GRANDEZZA VISIBILE O GRANDEZZA TANGIBILE?


Articolo correlato: L’EMPIRISMO DI BERKELEY: IL CONCETTO DI DISTANZA.

Affrontato il problema relativo all’idea della distanza, ecco che adesso dobbiamo indirizzare la nostra attenzione sul concetto di grandezza. Un’idea che permette al filosofo inglese di evidenziare la “differenza percettiva” esistente tra la vista ed il tatto.

Berkeley sostiene che le idee di “spazio”, “esteriorità” e “distanza” non siano esclusive della vista. Possono venire introdotte nella mente del percipiente in due modi; potremmo essere portati a ritenere che “vediamo la stessa estensione che tocchiamo”, ma gli oggetti che si palesano alla vista differiscono da quelli percepibili attraverso il tatto.

L’empirista afferma che vi siano due generi di oggetti “afferrati” dalla vista: il primo viene colto immediatamente ed “originariamente”, mentre il secondo richiede la mediazione e l’intervento del primo. Cerchiamo di chiarire il tutto:

  • il primo genere comprende gli oggetti “propriamente ed immediatamente visibili”;
  • il secondo, quelli “propriamente tangibili” , misurati e percepiti tramite il tatto. Per entrare nella mente , essi richiedono, ad ogni modo, la mediazione della vista.

Ma, come detto poc’anzi, può risultare difficile il comprendere la distinzione tra il percepire tramite la vista ed il percepire tramite il tatto, dato che siamo, molto spesso, portati a considerare quella singola idea come identica in entrambi i casi. Ma le esperienze, che permettono all’idea della vista ed all’idea del tatto di entrare nella mente del percipiente, restano, ad ogni modo, diverse. Ed è proprio in questa sottigliezza epistemologica che trae giustificazione la differenza tra i due modi di percepire l’oggetto sensibile.

La riflessione sul tatto, permette al filosofo inglese d’introdurre il concetto di “grandezza”. Ma facciamo un piccolo passo indietro. Abbiamo visto come la vista si rapporti all’idea della distanza. Ebbene, come si pone nei riguardi dell’idea della grandezza – o estensione -?

Berkeley afferma che, di ogni oggetto percepito dalla vista, vi sia sempre un «minimun tangibile» ed un «minimun visibile»; l’estensione, cioè, non è infinitamente divisibile – questa posizione anti-cartesiana avremo poi modo di analizzarla più a fondo, quando porremo il filosofo inglese nei riguardi della matematica e della geometria –. Oltre un certo punto, i sensi non percepiscono più niente. Dobbiamo fare una precisazione, adesso.

L’oggetto “posto al di fuori della nostra mente e dotato di distanza” mantiene sempre la stessa grandezza. Se, però, noi ci avviciniamo o ci allontaniamo da esso, possiamo notare come questa sua grandezza non resti fissa. Berkeley, allora, afferma che, ogni qualvolta si parli di “grandezza” o di “estensione”, sia necessario rivolgersi, solo e soltanto, a quella tangibile – mantenendo sempre ben chiara la differenza tra codesta e quella visibile, ovviamente -. Si tratta, dunque, di cercare di capire quali siano le idee che permettono al concetto di “grande o piccolo” di entrare nella mente del percipiente – in poche parole, è lo stesso percorso epistemologico che abbiamo già affrontato sul tema della “distanza” -. Berkeley prima ne individua due…

  • la confusione e la distinzione (percettiva);
  • il fatto che la grandezza visibile faccia da mediazione a  quella tangibile, affinché quest’ultima possa entrare nella visione.

… poi ne formula una sintesi:

  • caeteris paribus, tanto più grande (o tanto più piccolo) è l’oggetto visibile, tanto più grande (o tanto più piccolo) sarà quello tangibile. Per quanto poi possa essere “ampia” la grandezza visibile”, se confusa, la grandezza tangibile sarà non “piccola”. Se chiara, sarà “più grande”.

Ed è la stessa esperienza che lo sostiene – proprio come già visto per l’idea della distanza -:

[…] se non fosse per l’esperienza, non giudicheremmo che un’apparenza debole o confusa sia connessa a una grandezza maggiore o minore, più di quanto giudicheremmo sia connessa con una distanza maggiore o minore.

Ma nuovamente dobbiamo prestare attenzione. Tra grandezza visibile e grandezza tangibile non vi è una relazione ontologicamente necessaria. In sintesi: secondo Berkeley, una grandezza visibile maggiore (o minore) non implica una grandezza tangibile maggiore (o minore), proprio perché l’una non può venire dedotta dall’altra. È giusto affermare che la grandezza tangibile (tatto) entri nella mia mente perché quella visibile (vista) svolge una funzione di mediazione nei suoi riguardi. Ma, ontologicamente parlando, il legame tra le due – al fine di fornirne una precisa definizione – non è necessario. Stando a quanto sostiene l’empirista inglese, infatti, ciascun percipiente è spronato a considerare gli oggetti sensibili in base al grado di giovamento o di sofferenza che gli stessi suscitano nei riguardi del proprio corpo. Ecco, dunque, perché le grandezze tangibili vengono maggiormente prese in considerazione da ogni singolo soggetto:

È per questo che quando guardiamo un oggetto facciamo principalmente attenzione alla sua figura ed estensione tangibile, mentre facciamo poca attenzione alla figura e alla grandezza visibili, che, sebbene più immediatamente percepite, ci riguardano di meno, e non sono in grado di produrre alcuna variazione nei nostri corpi. […] Ogni qual volta diciamo che un oggetto è grande, o piccolo, di questa o quella determinata misura, affermo che deve essere intesa l’estensione tangibile, e non la visibile, a cui si presta minore attenzione, anche se è immediatamente percepita.

Il ragionamento, tutto sommato, è particolarmente logico. Avevamo affermato che la distanza non venisse immediatamente colta, ma che necessitasse di idee che le permettessero di entrare nella mente – e questa necessarietà ci viene spiegata proprio dall’esperienza -. Il ragionamento non cambia. È esattamente la stessa identica cosa per la grandezza.

Come vediamo la distanza, così vediamo la grandezza. E vediamo entrambe nello stesso modo in cui vediamo la vergogna o la rabbia nell’aspetto di un uomo. Queste passioni sono in sé stesse invisibili, ma entrano nell’occhio assieme ai colori e alle alterazioni del volto, che sono gli oggetti immediati della visione [… ]. Senza la quale esperienza non potremmo considerare il rossore come il segno della vergogna più che della felicità.

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