MESLIER: DALL’EGUALITARISMO AL COMUNISMO?


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Cerchiamo adesso di fare un po’ di chiarezza sul pensiero politico del buon curato di Étrépigny. Potremmo far partire tutta quanta la nostra riflessione da una precisa e ben definita domanda iniziale: “Meslier fu un comunista?”. O, magari, nel caso volessimo essere più precisi e “politicamente corretti”, potremmo riformulare il quesito di cui sopra nella seguente forma: “A quale corrente politica si avvicinava il pensiero di Jean Meslier?”. Perché, effettivamente, non crediate sia molto semplice etichettare con un semplice aggettivo l’orientamento politico di un qualsivoglia filosofo; si può correre, molto spesso, il rischio non solo di commettere grossolani errori di valutazione ma, persino, di ridurre tutta la profondità di quel preciso pensiero filosofico alla stregua di un mero stereotipo terminologico. Come sempre, dunque, cercherò di procedere con ordine e con un minimo di linearità d’indagine.

Partiamo, innanzitutto, con l’analizzare e col prendere in considerazione la realtà sociale di riferimento ed il contesto umano verso i quali l’illuminista dovette continuamente confrontarsi durante la propria esistenza. Meslier ebbe sempre come referente del suo pensiero e del suo “vivere sociale” la povera – anzi poverissima – realtà contadina della provincia francese. Una classe sociale – ricordate che il concetto di “classe” è qui, filosoficamente e politicamente, forzato e fuorviante per alcuni motivi che tra breve illustrerò – vessata e soggiogata non solo dalla nobiltà e dal clergé, ma anche dalla borghesia. Le tasse, le imposte, le iniquità ed ingiustizie sociali, cui i contadini, giornalmente, erano obbligati a sottostare, forzarono l’illuminista a porsi in netto contrasto con le infrastrutture istituzionali e politiche più potenti della Francia del XVIII secolo e, al contempo, ad enfatizzare quel “tradimento” della borghesia che sarebbe poi stato recepito quasi in toto da tutti i filosofi del parti philosophique – è indubbio che la Rivoluzione del 1789 fu un accadimento dalla dinamica marcatamente borghese, ma pochi furono gli illuministi che, pur appartenendo alla borghesia, riconobbero alla medesima un ruolo di avanguardia socio-politica per l’abbattimento dell’Ancien Régime -. Se, da una parte, il curato di Étrépigny si affidò all’anticlericalismo ed all’agnosticismo razionale per supportare le proprie riflessioni filosofiche, in primis, e le proprie critiche all’impianto sociale e culturale della Nazione, in secundis – aggiungiamoci pure l’anti-cartesianesimo a tal riguardo -, dall’altra parte le teorizzazioni più spiccatamente politiche ci permettono oggi di avvicinare Meslier a teorizzazioni profondamente socialiste e/o comuniste. Ma è davvero necessario e doveroso non cadere in un grossolano errore di valutazione adesso.

Meslier fu un egualitarista. All’interno del partito filosofico del settecento francese, l’egualitarismo – esattamente come l’umanitarismo o l’anticlericalismo, ad esempio – fu un concetto comunemente condiviso, in buona parte, da tutti gli illuministi. Ma con profonde differenze. Potremmo, sistematicamente, fare una distinzione tra due precise correnti di pensiero: da una parte, potremmo prendere in considerazione i sostenitori di un egualitarismo più specificatamente “civile”, secondo i quali l’uguaglianza tra gli uomini doveva essere sancita da un egual riconoscimento giuridico, posto in essere per tutti i cittadini, dinanzi alla legge – lo “Stato delle leggi” di Voltaire ne è tutt’oggi un fulgido esempio -. Dall’altra parte, invece, vi furono pensatori del calibro di MeslierD’HolbachMorelly, RousseauBabeuf et similia che ritenevano che l’uguaglianza dovesse essere solo e soltanto di carattere prettamente “sociale” e che quindi fosse necessario non solo promuovere l’abolizione del lusso e del privilegio lato sensu ma, ovviamente, riconoscere come fonte d’ingiustizia sociale la stessa proprietà privata strincto sensu.

Platone, il divino Platone, volendo costituire una Repubblica, in cui i cittadini vivano in buono accordo, bandisce, a ragione, le parole mio e tuo, ritenendo giustamente che, finché vi è qualcosa da dividere, sempre esistono dei malcontenti, da cui hanno origine i torbidi, i contrasti e i processi.

Tali premesse filosofiche e politiche rendono questi pensatori dei socialisti e/o dei comunisti? No. O, ad ogni modo, non nel senso più marxiano del termine. Dobbiamo ricordare che molte di queste congetture – soprattutto quella riferita all’abolizione della proprietà privata – già dai tempi dell’Utopia (1516 circa) di Thomas Moore (1478-1535) erano state divulgate e trattate. Scriveva Meslier nelle pagine del suo Testament:

Un altro abuso quasi universalmente accettato e autorizzato nel Mondo è l’appropriazione individuale che gli uomini fanno dei beni e delle ricchezze della terra, che dovrebbero, invece, essere posseduti da tutti in parti uguali e di cui tutti dovrebbero usufruire equamente in comune. [.. ..] essi dovrebbero vivere pacificamente e comunitariamente insieme, godendo tutti dello stesso cibo, andando tutti ben vestiti e ben calzati come pure avendo tutti una bella casa, ma, nello stesso tempo, dedicandosi tutti nella stessa misura al lavoro o a una qualsiasi altra attività onesta e utile, ciascuno in base alla propria professione o a ciò che sarebbe più necessario e conveniente fare, a seconda delle stagioni o del bisogno che si avesse di determinate cose.

Potremmo allora considerarli come dei pre-socialisti e/o dei pre-comunisti? Forse sì, ma, focalizzando l’attenzione solo su questo problema gnoseologico, si rischia di commettere quell’errore che fin da inizio articolo desideravo evitare: il ridurre tutta la profondità di pensiero ad un mero stereotipo categorico. Cerchiamo, invece, di comprendere quali furono le posizioni politiche assunte da Meslier.

La società teorizzata da Meslier è una società priva di qualsivoglia fondamento gerarchico e nella quale tutti sono compartecipi alla produzione. Il comunismo di Meslier, dunque, si rispecchia, soprattutto, nella compartecipazione ipso facto ai mezzi di produzione. Ma si tratta di una compartecipazione priva della semantica marxiana: i concetti di classe sociale, di coscienza e falsa coscienza di classe, di proletariato e via discorrendo, sono totalmente assenti nella trattazione filosofica dell’illuminista. Meslier si limitò a definire – soprattutto astrattamente, come vedremo tra breve – una società atea, priva di qualunque precetto teologico, e nella quale non doveva esistere, né a priori né in seguito, nessun vincolo di subordinazione tra gli uomini. Quest’ultimi dovevano comunemente condividere beni e servizi, e partecipare alla produzione ed al progresso della società. Ma come si strutturava, da un punto di vista sia politico che istituzionale, questa organizzazione sociale? O, comunque, come avrebbe mai dovuto costituirsi?

In questo Meslier si avvicina molto a Marx in effetti, proprio a causa  delle difficoltà, intrinseche alle sue stesse riflessioni, che gli resero arduo – se non impossibile – descrivere con accuratezza e precisione politica il funzionamento del suo ideale di società – “limite” gnoseologico riscontrabile, per l’appunto, anche nel “padre” del materialismo storico, sistema filosofico nel quale la “dittatura del proletariato” viene giustificata, ma solo in parte, dall’esempio storico della Comune di Parigi (1871) -. Nel suo TestamentMeslier affermava che la vita comunitaria si sarebbe dovuta svolgere «sotto la guida dei più saggi e dei meglio disposti al progresso e alla conservazione del bene di tutti», non precisando però in che modo o nel rispetto di quali regole tali «saggi» non solo sarebbero dovuti essere scelti o eletti ma, appunto, se davvero avessero dovuto poi ricoprire dei ruoli istituzionali di comando o, tutt’al più, di guida per l’intera comunità. Ma, in realtà, erano queste nozioni e questioni gnoseologiche che, molto probabilmente, nemmeno interessavano particolarmente al curato di Étrépigny; a Meslier interessava teorizzare una società che fosse “umana”, nella quale le risorse fossero distribuite tra tutti i cittadini in egual modo ed in cui a tutti fosse permesso di partecipare alla produzione ed al progresso sociale. La lotta alla secolarizzazione delle verità rivelate e secolarizzate traeva la sua stessa legittimazione ontologica dall’aver riconosciuto nella religione lato sensu la causa sia del conservatorismo sia dell’ingiustizia sociale che caratterizzavano la Francia a lui contemporanea.

Per Jean Meslier – la cui concezione dello “stato di natura” dell’uomo sarebbe poi stata ripresa e sviluppata dai vari MorellyRousseau – «tutti gli uomini sono eguali per natura e tutti hanno eguale diritto di vivere e di camminare sulla terra, come pure di godervi di una libertà secondo natura e di partecipare ai frutti della terra, lavorando umilmente, gli uni e gli altri, al fine di procurarsi le cose necessarie e utili alla vita.»

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