VOLTAIRE E L’ESPERIENZA GINEVRINA.


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Possiamo sostenere essere stati due gli accadimenti che spostarono, inevitabilmente, il pensiero politico e filosofico di Voltaire verso una vera e propria concezione pessimistica della storia – a danno così dell’ottimismo antropologico riversato nei confronti del peuple -. Il primo di questi eventi fu rappresentato, senza dubbio alcuno, dal terrificante e disastroso terremoto di Lisbona (1 Novembre 1755), che obbligò l’intera “Europa accademica” a rileggere gli eventi catastrofici ed il ruolo riservato all’uomo all’interno del Mondo – oltre a spingere il patriarche de Ferney a riconsiderare alcune “posizioni” filosofiche assunte nei riguardi sia di Rousseau sia (soprattutto) di Leibniz -. Il secondo accadimento – che si andò ad aggiungere alla già non molto fortunata esperienza prussiana vissuta presso la corte di Federico II – vide coinvolto il filosofo parigino in Svizzera. Ed è proprio in riferimento a questa (deludente) esperienza politica (repubblicana) che intendo soffermarmi in questo articolo.

Nel XVIII secolo la svizzera Ginevra era organizzata secondo un’oligarchia ben definita; vi erano due principali organi governativi ed amministrativi: un Piccolo Consiglio ed un Consiglio Generale. Del primo facevano parte i négatifs, ovvero i rappresentanti delle classi aristocratiche, mentre nel secondo trovavano seggio i répresentants, esponenti, per lo più, della borghesia mercantile e del ceto medio-alto. Queste erano le sole classi sociali ad aver diritti politici e rappresentanza politica in seno al governo; ai natifs ed agli habitants, ovvero le classi popolari, erano preclusi questi riconoscimenti. Non sussisteva nemmeno un ben definito equilibrio di potere: il Piccolo Consiglio aveva diritto di veto nei riguardi delle decisioni richieste o avanzate dal Consiglio Generale, il che rendeva Ginevra un’oligarchia conservatrice e difficilmente soggetta a mutamenti concreti. Il ruolo ricoperto dai répresentants era dunque, per lo più, meramente illusorio – una conclusione politica cui pervenne anche lo stesso Rousseau nelle sue Lettere scritte dalla montagna (1764) -. All’interno di questa querelle, che vedeva coinvolti i due organi fondanti l’intero assetto istituzionale di Ginevra, Voltaire decise di schierarsi in favore dei répresentants.

Le Propositions à examiner pour apaiser les divisions de Gèneve dell’Ottobre del 1765 furono scritte dal libertino con l’intento di evidenziare la dicotomia esistente, nella repubblica svizzera, tra l’assoggettamento del Consiglio Generale al Piccolo Consiglio, nonostante il riconoscimento giuridico e la rappresentanza politica che dal dettato costituzionale erano riconosciuti alle classi borghesi. Ma il dramma volterriano dell’esperienza ginevrina si tradusse nella mancata capacità politica di Voltaire di cogliere i reali interessi dei répresentants. Quest’ultimi non tardarono a declinare e denigrare il ruolo di loro portavoce ricoperto dall’illuminista; al Consiglio Generale, infatti, non premeva l’instaurazione di una repubblica liberale – vero obiettivo politico di Voltaire –, quanto piuttosto il raggiungimento di un compromesso politico con l’aristocrazia, tale da mantenere lo status quo (ovvero l’alienazione e l’estraneità del popolo dalle questioni inerenti la res publica). Un anno dopo gli scritti di Voltaire, nel 1766, il Piccolo Consiglio pose in essere una mediazione con le classi borghesi organizzando un’assemblea che facesse da intermediaria tra queste due classi sociali in contesa. A tale mediazione parteciparono esponenti di varie città di Francia, di Zurigo e di Berna. Ma le mancate riforme sociali sarebbero sfociate ben presto in rivolte. I natifs – contadini, piccoli artigiani e nullatenenti, nella maggior parte dei casi –, stanchi di essere continuamente estraniati dalla vita politica e decisionale della repubblica, chiesero a Voltaire, per merito del loro massimo rappresentante George Auzière, di scendere pubblicamente in campo in loro difesa. Nelle vesti proprie del philosophe engagéNel 1768 la mediazione tra Piccolo Consiglio e Consiglio Generale trovò compimento nell’Editto Di Conciliazione di Tronchin – un famoso medico svizzero e fedele amico di alcuni dei più illustri philosophes del periodo, tra i quali lo stesso patriarche de Ferney -: ai répresentants fu riconosciuto il diritto dell’elezione popolare dei magistrati.

Il malcontento dei natifs esplose nel 1770 dando vita ad una vera e propria rivoluzione ed insurrezione armata, date le oramai insanabili spaccature sociali coi répresentants. A Voltaire, deluso e fortemente amareggiato dal declino rovinoso della situazione socio-politica ginevrina, non rimase altro da fare che prendere le distanze da tali violenze. Le ritorsioni delle autorità civili furono particolarmente nefaste: molti natifs si nascosero e si ritirarono nella vicina Ferney e nella città di Versoix, nei pressi della frontiera ginevrina. Solo nel 1792 i natifs avrebbero finalmente ottenuto il riconoscimento dell’eguaglianza politica, nella speranza di instaurare così una repubblica profondamente liberale, fin dalle sue istituzioni. Proprio come Voltaire aveva auspicato ben vent’anni prima.

La parabola svizzera – così come (in parte) quella prussiana – mise a durissima prova e minò moltissimo le convinzioni volterriane circa le posizioni liberali e repubblicane; non fu un caso se Voltaire continuò, politicamente parlando, ad oscillare tra la teorizzazione di una Repubblica e quella di un “Dispotismo illuminato” – le distanze da Hobbes, del resto, non furono mai del tutto totali in ambito istituzionale -.

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