SENSO E MORALE IN PONTY.


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“Posso affermare che le idee che possiedo, qui ed ora, saranno le stesse anche in futuro?”. “Muteranno forse senso e significato?”. “Si dovranno “aprire” a nuove realtà, a nuove consapevolezze e/o a nuove esperienze percettive?”. Ponty sfrutta tutti questi quesiti per unire la “percezione” al “pensiero”: entrambi, infatti, contemplano un «orizzonte di avvenire», si basano su di un «orizzonte di passato» e, nonostante non «scorrano alla stessa velocità né allo stesso tempo», sono ambedue temporali. Percezione e pensiero sono, quindi, limitati da un «momento dato»; ma questo non impedisce loro di esprimere delle verità (prospettiche), visto e considerato che sono sempre «aperti ai campi della cultura e della natura» – perché “io mi apro al Mondo ed il Mondo si apre a me” -.

Questa dinamica gnoseologica permette al filosofo francese di ripudiare ogni forma inerente lo scetticismo. Quest’ultimo si origina nel momento in cui, una volta raggiunta la verità espressa da un’idea, essa finisca col dimostrarsi essere del tutto falsa. Ma questa è una premessa ripudiata aprioristicamente dalla fenomenologia pontyana, dato che quest’ultima non verte e non si rivolge – mai – alla definizione di concetti assolutistici.

Se la nostra vita (percettiva) , in quanto esseri percipienti, è perennemente – ed inevitabilmente – rivolta al Mondo, una morale in senso lato, che sia unica ed assoluta, non può esistere. Anzi. Non può nemmeno venire contemplata. Tutto si riduce all’esperienza percettiva prospettica; niente si esaurisce in dei valori universalmente riconosciuti. La morale pontyana, dunque, impone due dinamiche di non poco conto:

  1. ripudiare ogni interpretazione solipsistica dell’ego, perché tutti i principi filtrano dalle esperienze prospettiche, cioè dalle “coscienze prospettiche”, e, quindi, “dobbiamo comprendere i nostri atti anche “nel” e “dal” punto di vista dell’alter ego” – verso il quale ci apriamo inevitabilmente -;
  2. rinnegare ogni interpretazione relativistica delle idee e dei valori medesimi, perché non si tratta di affermare che “ogni morale sia relativa” ma, piuttosto, si tratta di evidenziare come sia fondamentale comprendere quella medesima morale in una molteplicità di punti di vista, che la completano, ma mai riducendola ad una universalmente valida per tutti.

La molteplicità delle “coscienze prospettiche”, da una parte, e la loro non aprioristica convergenza, dall’altra parte, sono i due capisaldi dell’intersoggettività pontyana. Il che significa che niente, a priori, possa garantirci la “ovvietà” o la “possibilità” di una morale universale:

Come la percezione di una cosa mi apre all’essere, realizzando la sintesi paradossale di un’infinità di aspetti percettivi, allo stesso modo la percezione dell’altro fonda la moralità realizzando il paradosso di un alter ego, di una situazione comune, collocando me, le mie prospettive e la mia solitudine incomunicabile nel campo della visione di un altro e di tutti gli altri.

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