UNA RIVOLUZIONE FILOSOFICA: LA FEDE PERCETTIVA.


Spiegare la filosofia di Maurice Merleau-Ponty (1908/1961) è semplice. Sia nel linguaggio che nei suoi stessi contenuti. Anche l’esposizione è particolarmente chiara e lineare. Difficilmente potremmo sentirci come persi o in balia di congetture cervellotiche o frustranti. Ma può essere difficile – molto difficile – coglierla. Perché il discernere il punto di vista fenomenologico impone ed obbliga l’ascoltatore a porsi in una posizione filosofica completamente antitetica a tutte quelle prese in considerazione, fino ad ora. Visioni sistemiche, letture idealistiche, immanentismo o trascendentalismo, e via discorrendo, debbono essere riletti e reinterpretati alla luce di un nuovo modo sia di comprendere sé stessi che di porci dinanzi al Mondo. E, a dire la verità, questa “alienazione” da un’impostazione classica o accademica – rivolta sia all’essere che al mero filosofare – è tutta figlia (per l’appunto) della fenomenologia – Husserl docet -. Per comprendere le teorie di Merleau-Ponty, partiremo da un concetto ben preciso ed attorno al quale ruota tutta la trattazione del suddetto filosofo francese: la percezione.

La percezione in Merleau-Ponty non si riduce ipso facto ad un mero pro spicere. Nel senso che non trova la sua giustificazione solo “nel volgersi verso un qualcosa”. Esemplifichiamo ulteriormente il concetto: percepire non significa “vedere e/o cogliere ciò che si palesa, adesso ed in questo luogo, dinanzi agli occhi”. Se accettassimo questa dinamica epistemologica, faremmo meglio, sin da subito, ad abbandonare la fenomenologia e a tornare ad alcuni modus operandi antecedenti, come il razionalismo o l’empirismo. Al contrario, invece, la percezione secondo Merleau-Ponty si legittima grazie all’instaurarsi, tra percipiente e percepito, di un reciproca e dinamica dialettica gnoseologica: “vedo, colgo e percepisco tutto ciò che mi si presenta e tutto ciò verso cui io, attraverso il mio corpo, mi rivolgo. Il Mondo è a me presente ed io sono presente al Mondo”. Non credo possa essere formulata una perifrasi che meglio di questa riassuma la premessa pontyana di approccio alla realtà. “Tutti noi siamo un “qui” all’interno del Mondo”. E le nostre capacità sensoriali – i nostri sensi – non sono dei meri sensori terminali del nostro corpo, utili solo e soltanto a captare l’esistenza stessa del Mondo o del nostro stesso corpo. I sensi servono a far comprendere a ciascuno di noi quanto siamo sensibili al Mondo che ci circonda. La potremmo definire come una specie di “immedesimazione ontologica del nostro stato di natura all’interno della realtà sensibile“. Dunque, la percezione è un legame, un vincolo tra noi – in quanto percipienti – e le cose, che vengono percepite tramite l’esperienza. In questo si riassume e si riduce – verbo caro questo alla trattazione fenomenologica – la “fede percettiva” pontyana: essa è la semplice ed umana consapevolezza che il Mondo c’è, esiste, è dato a noi, indipendentemente da qualsivoglia rappresentazione possiamo elargirne. La fede percettiva di Ponty, quindi, non è altro che la fede riposta nella umana e naturale evidenza della realtà, ovvero nella consapevolezza della nostra presenza e della imprescindibile unione che ci lega al Mondo. Ma attenzione.

La percezione non si riduce ed esaurisce nella mera prova tangibile e sensibile (approccio empirico) del percipi epistemologico. Né, tanto meno, nell’esito finale di un dubbio metodico (approccio razionalista). Si tratta di una semplice constatazione. La constatazione, appunto, di essere al Mondo e di aprirsi al Mondo. E la posizione riconosciuta a noi tutti, ovvero a noi esseri dotati di capacità percettiva – i percipienti -, non è privilegiata o sopraelevata rispetto agli oggetti sensibili che ci circondano. Al contrario. Si tratta di un’interazione diretta, del tipo face to face, e nella quale niente è dato per certo, vero o sicuro in modo aprioristico – aspetto questo che coglieremo meglio quando analizzeremo l’intersoggettività pontyana -. Interno o esterno, dritto o rovescio, et similia, sono tutti concetti che continuamente devono essere riletti e ripensati tramite il susseguirsi delle esperienze. L’evidenza percettiva è, difatti, un’evidenza enigmatica nella fenomenologia di Merleau-Ponty.

Come sosteneva lo stesso filosofo, «la percezione lasciata a sé stessa si oblia.» Ma questo aspetto double face del Mondo non significa che la realtà sia un’illusione ingannevole (Descartes). Né che sia necessario prendere da essa le distanze, nel tentativo di coglierne l’essenza di veridicità. E non si tratta nemmeno di concepire la suddetta realtà alla stregua di una mera e banale somma di oggetti percepibili. La fede percettiva non si riduce nell’epistemologia empirica. La realtà è ricca di vuoti, fessure, lati non visibili, e via discorrendo, che fanno sì che il sensibile possa anche presentarsi incerto e/o insensibile. Si tratta di un Mondo che si apre a noi. Semplicemente questo! La percezione è l’esperienza primaria della “contingenza fondamentale”: penso, esisto, sono al Mondo e sono aperto agli altri!

Ma per il momento, ritengo sia intanto sufficiente il tentare di comprendere un tale rivoluzionario approccio al reale.

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