INDIPENDENZA E CONVERGENZA DEGLI ATTRIBUTI.


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All’assoluta infinità di Dio, Spinoza fa seguire però una conseguenza particolarmente profonda: questa è de facto l’unica sostanza infinita esistente. Dovesse, quindi, esistere una sostanza assolutamente infinita, questa non potrebbe essere altrove che in Dio. Il che implica, a sua volta, altre due ben precise conseguenze: in primis, qualunque cosa infinita sarà espressione dell’unica sostanza infinita – Dio – e, in secundis, qualunque cosa finita sarà di essa stessa una modificazione particolare. Ancora una volta, tutto questo risulta essere deducibile dalla definizione fornitaci dallo stesso filosofo: Dio, infatti, non è solo una sostanza infinita ma la sostanza assolutamente infinita, quella cioè costituita da infiniti attributi. L’induzione logica è particolarmente immediata:

una sostanza infinita ha il massimo grado di realtà

la realtà si misura tramite l’essenza

l’attributo costituisce l’essenza di una sostanza: se la sostanza è infinita allora dovrà avere infiniti attributi

Gli attributi di cui parla Spinoza non sono però quelli “classici” della tradizione filosofica giudaico-cristiana (immensità, eternità, onnipotenza et similia) ma, bensì, quelli che Descartes aveva colto in riferimento alle uniche due sostanza esistenti: l’estensione – attributo della res extensa – ed il pensiero – attributo della res cogitans -. Gli altri attributi possono esistere o meno: non destano, infatti, l’interesse di Spinoza, in quanto non ritenuti essere in grado di definire l’essenza della sostanza infinita.

L’impasse di Spinoza verte però proprio sul dualismo cartesiano. Come Descartes sostiene che il corpo e la mente debbano venire percepiti indipendentemente l’uno dall’altro, ma senza affermare che tutto ciò implichi di conseguenza la impossibilità per entrambi di riferirsi ad una stessa sostanza. Mentre Descartes dalla eterogeneità tra pensiero ed estensione giunge infatti a considerare obbligatorio il concepire le due sostanze – mente e corpo – come distinte e legate tra loro da un legame di causalità, Spinoza si limita a sottolineare come gli attributi siano indipendenti tra di loro, ovvero di come l’uno non possa essere causa dell’altro, ma senza riconoscere che questo implichi il non potersi rivolgere ad una stessa sostanza. Dobbiamo comprendere che nel pensiero spinoziano l’attributo indica l’infinità della sostanza assolutamente infinita in riferimento ad una precisa determinazione; quando parliamo di “pensiero” o di “estensione” non intendiamo indicare una “parte” della sostanza infinita ma, al contrario, la sostanza infinita colta interamente e di cui se ne evidenzia l’infinità in riferimento ad uno degli infiniti attributi che vanno costituendola.

Spinoza sostiene che vi sia un minimo comune denominatore tra gli attributi e che esso sia rappresentato dall’ordine che collega cause ed effetti. Questo stesso ordine si ripete identico tanto nel pensiero quanto nell’estensione. Il che significa che, per essere colto, il medesimo necessita di un attributo – è un ulteriore modo per ribadire come una sostanza priva di attributi “non si dà e non è pensabile” -. Questo ordine unisce gli attributi, i quali, pur indipendenti, possono finire con l’identificarsi in un’unica sostanza. È in grado di far ciò perché la sequenza causa-effetto è identica in ciascun attributo – originando così una vera e propria concatenazione -. Per comprendere questa “indipendenza/convergenza” degli attributi, facciamo un esempio: una melodia può materializzarsi o in un canto o in una esecuzione strumentale. Per spiegare il canto non è necessario ricorrere all’esecuzione strumentale – e viceversa -. Quindi sono indipendenti l’uno dall’altro. Ma per spiegare entrambi è necessario rivolgersi all’ordine con cui sono stati organizzati i suoni ed è questo un ordine che si ripete identico nelle due forme di esecuzione. Canto ed esecuzione sono, dunque, la stessa cosa – in termini spinoziani, sono attributi che si riferiscono ad un’unica sostanza -, sebbene espressi in modo diverso. Quindi, ogni attributo, nel suo genere, determina l’infinità della sostanza assolutamente infinita.

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