ORDINE E CONTROLLO SOCIALE.


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La domanda che dobbiamo porci, arrivati a questo punto della trattazione, è la seguente: “Com’è possibile che in una società, nella quale non esiste adesione ad una virtù generalizzata – o “generalmente professata” – ed in cui vi è divergenza tra interessi privati ed intenti collettivi – dove i secondi possono tranquillamente venire perseguiti attraverso atti immorali e/o viziati posti in essere per il perseguimento dei primi -, vi possa trovarsi controllo ed ordine – considerando proprio la natura dei legami sociali ed interrelazionali -?”. La domanda è più che lecita, visto e considerando – come avremo modo di fare in un secondo momento – che Mandeville giunge persino a respingere il paradigma del contratto sociale come fondamento della formazione della società civile. Procediamo con ordine.

Il filosofo sostiene che gli effetti benefici provenienti dalle azioni individuali, per mostrarsi tali all’interesse collettivo, non necessitano che suddette azioni dei privati siano controllate e/o legittimate da un uso “giusto” e “virtuoso della ragione”. Tali effetti, infatti, seguono necessariamente dai comportamenti stessi, tant’è che, molto spesso, il privato ignora persino il vantaggio collettivo che il suo modo di comportarsi produce nei riguardi della società. In breve: non è necessario che il cittadino conosca a priori il proprio bene o il bene altrui, né che si ponga nei confronti dei suoi intenti in modo razionale o virtuoso; non è indispensabile, affinché si produca un vantaggio collettivo, che i cittadini di predispongano e/o veicolino il loro agire nei riguardi dello stesso, perché l’effetto (eventualmente vantaggioso) seguirà inevitabilmente dal comportamento posto in essere. Occorre fare però una precisazione.

Mandeville è convinto che una società civile necessiti di un potere politico forte, in grado di amministrare ogni settore la stessa vada costituendosi e, soprattutto, capace di mantenere in equilibrio il mercato – considerando proprio l’incremento dei consumi e dei bisogni dei privati cittadini -. Il filosofo, quindi, non crede nell’armonia degli interessi, data l’assenza di un’adesione e di una professione generalizzata della virtù (civica). Ma il bene collettivo resta pur sempre un qualcosa di perseguibile e di perseguito solo per mezzo degli effetti realmente prodotti dall’agire individuale. Un agire che deve essere monitorato – è ovvio, altrimenti ci ritroveremmo in una situazione hobbesiana di totale impossibilità di umana convivenza -, ma il cui esito benefico per la collettività non risiede in un indirizzamento e/o in una predisposizione razionale (e razionalmente apriorica) dello stesso. Il bene pubblico, dunque, non si palesa essere un fine, quanto piuttosto un qualcosa che segue dagli effetti dell’agire individuale. Approfondiamo ulteriormente tutto questo – anche da un punto di vista psicologico -.

Il vero e proprio dilemma, che si origina all’interno della società civile e che investe ogni suo singolo membro, risiede proprio nel’impossibilità di poterla discernere e di poter decodificare la pienezza e profondità dei numerosi e variegati legami interrelazionali che in essa stessa si originano e sviluppano. Mandeville, difatti, sostiene come la complessità della società civile sia talmente articolata e non intellegibile, che risulta del tutto inutile seguire tanto delle regole di condotta razionale individuale quanto delle regole di condotta razionale collettiva per il perseguimento di un particolare interesse pubblico. I legami sono viziati inevitabilmente dal moltiplicarsi degli interessi e degli intenti: non è possibile veicolare nulla al conseguimento benefico di un vantaggio collettivo. L’unica opzione resta quella di monitorare e controllare il tutto, garantendo ordine e convivenza. La cooperazione sociale tra i cittadini esiste ma, in primis, essa deve essere colta nel significato di uno scambio d’interessi tra privati e, in secundis, non come un qualcosa di razionalmente accettato per il perseguimento di un interesse pubblico. La figura del leviatano hobbesiano, quindi, è quanto di più lontano possa mai esistere dalle teorizzazioni di Mandeville: l’instabilità, la diversità, i mutamenti dei rapporti sociali et similia, sono impossibili di comprensione e, quindi, non possono divenire oggetto di una ferrea gestione da parte di una autorità statale.

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