L’ALTER EGO E LA NEGAZIONE DEL RELATIVISMO.


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L’osservazione più immediata – e forse anche la più logica -, che potremmo formulare, arrivati a questo punto della trattazione, potrebbe essere quella di asserire che la fenomenologia di Ponty non faccia altro che ridursi ad un mero relativismo gnoseologico. Ma, esattamente come abbiamo visto per il razionalismo, l’empirismo, l’idealismo e lo psicologismo, affermare che Ponty sia un filosofo relativista sarebbe l’ennesimo grossolano errore di valutazione. E di comprensione delle sue stesse riflessioni filosofiche.

Il fatto che non sia possibile ridurre l’esito di un’indagine percettiva ad un mero elaborato intellettuale di tipo assolutistico e la consapevolezza di come l’immanenza del Mondo sensibile vada di pari passo con una sua intrinseca trascendenza, non significa che la verità lato sensu non esista e che ogni aspetto della realtà debba esser percepito in ottica relativista. Il fatto è che questa “premessa” epistemologica, alla fenomenologia, non interessa minimamente. Viviamo nel Mondo. Ci apriamo continuamente ad esso. Nel corso della nostra vita, sviluppiamo sempre più crescenti e numerose esperienze percettive che, di volta in volta, ci permettono di comprendere ulteriormente noi stessi e la realtà verso la quale ci apriamo – e che, al contempo, si apre a noi -. Lo scopo della fede percettiva è cogliere quella specifica esperienza prospettica, che stiamo maturando in quel momento ed in quel luogo. Tutto qui. Inoltre – ed è questo un passaggio di assoluta importanza, per comprendere la filosofia pontyana -, siamo letteralmente “obbligati” a vivere tramite le nostre esperienze percettive. Non potrebbe essere altrimenti. Non possiamo isolarci dal Mondo. Giorno dopo giorno, ci apriamo ad esso e lasciamo che esso si apra a noi. Questa inevitabilità ontologica dell’esperienza prospettica umana è incontrovertibile. E non solo siamo inevitabilmente portati a confrontarci con il Mondo, “sostando” su punti di vista, via via, diversi tra loro; questa stessa apertura è, difatti, scontata anche nei riguardi dei nostri simili. L’esistenza dell’alter ego – concetto che sarà poi molto approfondito anche dalla sociologia fenomenologica – non può essere ignorata o scartata. Nemmeno lontanamente. E ci permette d’introdurre le riflessioni pontyane in seno all’intersoggettività.

Per Ponty è, ovviamente, impossibile negare l’esistenza della molteplicità delle “coscienze percettive”. Non tutti coloro che percepiscono lo stesso oggetto ne possono avere la stessa percezione – in quanto i punti di vista prospettici sono profondamente diversi gli uni dagli altri -. Quindi, al contempo, risulta innegabile anche l’inesistenza di un linguaggio, comunemente condiviso, che sia capace di riunire, sotto ad un’unica prassi comunicativa, tutte le “coscienze percettive” di cui sopra. Ma possiamo approfondire ulteriormente la riflessione. Non solo l’individuazione del mio prossimo è inevitabile. Ma esso stesso altro non è che un oggetto sensibile da me percepito prospetticamente. Anche l’alter ego, dunque, sottosta a quel processo gnoseologico che abbiamo visto precedentemente. Ho esperienza di lui attraverso il punto di vista dal quale lo osservo. Ma ancora: tra il mio essere individuo percipiente e l’alter ego esiste sempre quel paradosso – dicotomico, assolutamente dicotomico – tra immanenza e trascendenza, che sta alla base del Mondo sensibile: “io vedo il colore rosso ma non potrò mai sapere come tu lo veda; proprio come tu non potrai mai sapere come io lo veda”. Ma possiamo ancora andare più a fondo: se sono inevitabilmente portato ad aprirmi non solo nei riguardi del Mondo ma anche nei confronti del mio alter ego, allora nessun essere percipiente potrà mai “auto-possedersi” de facto. Ognuno di noi vive perennemente nell’ottica prospettica altrui, in una “perenne percezione empatica dell’altro”. La “riduzione fenomenologica” verte anche sull’essere, dunque:

Io non capisco come qualcuno potrebbe porre l’altro senza me; per la mia esperienza è impossibile. […] Tutti noi siamo in un’esperienza dell’io e dell’altro che cerchiamo di dominare pensandola, ma senza poterci illudere di farlo mai completamente. Anche quando credo di pensare universalmente, se l’altro mi rifiuta il suo assenso, sento che questa universalità non era che privata […].

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