DALLA FALSA FELICITÀ AL SOMMO BENE: PARTE PRIMA.


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Esamina tu infatti, se gli uomini valgono a raggiungere il fine a loro destinato, coi mezzi che adoperano per procurarsi la felicità, e quando tu m’abbia provato che il denaro, gli onori e cose simili producano uno stato cui non manchi alcun bene, riconoscerò anch’io che si può divenire felici per il possesso di tali cose; che se poi esse non mantengono quel che promettono e sono beni incompiuti, non è evidente che c’ingannano con false parvenze di felicità?

La riflessione cui la Filosofia indirizza l’attenzione di Boezio verte sempre sul tema della “vera felicità”. Il bene materiale ed il suo conseguente possesso e/o desiderio di accumulazione altro non rappresentano che mere ed illusorie forme di appagamento. Il bene sprona all’accaparramento di unità sempre maggiori ed aggiuntive di sé medesimo, senza contare che lo stesso necessita di essere difeso e protetto, oltre a non palesarsi minimamente in grado di soddisfare del tutto le fondamentali necessità del vivere:

Non provano mai i ricchi la fame, la sete? Le membra dei milionari non sentono mai il freddo nell’inverno? Risponderai che gli opulenti hanno maniera di saziar la fame, di difendersi dalla sete e dal freddo: sì, ma queste deficienze sono dalle ricchezze alleggerite soltanto, non del tutto rimosse. E poiché i doviziosi stanno sempre a gola aperta e vogliono qualche cosa che viene soddisfatta per mezzo del danaro, ciò vuol dire che rimane loro sempre qualche desiderio incompiuto da dar luogo alla soddisfazione.

Discorso del tutto analogo anche per quanto concerne il prestigio e l’onore – entrambi rappresentati dal possesso di particolari status sociali e/o dall’essere riusciti a ricoprire ruoli di (ben) marcato riconoscimento istituzionale -. Difficilmente, infatti, l’onore ed il prestigio fungono da deterrente nei riguardi del vizio e da sprone nei confronti delle azioni virtuose. Anche in questo caso, quindi, si tratta di una felicità apparente, legittimata e giustificata de facto da un riconoscimento esterno e pubblico, figlio dei tempi e delle situazioni:

E le dignità rendono esse probi e venerandi coloro che ne sono insigniti? Hanno le magistrature tanta forza da eccitare a virtù l’animo di chi le esercita, e di scacciarne il vizio? Tutt’altro […]. Ciò conferma quel dicevamo dianzi cioè, le dignità non aver decoro proprio, ma perderlo e acquistarlo a seconda dell’opinione di quei che ne fanno uso. Se dunque le dignità non rendono rispettabile chi le riveste; se sono imbrattate dal contatto dei tristi; se cessano di risplendere per la mutazione dei tempi e dei luoghi; se si avviliscono per la disistima della gente; non vedo quale esimia o desiderabile bellezza sia in loro.

Giunge poi il turno della “gloria”. Anch’essa, al pari delle sopracitate dignità, è figlia della considerazione altrui; a volte, essa viene riconosciuta soltanto sulla base di eroiche gesta e leggendarie imprese compiute dagli avi e dai propri predecessori. In quanto mero riconoscimento esterno e pubblico, anche la gloria lato sensu non è considerabile “sommo bene” da parte della Filosofia:

Quanto è fallace la gloria, e quanto spesso anche vituperosa! […] Molti infatti usurparono un gran nome solo per la falsa opinione del volgo, e havvi cosa più brutta di questa? Conviene arrossire quando si è bugiardamente lodati; quando anche il plauso è meritato, che cosa aggiungono gli encomi alla sincera approvazione della coscienza, che giudica le azioni alla stregua della verità, non del romore mondano? […] Si è nobili per certo splendore che viene dai meriti degli avi, e illustri per la luce delle proprie azioni, onde sarebbe necessario, per venir celebrati a diritto come nobili, che lo avessimo meritato noi stessi; l’altrui chiarezza non ci fa risplendenti, se non ne abbiamo una intrinseca nostra.

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