INTRODUZIONE A HUSSERL: “IO” E “CORPO”.


Il punto di partenza fondamentale, per la descrizione e comprensione della fenomenologia di Husserl, è la definizione del concetto di “io”. Quando ciascuno di noi dice “io”, allora si percepisce come il suo io. Tramite questo paradigma, ogni individuo, ovunque e sempre, indipendentemente da quale ambiente gli si apra attorno, “rinviene” sé stesso. Ed il verbo “rinvenire” assume, sin da subito, un ruolo predominante in tutta la trattazione husserliana. L’io, teorizzato dal filosofo austriaco, si costituisce di una dimensione personale ed individuale; gode di un nome definito, di un cognome, di precise emozioni e sensazioni, possiede ricordi e via discorrendo. Ogni io possiede proprie attitudini, capacità, facoltà, stati et similia. “Rinvenire” il proprio io significa (anche) il dover tener conto di tutte queste peculiarità, ovviamente.

Al “rinvenire” immediato del proprio io, segue la sua capacità di “enunciare”. L’io possiede specifiche opinioni, è portatore di esperienze e percetti presenti e passati, ha degli scopi particolari che si è prefissato di perseguire, ecc. In breve, la capacità di “enunciazione” dell’io sottintende un mero possesso. Ma, tra il “rinvenire” il proprio io ed il permettere ad esso di “enunciare”, sussiste un rapporto di non poco conto. Come sostiene Husserl: «L’io non trova sé stesso come qualcosa di equiparabile a ciò che egli possiede.» In effetti, non si tratta di un concetto particolarmente complesso da comprendere. Ragioniamoci sopra per qualche secondo: l’io non è, ad esempio, un’esperienza vissuta, ma colui che ha vissuto l’esperienza medesima. Oppure: l’io non è un mero atto compiuto, ma bensì l’individuo che l’ha compiuto. Ancora: l’io non è quel particolare tratto caratteriale, ma il soggetto che è portatore di quel carattere stesso. E via discorrendo. Inoltre, sostiene Husserl, ciascun io “rinviene” sé stesso – assieme alle proprie proprietà ed ai propri tratti egologici – come “già dato nel tempo”; ovvero non percepiamo noi stessi solo e soltanto allo stato presente sia nel semplice esistere (“rinvenire”) che nel mero possedere (“enunciare”). Tutto ciò che è, è stato e sarà, esattamente come tutto ciò che si possiede, è posseduto e verrà posseduto, ha una precisa collocazione temporale. Come l’io.

Inevitabilmente legate all’imprescindibilità del rinvenimento del proprio io, vi sono due consapevolezze umane:

  1. il “corpo vivo”;
  2. lo spazio-tempo che circonda il corpo vivo.

Ogni io rinviene sé stesso immediatamente perché possessore di un corpo (organico) vivo. Ogni corpo vivo gode di una precisa collocazione sia spaziale che temporale, ed attorno ad esso si raggruppa e dispiega l’ambiente sensibile. Indipendentemente da “dove” si trovi e da “quando” percepisca, ogni corpo vivo comprende, chiaramente, come l’ambiente, attorno a lui, sia limitato. Limitato sia da parametri spaziali sia da parametri temporali. Ma nonostante questo, gli ambienti vengono sempre percepiti. Direttamente. O tramite ricordi intenzionali. Ma la percezione porta sempre alla consapevolezza di come quell’ambiente sia, appunto, finito; trattasi di una porzione di un Mondo sensibile molto più esteso e nel quale gli oggetti proseguono, dispiegandosi nell’infinito spazio euclideo. Lo stesso identico ragionamento lo possiamo applicare sulla componente temporale: ogni attimo presente si accompagna ad una esperienza passata e si protrae verso il futuro. Questo ci porta ad enunciare uno dei primi grandi punti gnoseologici della fenomenologia di Husserl: gli oggetti sensibili non esistono solo quando vengono percepiti; esattamente come non esistevano soltanto quando furono percepiti e/o esisteranno soltanto quando saranno percepiti. Ogni cosa esiste in sé, esisteva in sé ed esisterà in sé. E questo indipendentemente sia dalla componente spaziale – “non li percepisco qui” – sia da quella temporale – “non li percepisco ora” o “non ho ricordo di loro” -, che definiscono (entrambe) l’ambiente che si apre attorno (qui ed ora).

La capacità di “enunciazione” dell’io implica il fatto che lo stesso possa “sentenziare”. Questo vuol dire che ciascuno di noi sia in grado di esprimere il vero o di cadere in errore. Ma vi è sempre una consapevolezza incontrovertibile ed indipendente dai contenuti della suddetta enunciazione: la percezione del proprio corpo vivo. Questo significa che la percezione lato sensu, rivolta agli oggetti sensibili, ruoti sempre attorno ad un punto fermo e centrale: il corpo vivo, per l’appunto. Sia l’orientazione spaziale – destra/sinistra, sopra/sotto, ecc. – che quella temporale – ora/dopo, oggi/domani, ecc. – del Mondo sensibile sono sempre rivolte al corpo vivo del percipiente. Il vero punto zero dell’esperienza sensibile.

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