L’INTELLETTO UMANO SECONDO TOMMASO: PARTE SECONDA.


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Una delle critiche più forti che Tommaso rivolge ai peripatetici – in special modo ad Averroè – verte sul dover considerare l’intelletto umano come “non misto”. Viene, infatti, contestato il fatto che se l’anima è forma del corpo, essa stessa deve essere “causata” dagli elementi. In sintesi: l’intelletto non proviene da un principio esterno o estrinseco ma, al contrario, è “dedotto” e “informato” dalla materia che è in “potenza” alla forma. Nuovamente Tommaso si affida all’argomentare di Aristotele.

Tommaso ribadisce come la potenza intellettiva sia l’unica potenza dell’anima a non necessitare della materia per svolgere (tutte) le proprie funzioni. Ovvero, in seno al suo essere, essa non è dedotta e informata in toto dalla potenza della materia. È senz’altro giusto sostenere come la potenza si definisca in riferimento all’atto. Questo vale per le altre potenze dell’anima che per il loro stesso essere vengono dedotte dalla materia che è in “potenza” alla forma – si tratta di potenze dell’anima a cui sono ascrivibili, come abbiamo già visto, organi sensoriali specifici -. Ma questo, per l’appunto, non è il caso dell’intelletto che è perpetuo e impassibile, ovvero separato. Esso proviene, dunque, dall’esterno.

Da una tale riflessione possiamo essere portati a pensare che la parte sensitiva e vegetativa dell’anima provengano da cause diverse da quella dell’intelletto. Tommaso però ribadisce come sia la unicità dell’anima, ovvero il fatto che le sue potenze differiscano per concetto e non per luogo, a far sì che non si crei alcun inconveniente a tal riguardo. Aristotele, infatti, sostiene che “in ciò che segue si trova sempre in potenza ciò precede”: ad esempio, nel quadrato è presente il triangolo – ovvero, “nel quadrato che segue è in potenza il triangolo che precede” -. Vi è, quindi, una precisa gerarchia tra le potenze dell’anima: nel sensitivo è presente il vegetativo ed entrambi sono presenti nell’intellettivo – se stiamo prendendo in considerazione l’uomo -. Ragioniamo adesso per analogia, sfruttando il seguente esempio.

Il pentagono è costituito dal quadrato e dal triangolo. Il quadrato è sicuramente diverso in modo assoluto dal triangolo ma non dal triangolo che si trova in esso in “potenza” – come detto poc’anzi, “in ciò che segue si trova in potenza ciò che precede” -. Possiamo sicuramente affermare come le cause del quadrato e del triangolo siano differenti, ovvero da ascrivere a fattori e/o agenti distinti. Ma il triangolo che è in “potenza” nel quadrato condivide la medesima causa di quest’ultimo. Possiamo, dunque, sostenere che il sensitivo e il vegetativo abbiano cause diverse in riferimento al proprio essere, ma il sensitivo ed il vegetativo che si trova nel sensitivo condividono la medesima causa.

È possibile affermare che il sensitivo ed il vegetativo, pur trovandosi nell’intellettivo, provengano da una causa estranea a quella di quest’ultimo? Sì, perché non è un inconveniente se un agente superiore possiede le stesse capacità (magari “potenziate”) di un agente inferiore.

Si tratta di comprendere il tutto in riferimento ad una vera e propria scala gerarchica delle potenze dell’anima: l’anima intellettiva – come visto poc’anzi – possiede una causa esterna – l’intelletto non è dedotto dalla materia che è in “potenza” alla forma – e, essendo superiore a quella sensitiva e vegetativa, possiede le medesime capacità di entrambe che provengono da agenti inferiori. Non si tratta di un discorso di “dipendenza formale o efficiente” tra le potenze dell’anima ma di “semplice gerarchia”.

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