ÉCRASEZ L’INFÂME!


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«Finisco le mie lettere dicendo Écrasez l’infâme! così come Catone diceva sempre Delenda Carthago!». Questo è quanto può essere riscontrato nel pensiero di Voltaire, se scrutiamo con attenzione le sue Correspondances litteraires. «Écrasez l’infâme!» può essere tradotto con l’espressione “Schiacciate l’infame!”. La prima volta, in cui il “concetto” de l’écraser l’infâme appare nelle tematiche volterriane, risale ad una lettera datata 23 Giugno 1760; lettera che il patriarche de Ferney inviò all’amico D’Alembert:

Io vorrei che voi esecraste l’infame, questa è la questione più importante. Bisogna ridurlo allo stato in cui si trova in Inghilterra e voi, se lo vorrete, ne verrete a capo. Questo è il più grande servizio che si possa rendere al genere umano.

Tutta la filosofia militante volterriana si muove lungo tre concetti: il deismo, la tolérance e l’infâme, per l’appunto. E per comprendere appieno il voltarianisme dobbiamo, per forza di cose, approfondire queste tre tematiche. Per quanto concerne l’infâme, esso è l’antitesi della tolleranza. L’infame in Voltaire è, dunque, il fanatismo, il dogmatismo, l’intolleranza, ecc. In sintesi, tutto ciò che viene comunemente etichettato sotto la dicitura intolérance. Molto spesso è semplicemente identificato con la Chiesa di Roma. Inoltre, da un punto di vista (anche) meramente letterario, viene generalmente associato al “caso Calas” – che ho già avuto modo di trattare tempo addietro -. Ma duplice è il piano di lettura attraverso il quale possiamo approfondire, analiticamente, la riflessione in seno all’infâme volterriano. L’intolleranza nel pensiero di Voltaire verte su due complementari campi di indagine e di ricerca gnoseologica: la storia e la filosofia. Dobbiamo, quindi, procedere con un minimo di attenzione.

Su di un piano prettamente storico, l’infâme viene generalmente accostato da Voltaire a realtà tangibili e ben definite, come il cattolicesimo – in special modo, la sua critica è rivolta al gesuitismo -, l’Inquisizione, il giudaismo – nonostante nel Traitè siano più i cristiani degli ebrei ad essere i veri referenti delle sue invettive -, il feudalesimo lato sensu e, soprattutto, le Crociate compiute in Terra Santa. Sia il Traitè sur la tolérance (1763) che l’Essai sur les moeurs et l’èsprit des nations – pubblicato per la prima volta nel 1756, per poi essere integrato nel 1769 da La philosophie de l’historie – trattano molte di queste tematiche. Ma, proprio in riferimento a questa chiave di lettura, prettamente storica, rivolta all’analisi dell’intolleranza volterriana, risulta particolarmente importante un’altra opera: ovvero la Historie des Crosaides del 1753. Qui l’illuminista espone il suo pensiero circa il vero significato delle crociate cristiane, non elemosinando anche alcune interessanti riflessioni nei riguardi della struttura feudale dell’Europa a lui contemporanea. Secondo Voltaire la crociata – intesa in senso lato – compiuta in Oriente in nome di Dio «ha dato origine a molte azioni grandi e infami ed è stata causa di assai maggiore infelicità che di gloria.»

La critica di Voltaire ha un duplice indirizzo. Da una parte, l’illuminista parla di baroni avidi e corrotti, di principi ignoranti e arrivisti e di avventurieri privi di ogni umano scrupolo. E non mancano nemmeno forti critiche e denunce nei riguardi della borghesia finanziaria e mercantile, che rifornì e vettovagliò queste missioni d’oltre Europa. Ma dall’altra parte, l’illuminista si scaglia ferocemente anche sulla gente comune, sulla massa popolare, sul volgo, sul peuple: gli errori, gli orrori e l’ipocrisia delle “crociate popolari”, rappresentate storicamente dal saccheggio di Gerusalemme, divengono un simbolo di fanatismo religioso e di deviata superstizione agli occhi di VoltairePer il libertino, la denuncia indirizzata alle crociate assume le vesti di una critica generalmente rivolta all’oscurantismo dogmatico e storicizzato del Medioevo e, quindi, più precisamente, delle verità rivelate. Motivo per il quale, una caratteristica tipica di tutto l’ésprit philosophique del Settecento francese diviene l’idealizzazione del mondo orientale – basti pensare a opere come La princesse de Babylone (1768), scritta dallo stesso Voltaire -. Ma le “infami” crociate cristiane, se, da una parte, vengono usate anche stilisticamente dall’illuminista per ribadire ancora una volta il suo disprezzo nei riguardi dell’intolleranza e del dogmatismo fanatico ed omicida, dall’altra parte, mantenendo sempre una chiave di lettura storica, sono anche equiparate ad un vero e proprio input di progresso socio-politico che ha permesso al vecchio impianto feudale di venire lentamente corroso al suo interno. Si consideri, a tal riguardo, quanto sostenuto dal professore Franco Cardini:

[.. ..] più in profondo, la vasta se non sempre meditata del tutto cultura del Voltaire e i suoi interessi abbraccianti una gamma assai estesa di discipline dalla letteratura alla politica alla economia alla storia orientale fanno sì che le crociate siano da lui immesse in tutto un ampio contesto storico-politico che permette di vederle non come un fatto isolato, bensì come un aspetto del grande movimento di popoli nell’Europa e nel bacino del Mediterraneo verificatosi nell’XI secolo, movimento che aveva portato alla formazione delle due nuove potenze normanne in Inghilterra ed in Italia meridionale e del quale la grande invasione tartara costituiva il corrispettivo asiatico. […] e Voltaire puntualizzava a questo riguardo con singolare chiarezza come la crociata abbia sventrato la cadente società feudale e contribuito alla libertà civile ed economica delle “borghesie cittadine” il cui esordio sulla scena del Medioevo è appunto coincidente con essa, e non per caso.

Anche la guerra (così come la mera tortura, del resto), proprio perché dinamica osteggiante i principi fondanti la pratica deista, assume i connotati dell’infâme in Voltaire. Si prenda in considerazione l’art. Guerre del Dictionnarie philosophique:

Il più irriducibile adulatore converrà senza fatica che la guerra porta con sé la peste e la carestia, per poco che abbia visto gli ospedali degli eserciti di Germania, e sia passato in qualche villaggio dove si sia consumata qualche grossa impresa bellica. Indubbiamente è una gran bella arte quella che devasta le campagne, distrugge le abitazioni e fa morire, in anni normali, quarantamila uomini su centomila. […] La cosa più sorprendente di questa impresa infernale, è che ogni capo di questi assassini fa benedire le sue insegne e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il prossimo. […] La religione naturale ha impedito mille volte ai cittadini di commettere crimini. […] Ma la religione artificiale incoraggia a tutte le crudeltà collettive, congiure, sedizioni, brigantaggi, imboscate, scorrerie cittadine, saccheggi, omicidi. Ciascuno marcia allegramente verso il delitto sotto il vessillo del suo santo.

O, per l’appunto, l’art. Torture:

Dal momento che si merita la morte, poco importa che vi aggiungano tormenti spaventosi per parecchi giorni, e perfino per parecchie settimane, anzi, tutto ciò ha un che di divino. La Provvidenza ci mette talvolta alla tortura impiegando il mal della pietra, la renella, la gotta, lo scorbuto, la lebbra, la sifilide, il vaiolo, lo strazio delle viscere, le convulsioni dei nervi, ed altri esecutori delle vendette della Provvidenza. […] I francesi, che passano, chissà perché, per un popolo molto umano, si stupiscono che gli inglesi, che sono stati tanto disumani da prenderci tutto il Canada, abbiano rinunciato al piacere di torturare. Quando il cavaliere De La Barre, nipote di un luogotenente generale dell’esercito, giovanotto di spiccato ingegno e di belle speranze, ma dotato di tutta la sventatezza di una giovinezza sfrenata, fu convinto di aver cantato canzoni empie, e perfino di esser passato davanti a una processione di cappuccini senza essersi tolto il cappello, i giudici di Abbeville, individui paragonabili ai senatori romani, non solo ordinarono che gli si strappasse la lingua, che gli si tagliasse la mano e che gli si bruciasse il corpo a fuoco lento, ma lo sottoposero anche a tortura per sapere esattamente quante canzoni aveva cantato, quante processioni aveva visto passare con il cappello in testa. Questa avventura non è accaduta nel XIII o nel XIV secolo, ma nel XVIII.

Sotto un punto di vista più marcatamente concettuale e/o filosofico, l’infame volterriano si identifica col fanatismo, col dogmatismo e, quindi, con la secolarizzazione della verità rivelata. Tutto ciò che osteggia la prassi deista e che, dunque, non rende possibile o attuabile sul piano sia politico che sociale il pluralismo religioso, l’egualitarismo civile ed il riconoscimento dei principali diritti inalienabili dell’uomo – come, ad esempio, la libertà di opinione o di religione, per l’appunto – è da ricondursi alla trattazione volterriana sull’intolleranza. Dall’art. Fanatisme, tratto sempre dal Dictionnarie philosophique:

Il fanatismo sta alla superstizione come la convulsione alla febbre, la rabbia alla collera. Chi ha delle estasi, delle visioni, chi scambia il sogno con la realtà, e le sue immaginazioni per profezie, è un entusiasta; chi sostiene la propria follia con un omicidio è un fanatico. […] Una volta che il fanatismo ha incancrenito il cervello, la malattia è quasi incurabile. Ho visto dei convulsionari che, parlando dei miracoli di Sân Paris, a poco a poco si accaloravano loro malgrado; gli occhi si infiammavano, le membra tremavano, il furore sfigurava loro il volto, e avrebbero ammazzato chiunque li avesse contraddetti.

Quale la risposta indirizzata da Voltaire all’intolleranza? Quale l’appiglio virtuoso, al quale affidarsi, per osteggiare l’avanzata del fanatismo dogmatico delle verità rivelate? Nel pensiero del patriarche de Ferney è la filosofia a ricoprire un ruolo chiave; questo sia da un punto di vista morale ed etico che prettamente socio-politico. L’avanguardia culturale per il libertino è sempre il filosofo; non la borghesia o l’aristocrazia o la massa popolare ma, bensì, il philosophe. Ma non un filosofeggiare qualunque o, banalmente, fine a sé stesso. La filosofia, nell’ottica di Voltaire, deve sempre presentarsi come una filosofia attiva, militante e capace di promuovere voglia di conoscenza e di acculturazione. Un’etica capace di far nascere coscienze critiche oggettive e profondamente intrise di sana razionalità cognitiva ed intellettiva. Dinanzi al fanatismo, alla superstizione, alla violenza ed alle ingiustizie sociali, prima dei correttivi o degli accorgimenti politici vi deve essere la figura del cittadino filosofo, illuminato, conscio e consapevole della realtà a lui circostante.

Alla filosofia Voltaire affianca il deismo e quanto dalla religione naturale ne discende: l’umanitarismo, il cosmopolitismo, le riflessioni (cristiane) della morale naturale inerenti la tolleranza e la fratellanza tra le persone comuni, ecc. Filosofia e deismo, sotto questo punto di vista, divengono quasi sinonimi nel voltarianisme: entrambe contribuiscono a rendere possibile una presa di coscienza critica dell’uomo, per mezzo della sua raison, nei riguardi della propria realtà sociale. La morale naturale e l’èsprit philosophique devono sviluppare nell’uomo, secondo Voltaire, una maturazione intellettuale ed intellettiva e, al contempo, alternativa al contesto valoriale vigente, tale da garantire la formazione di una classe di cittadini illuminati e responsabili:

A questa malattia epidemica non c’è altro rimedio che lo spirito filosofico, che, diffondendosi gradualmente, finisce con l’addolcire i costumi degli uomini e prevenire gli accessi del male; giacché, non appena il male fa progressi, non resta altro che fuggire e attendere che l’aria ne sia purificata. Le leggi e la religione non bastano contro la peste delle anime; la religione, lungi per loro dall’essere un alimento salutare, si tramuta in veleno nei cervelli infetti.

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