UNA LETTURA CLASSICA DELLA REALTÀ SOGGETTIVA.


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Cerchiamo adesso di comprendere come la realtà soggettiva venga a crearsi. Si tratta di un passaggio particolarmente importante dato il ruolo di assoluto protagonista che la soggettività svolge all’interno del funzionamento della dialettica sociale – in seno alle già, più volte, citate “esteriorizzazioni soggettive” -. Per analizzare la realtà soggettiva, dobbiamo focalizzare la nostra attenzione su due livelli di analisi e d’indagine tra di loro complementari e concatenati: la socializzazione primaria e le varie tipologie di socializzazioni secondarie cui un individuo può esser sottoposto nel corso della propria vita. In quest’articolo, intanto, ci occuperemo della prima.

La struttura base della socializzazione primaria, teorizzata da LuckmannBerger, assume una fisionomia di questo tipo:

Pic #03

Gli agenti socializzatori sono, generalmente, i genitori. O, comunque, sono i soggetti con i quali il bambino stringe, fin da subito, un forte legame empatico, di affettività e affiliazione. L’assimilazione e la metabolizzazione degli insegnamenti da parte del piccolo avviene proprio a causa della presenza di un tale ed intenso legame, instauratosi tra chi impartisce e chi impara. Tutto ciò che viene comunicato al ragazzo viene assimilato, elaborato ed infine riprodotto. Ed è la riproduzione medesima che evidenzia, sempre di più, col passare del tempo, l’avvicinarsi della conclusione del processo stesso di socializzazione. L’esempio della “minestra gettata a terra” – trattato dai due sociologi austriaci all’interno dell’opera The social construction of reality (1966) – è profondamente indicativo a tal riguardo. I genitori insegnano al bambino che non si deve gettare la minestra a terra, perché “il gettare la minestra a terra” è un comportamento non consono a quelli comunemente condivisi all’interno del contesto sociale nel quale essi vivono. Nel momento stesso in cui il piccolo non getta più la minestra a terra, questo step della socializzazione può considerarsi concluso. Ma prestate attenzione: non tutto è così lineare e/o meccanicistico. Vi è una sfumatura concettuale che è fondamentale cogliere.

Abbiamo appena sostenuto che, nel momento in cui il ragazzo smette di buttare a terra la minestra, si possa considerare concluso quello specifico percorso di socializzazione. Ma questa deduzione è corretta solo in parte. In realtà, l’assimilazione e la metabolizzazione – ovvero l’apprendimento (in questo caso del “non si getta la minestra a terra”) – hanno due livelli di agnizione. Inizialmente, ciò che viene impartito è appreso e riprodotto dal piccolo sulla base dell’intensità del rapporto di affettività con gli agenti socializzatori. Il bambino non getta la minestra a terra per compiacere sua madre oppure per timore di essere punito, et similia. Ma la riproduzione di quanto insegnato non soddisfa pienamente sé stessa solo attraverso una meccanicistica osservanza di un determinato precetto (“il non gettare a terra la minestra”). Tutt’altro. La socializzazione è conclusa quando il ragazzo comprende che tale azione gli sia inibita non solo perché sono i suoi agenti socializzatori a comunicarglielo, ma anche perché egli stesso evidenzia l’inadattabilità di quel gesto, all’interno del proprio contesto sociale di riferimento. La conclusione, cui l’interessato perviene, risponde ad una logica di metabolizzazione del pensiero di questo tipo: “non getto la minestra a terra perché nella realtà in cui vivo non si gettano le minestre a terra”. Si tratta, in sintesi, di un conformarsi ad un conservatorismo delle attitudini socialmente diffuse e riconosciute. In questo modo il comportamento – assimilato, metabolizzato e riprodotto in toto – diviene oggettivo e fornisce una comprensione, sempre oggettiva, della realtà di riferimento.

Nonostante dal grafico l’iter della socializzazione primaria risulti essere lineare, delle interruzioni e/o delle vere fratture possono verificarsi durante questo percorso. Innanzitutto, vi possono essere casi in cui gli agenti socializzatori siano letteralmente decontestualizzati. L’esempio trattato da LuckmannBerger è quello della tata: in un famiglia, nella quale i genitori dedicano poco tempo alla prole di modo che sia così la tata ad insegnare loro i comportamenti basilari da adottare durante la propria fase di crescita, si può originare una profonda frattura in seno alla socializzazione primaria. Sarà la realtà oggettiva della tata a fare da riferimento per il bambino, per la comprensione e la riproduzione oggettiva delle attitudini. Non quella dei genitori. E questo esempio è fondamentale per ribadire, nuovamente, come in fase di socializzazione primaria il rapporto di affettività sia la componente fondamentale e fondante l’intero percorso educativo. In tal caso, conclusasi la socializzazione primaria, il ragazzo potrebbe anche essere un “portatore” di atteggiamenti e comportamenti che, oggettivamente, non rispecchiano la realtà oggettiva dei suoi stessi genitori.

Ma nel tragitto che va dall’input all’output comunicativo e comportamentale, si possono presentare molteplici situazioni di disturbo e/o d’impedimento che possano frenare o mistificare l’intero processo. Malattie, menomazioni, impedimenti legati ad alcune disfunzioni in seno alla capacità di ascoltare, di capire o di interrelazionarsi col prossimo – pensiamo, ad esempio, ai bambini portatori della sindrome di down o a quelli autistici -, ecc., possono, nella stragrande maggioranza dei casi, rappresentare degli ostacoli difficilmente superabili.

Vi do appuntamento al prossimo articolo dove tratterò le socializzazioni secondarie, di modo da poter così concludere questa analisi rivolta alla sociologia classica – e dai tratti molto conservatrici – di LuckmannBerger.

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