiani pur senza aver mai letto e compreso il Vangelo.

La domanda, dunque, torna ad essere la stessa: “Vale la pena o no porsi delle domande circa la qualità dell’esercizio di un tale diritto oppure esso stesso deve essere imprescindibile, sempre e comunque, aprioristicamente?”. Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

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