IN LINEA DIRETTA CON DIO.

Deus caritas est.

E pensare che “dovremmo amare il nostro prossimo come noi stessi” magari pure evitando di “scagliare la prima pietra” ma, come è ben noto, dopo ben trenta lunghi anni di ignoranza ed oscurantismo, illuminare – ed ossigenare – le proprie sinapsi potrebbe rivelarsi sicuramente un’operazione oramai impossibile da porre in essere. E così dopo gli svarioni – etichettiamoli così, ubbidendo ad un improvvisato politically correct – di AdinolfiGandolfini e compagnia cantante, ecco che ci siamo ritrovati davanti agli occhi le scapestrate dichiarazioni di Padre Giovanni Cavalcoli, il quale, illuminato da ben tre decenni di appassionati ed illuminati studi, durante il proprio sermone a Radio Maria, ha dichiarato che il terremoto, che ha colpito il Centro Italia gli scorsi giorni, sia da considerarsi alla stregua di una punizione di Dio, adirato per il riconoscimento delle unioni civili in Italia.

È indiscutibilmente un uomo illuminato questo domenicano. Cita Sodoma e Gomorra ed invita il Vaticano – che non ha tardato a rimuoverlo dalla sua posizione – a ripassare il catechismo. È egli un uomo vicino a Dio, innegabilmente. Degno proselite delle parole e degli insegnamenti di Gesù Cristo. Non giudica il prossimo. Non si erge a sacro custode della Verità Santa. Non conosce l’intolleranza e l’omofobia non gli appartiene. L’umiltà è talmente immensa nel suo spirito benedetto che questo buon predicatore si limita solo e soltanto a ricordare di aver studiato ed esser stato dottore di teologia per ben trent’anni. Trent’anni di assoluto contributo allo sviluppo della cultura e dell’onniscenza dell’uomo. Del resto, è risaputo che l’esegesi degli antichi testi sia da sempre una perfida tentazione dell’animo, esattamente come «i peccati come l’omosessualità meritano il castigo divino»; questo perché «i princìpi dell’etica cristiana» dicono che «l’omosessualità è contro natura» e, dunque, preghiamo allora che il buon Dio sia compassionevole e misericordioso con noi tutti e che voglia salvarci dalla minaccia di quella realtà disumana legata al movimento LGBT.

Al diavolo la compassione e la comprensione cristiana! Smettiamola di ragionare su come sia possibile elaborare un culto “moderno”, tollerante, rispettoso, “socialmente utile” e che possa, al contempo, fare anche da cassa di risonanza per il riconoscimento – o il semplice contraddittorio – della rivendicazione di nuovi ed alternativi diritti umani. Ripristiniamo la secolarizzazione del Credo! Applichiamo alla lettera l’Antico Testamento! E magari, dato che ci siamo, rispolveriamo la ruota e ripubblichiamo il Malleus Malleficarum – fra le altre cose, in quanto domenicano, il buon Padre Cavalcoli potrebbe pure esigere l’applicabilità a norma di legge di un copyright su quel testo -!

Dio si è fatto uomo per salvarci dal peccato originale e per permetterci, tramite la concessione del libero arbitrio, di disporre liberamente delle nostre stesse anime. Sia lode all’Altissimo. Onorate l’Essere Supremo. Ma siate soprattutto grati del fatto che Dio, nel farsi uomo, abbia deciso di optare per un eterosessuale. Anche questo è risaputo, dopotutto.

Vi lascio l’articolo dell’Ansa, qualora voleste verificare la veridicità delle citazioni trattate.

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L’ESERCITO DI CRISTO.

Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam.

Peccato che questa “gloria di Dio” sia finita con l’essere barbaramente violata e mistificata. Ancora una volta. E dai suoi stessi – e più fanatici – proseliti, addirittura. Ma, del resto, tutto questo non deve – o, comunque, non dovrebbe – minimamente sorprendere: esiste ancora qualcuno che ritiene il fanatismo ed il fondamentalismo due estremismi teologici esclusivamente di matrice islamica? Spero proprio di no. Il fanatismo, giustificato e legittimato da ignoranza, bigottismo, ipocrisia ed incapacità intellettiva di svolgere una qualunque tipologia di indagine critica ed obiettiva, non ha colori religiosi. Può distinguersi sulla base delle attitudini assunte dai suoi stessi apologeti, ma, se si dovesse raschiare il fondo del barile, troveremmo, sempre e comunque, un unico minimo comune denominatore: l’analfabetismo.

Sono giorni particolarmente nefasti. Inutile stare a sottolineare la tragedia umana che in queste ore stiamo vivendo come cittadini italiani, in primis, e come semplici esseri umani, in secundis. Non che sarebbe un’azione inutile o superficiale; più che altro, non potrei aggiungere nient’altro a quanto già è stato espresso pubblicamente. Sia dalle vittime, sia dai soccorritori, sia dalle istituzioni italiane ed estere. Tutto qui. Quando si verificano situazioni di tale portata, la religione – intesa proprio come credo, fede, culto et similia – finisce sempre col divenire argomento di grande dibattito culturale e dai connotati anche profondamente introspettivi. Inutile negarlo. Quanti si domandano “come può esistere un Dio?”. Quanti, effettivamente, finirebbero col sentirsi vicini ad una dichiarazione del tipo “Dio ci ha abbandonati!”? In quanto ateo, la mia posizione è più “agevole”. Non potrò mai negarlo. Certo che vedere i superstiti appellarsi a Dio – nonostante tutto – e sentire un padre di famiglia – che nella tragedia ha perso la moglie ed una figlia – ringraziare l’Altissimo per avergli salvato la bambina più piccola sono situazioni intrise di una profonda umanità. Situazioni che devono meritare tutto il rispetto del Mondo. Che gli ateisti imparino questa umiltà e provino questo dolore dell’animo. Ma torniamo al tema centrale del post: il fanatismo.

Questo è quanto pubblicato da Militia Christi. Considerate che la vigliaccheria e la “pochezza” culturale di codesta “milizia” è stata pure valorizzata dal fatto che il loro tweet – riportante il medesimo contenuto che potete leggere qui sotto – è stato pure prontamente cancellato dai suddetti a seguito della gogna mediatica diffusasi per tutto il Web. “Lancio il sasso, ma nascondo la mano”. Credo sia inutile enfatizzare quello che appare come scontato: trattasi di una setta estremista e fondamentalista di matrice cattolica.

Militia Christi #01

Non starò qui a perder tempo a criticare quanto pubblicato. Non ne varrebbe minimamente la pena perché dinanzi a negazioni così evidenti del darwinismo e dell’evoluzionismo umano non c’è niente che umanamente possa esser fatto. O, per esser più precisi, “non c’è niente che culturalmente possa esser fatto” perché, in effetti, da un punto di vista meramente umano (per l’appunto), personalmente, sarei per l’estensione e l’applicazione del codice penale nei riguardi di siffatte bestemmie. Voglio, al contrario, soffermare la mia attenzione – e spero la vostra – sui tre hashtags. Sono testimonianza di un analfabetismo dannatamente preoccupante e di un indottrinamento ideologico da sconfessare sul nascere – anche con l’uso della forza -.

  • #Conversione: Conversione di cosa e di chi? E, per di più, nei riguardi di cosa dovremmo convertirci? Dobbiamo convertirci su di un piano meramente religioso? E se sì, dobbiamo convertirci allora a questo indottrinamento teologico, degno del peggiore degli antichi testamenti, e rinnegare, di conseguenza, esegesi, coscienza critica e laicità? Piace davvero così tanto il Medioevo? Oppure questa “invocata conversione” deve essere intesa su di un piano più tecnicamente politico e concernente la res publica? Una logica del tipo “riadattiamo tutto ciò che può esser posto dalla legislazione ai canoni del nostro credo secolarizzato e dogmatico!”. Forse in questo consiste la vostra decantata conversione cattolica?
  • #Preghiera: Chi prega per chi? Chi prega per cosa? Possiamo pregare per eventuali vittime omosessuali? Possiamo pregare per le vittime di una tragedia che viene giustificata sulla base dell’approvazione di una legge democraticamente posta in essere all’interno di uno Stato di Diritto laico? Mi si risponda. Per chi è lecito pregare e per che cosa dobbiamo pregare?
  • #Solidarietà: A chi dobbiamo rivolgere la nostra compassione cristiana e la nostra solidarietà? Possiamo rivolgerla ad eventuali vittime legate al “Mondo LGBT”? Possiamo essere solidali con vittime innocenti di un cataclisma naturale che riteniamo essere stato causato da un Dio vendicativo e privo di compassione alcuna? Posso essere un cristiano compassionevole anche se legittimo la strage di vite innocenti, formulando sui loro stessi cadaveri congetture e riflessioni politiche?

Non finirò e non mi stancherò mai di ripeterlo: del vostro Dio, l’uomo non ha bisogno alcuno. Se questo è l’esercito di Cristo, c’è poco di cui star tranquilli. Amen.

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OLIMPIONICI (ANCHE) NELLA VERGOGNA.

Non vi è alcun dubbio. O, ad ogni modo, per essere precisi o, tutt’al più, per tentare di valorizzare un minimo di correttezza e di onestà intellettuale, non può esservi, per forza di cose, dubbio di nessun tipo: Islam El Shehaby ha finito col tramutarsi nell’immagine più brutta e degradante – e forse non solo sportivamente parlando – di questa intera avventura olimpionica brasiliana – sperando che, da qui alla fine dei Giochi, episodi comprovanti un così retrogrado background culturale ed una profonda volgarità non si ripetano nuovamente -. Vedere il judoka Or Sasson costipato ed allibito, con la mano tesa verso il vuoto – un vuoto che è apparso ai più come un profondo abisso di intolleranza ed odio, sia culturale che etnico -, mentre il suo avversario egiziano di cui sopra – sconfitto pochi attimi prima -, ignorando completamente il segno di rispetto e di distensione, non gli tende anch’egli la mano e si allontana dal tatami come se nulla fosse, è un’immagine che letteralmente uccide. Perché sovrappone la politica allo sport. Perché ci fa ricordare di quanto odio e di quanta profonda intolleranza – a tutti i livelli, persino a quelli inerenti la competenza e la formazione atletica – sia costituito questo nostro stesso Mondo. L’onore ed il rispetto del proprio “essere un atleta” e di quello ricoperto dal proprio avversario vengono, quindi, giustificati solo e soltanto sulla base di un’approvazione politica-culturale formulata aprioristicamente nei riguardi di chi ci sta di fronte. Un segno di una brutalità, in termini anche prettamente umanistici – considerando proprio la contrapposizione culturale “giudaismo-islamismo” -, impressionante. E dallo scontato e grandissimo impatto mediatico. Si tratta di un vero e proprio stigma sociale di cui ora Islam El Shehaby ne sarà il portatore a vita. Ma il problema forse – ma forse anche no – risiede proprio nel fatto che una tale oscenità attitudinale, dal suo stesso artefice non sia nemmeno stata minimamente percepita come tale. Ed è questo, in effetti, il vero problema; lo scoglio che nuovamente si è mostrato a noi come dannatamente insormontabile.

Olimpiade Rio 2016 #01

Vi è anche da dire, a mio modesto parere, che, nel caso in cui volessimo affidarci ad un cinico e (forse) opportunistico pragmatismo, dovremmo esser anche grati allo pseudo atleta di cui sopra per il gesto compiuto. Meglio che queste “incomprensioni” vengano alla luce. Sono da sempre a favore di un forte riconoscimento della “partecipazione pubblica” – sia socio-politica che prettamente comunicativa – nei confronti di tutte quelle differenze etniche e culturali che condividono un comune contesto sociale. Il ragionamento, questo medesimo ragionamento lo trasferisco anche sul piano, quindi, della competizione atletica che, fra le altre cose, gode di un forte seguito televisivo (e non solo). Soprattutto poi quando concerne appuntamenti mondiali come le Olimpiadi. Bene, dunque, ricordarsi quanta “distanza valoriale” ancora vi sia, a patto che si tenga sempre bene a mente che non è la distanza in sé ad essere un problema ma, bensì, il fatto e la mera possibilità che essa possa tradursi poi in una lotta intollerante e sanguinaria per la violenta affermazione di una sola delle varie “componenti culturali” poste in gioco. 

Certo, solo il semplice rimembrare quello che in tempi antichi e passati – epoche nelle quali i concetti di laicità, di pluralismo religioso, di Stato di Diritto et similia erano totalmente ignorati – rappresentò, in termini prettamente valoriali, l’Olimpiade strincto sensu, e di come guerre e diatribe venivano pesantemente interrotte per garantire lo svolgimento corretto – o, ad ogni modo, il più corretto possibile – delle competizioni atletiche, fa pesantemente storcere il naso. Oggi più che mai. Ma, forse, anche tutto questo clamore e scandalo internazionale altro non è che un effetto – uno dei tanti – di quest’epoca profondamente mediatica e mediatizzata. Persino la spettacolarizzazione dell’ignoranza e dell’oscurantismo pare che debba, per forza di cose, doversi ritagliare una sua buona fetta di attenzione. Perché viene veramente da chiedersi se tutto questo non sia voluto – da parte dell’esecutore del gesto – ed, al contempo, incoraggiato e giustificato – da parte della realtà mediatica ipso facto – solo per fini meramente “visivi”.

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I PRECETTI DELLA MORALE NATURALE.

Articolo correlato: IL DEISMO: NASCITA E DIFFUSIONE DELLA RELIGIONE SENZA DIO.

Per descrivere con accuratezza tutti i punti di cui si costituiva il “manifesto deista” di Herbert, dobbiamo procedere attraverso un’analisi induttiva, nella quale tutti i vari concetti filosofici sono profondamente concatenati gli uni verso gli altri, di modo da poter così partire dalla definizione di Dio per giungere, in seguito, a quella di progresso sociale. E, difatti, già questa premessa iniziale è di assoluta importanza: i deisti, in quanto libertini, avevano sicuramente a cuore la rilettura della teologia su di un piano che fosse (anche) meramente concettuale, ma, in quanto “portatori” di quella filosofia militante che non doveva mai esaurirsi solo in un astratto appagamento personale, la religione doveva poi de facto promuovere un radicale cambiamento nell’assetto socio-politico della Nazione, divenendo portatrice di valori alternativi che promuovessero una vera e propria rivoluzione tangibile e visibile sul piano sia normativo-istituzionale che giuridico. Cerchiamo, dunque, di procedere con ordine – la materia da trattare è vasta e particolarmente complessa -. Partiamo, intanto, dalla definizione del Dio deista.

Il Dio deista è un Dio misericordioso, compassionevole e virtuoso ma distaccato e disinteressato in toto circa le questioni umane. I deisti se, da un lato, osteggiarono gli scettici, dall’altro lato, ripudiarono ogni forma di agnizione del Divino legittimata da posizioni panteistiche – da qui la distanza tra il libertinismo inglese, di stampo deista, ed i neoplatonici di Cambridge, ad esempio -; il Dio deista non è né un Deus ex machina, che col proprio onnipotente intervento può porre fine ad ogni ingiustizia e/o svolgere arbitrarie ingerenze nella vita degli uomini, né un “Dio in tutto”, perché distante e totalmente disinteressato dalle questioni terrene. Il Dio deista è un architetto, un sommo regolatore del corretto funzionamento del Mondo – un “Dio orologiaio” secondo Voltaire -: a tale Essere Supremo preme solo che le leggi naturali, che regolano l’Universo, siano perfettamente poste in essere, proprio – ed esclusivamente – per garantire l’equilibrato ed equo svolgimento della vita lato sensu. Si tratta, dunque, di una fisionomia di Dio totalmente nuova, che implica una giustificazione di fondo profondamente rivoluzionaria: Dio è “ricostruito” nella sua stessa fisionomia ontologica dalla capacità critica e di elaborazione della mente umana. Un Deus ex ratione. Perché sostengo questo? Perché le confutazioni deiste si fondavano su di una premessa molto particolare: l’esegesi biblica. Ed è questo il concetto che adesso affronteremo.

L’esegesi biblica si contrappone all’interpretazione ad litteram ed ermeneutica degli antichi testi e delle Sacre Scritture. Per giustificare una rilettura alternativa della Bibbia – o del Corano o del Deuteronomio, ad esempio – si rendeva necessario che i deisti fossero storici, filologi ed individui profondamente acculturati. Era, infatti, fondamentale risalire agli antichi miti ed alle epoche remote per poter cogliere tutti quei valori secolarizzati e dogmatici su cui la religione rivelata continuava a fondarsi ed a giustificarsi in epoca moderna. La reinterpretazione della figura stessa di Gesù Cristo – calato nelle vesti di illustri personaggi come SofocleSocrate et similia – ad opera del patriarche de Ferney  ne è, ad esempio, una chiara prova – ma, di questo, avrò modo di parlarne in un’altra occasione -. La rilettura degli antichi testi doveva essere finalizzata sia al riconoscimento dei precetti legittimanti il fanatismo dogmatico sia alla critica di tutti quei tabù secolarizzati che continuavano a promuovere intolleranza religiosa ed ingiustizia sociale all’interno delle varie Nazioni. L’esegesi permise, dunque, ai deisti di legittimare l’interpretazione del loro nuovo Dio: sconfessando il dogmatismo sia sul piano concettuale che storico, una fisionomia alternativa del Divino poteva essere elaborata e diffusa. E non più nelle vesti di una mera eterodossia. Ma l’esegesi rivolta alla teologia celava anche un secondo fine. Un obbiettivo molto più pragmatico e dai risvolti più marcatamente socio-politici e giuridici – tanto per ribadire, ancora una volta, il significato di “filosofia militante” -: l’anticlericalismo.

L’anticlericalismo fu una questione sia inglese che francese. Ma l’avversione al clergè fu un marchio distintivo soprattutto per il libertinage di Francia. Ad ogni modo, la “guerra culturale e gnoseologica” rivolta alle classi sacerdotali ci permette di comprendere ed evidenziare la componente più prettamente pragmatica del deismo medesimo. Difatti, se, su di un piano più spiccatamente filosofico e concettuale, il deismo altro non fu se non un appello rivolto alla fede lato sensu, (una fede costituita dai più virtuosi precetti cristiani, “rivisti” e riproposti per mezzo dell’esegesi biblica – analizzeremo a breve quella che viene comunemente definita, in ambito accademico, “morale naturale” -), ad una lettura, invece, più “tecnica” della realtà, il deismo assumeva le vesti di un enorme “compromesso socio-politico”. La fisionomia del Dio deista, o, per la precisione, quella particolare fisionomia del nuovo Dio, fondata e giustificata sull’esegesi biblica, serviva (anche) per porre in essere due tematiche particolarmente care ai vari BlountGildonLockeVoltaire et similia, ovvero l’umanitarismo e l’individualismo. Il libertinismo, in quanto “custode” di quella tanto apprezzata «filosofia della liberazione» – la citazione è per rendere merito anche alle riflessioni di Labriola -, focalizzava tutta la propria attenzione su di un preciso traguardo: la liberazione (per l’appunto) di ogni singolo individuo dalle catene dell’oscurantismo dogmatico delle verità rivelate e secolarizzate, di modo che l’uomo potesse elevarsi a moderno cittadino, così da riconquistare quel ruolo centrale di unico e vero attore della realtà sociale. Ora questo implicava, difatti, un “doppio lavoro”. Sconfessare l’ortodossia vigente, di modo da “sostituirla” con una nuova che si facesse carico di divulgare tutti quei precetti finalizzati alla misericordia e alla compassione, così da eliminare ogni prova reale del fanatismo e dell’intolleranza religiosa, fu la prima delle due mansioni da conseguire. La seconda era consequenziale alla prima. Perché se, da un punto di vista prettamente concettuale, il dogmatismo veniva spazzato via dalla diffusione della pratica deista,  per fare in modo che esso non fosse più legittimato né giuridicamente né politicamente né, quindi, a livello istituzionale all’interno di un Paese, era necessario abolire quelle precise infrastrutture che avevano giustificato per secoli la secolarizzazione medesima. Ecco spiegato il perché della lotta alle classi sacerdotali. È questa fu una caratteristica che accomunò tutto il libertinismo, indipendentemente che i suoi proseliti fossero o meno dei deisti strincto sensu. Ma sulla base di quale formulazione concettuale poteva trovare una propria logica il giustificare l’abbattimento di suddette avanguardie secolari? Attraverso la pratica dell’individualismo, per l’appunto. Il rapporto tra Dio e l’uomo non doveva più necessitare di alcuna forma di mediazione – inutile dire che i contributi di Erasmo, a tal riguardo, furono particolarmente apprezzati -. Ma non solo: lo stesso Dio, ovvero la stessa fisionomia di cui si sarebbe costituito e gli stessi valori di cui sarebbe stato portatore sarebbero sempre dipesi dalla singola ed individuale capacità critica e di giudizio di ogni uomo. A ciascuno di essi sarebbe, dunque, spettato il compito di elevarsi culturalmente e di comprendere i reali valori della pratica cristiana di modo da poter esser testimoni, nelle vesti di cittadini, della nuova “forma” e fisionomia di Dio. Un Dio creato e legittimato dalla ragione di ogni singolo uomo illuminato, acculturato e dotato di senso e coscienza critica. Una grande fetta dell’enormità culturale dell’Illuminismo sei-settecentesco risiedette proprio in questa specifica dinamica: l’elevare la mente dell’uomo comune al fine di renderlo un moderno cittadino. Ma di cosa si costituiva, per i deisti, questo rapporto individuale Dio-Uomo? Quali i suoi contenuti? Qui si apre la discussione in seno alle leggi ed alla morale naturale.

Tra uomo e Dio, nella logica deista, vi era sempre una continua e perenne comunicazione. Un rapporto dialettico incessante – badate che il concetto di “dialettica” è filosoficamente errato in questo contesto dato che apparirà solo successivamente, in seno ai sistemi filosofici dell’ottocento -. Ma come può sussistere un così forte rapporto di reciprocità se il Dio deista è totalmente distaccato e disinteressato circa le questioni umane? Il legame Dio-Uomo ha un doppio livello di legittimazione. Innanzitutto è la stessa esegesi che impone che vi sia, sempre e comunque nel tempo, un rapporto dialogico tra il comune mortale e l’Essere Supremo. La reinterpretazione della fisionomia ontologica di Dio da parte della ragione e della criticità umana fa sì che Dio debba continuamente mutare con l’evolversi delle necessità e dei bisogni dell’uomo medesimo. Si apre qui una parentesi profondamente importante circa il deismo. Possiamo, infatti, sostenere che il deismo fu anche sinonimo di progresso socio-politico – come sostenuto ad inizio articolo, difatti -. Cerchiamo di affidarci alla logica per elaborare meglio il tutto. Prendiamo, intanto, in considerazione questa citazione di Bonanate:

Questo è il tratto che caratterizza più nettamente la nuova concezione, la disponibilità, cioè, ed il desiderio d’indagine. Il deista è un uomo che s’impegna ed è disposto a correre rischi. […] Rimane sempre la possibilità dell’errore, ma, in primo luogo, questo può sempre essere corretto per mezzo della ragione, e, in secondo luogo, le religioni rivelate sono esclusivamente un insieme di errori, senza la possibilità di raggiungere qualche verità definitiva.

Quel sopracitato “compromesso socio-politico”, che abbiamo trattato circa l’anticlericalismo, ha un valore molto più profondo. La domanda di partenza è la seguente: “Perché proprio questa fisionomia di Dio?” O, per riformulare meglio la questione: “Perché il Dio deista doveva essere compassionevole e misericordioso ma, al contempo, distaccato e distante?” Vi è, difatti, una precisa motivazione circa il perché i deisti evidenziarono proprio quella specifica descrizione ontologica del Supremo: quello era il Dio di cui le moderne Nazioni necessitavano, a detta loro. Dovete tenere a mente che sia l’Inghilterra che la Francia erano afflitte dalle Guerre di Religione. Fanatismo, intolleranza religiosa, dogmatismo, oscurantismo ed immobilità sociale erano solo alcune della caratteristiche che, all’epoca, “macchiavano” quei Paesi. L’ortodossia vigente era secolarizzata e le infrastrutture culturali ed istituzionali erano ferme sul mantenimento dello status quo. Ai deisti necessitava un Dio che potesse poi loro permettere, sul piano della riflessione politica e sociale, di parlare di pluralismo religioso, di riforma del sistema giudiziario – altra questione profondamente sentita in Francia -, di egualitarismo (civile o sociale) e persino di laicità. Dunque, vi era bisogno di un Dio che incarnasse solo e soltanto i precetti più virtuosi del Cristianesimo. Quei precetti che avrebbero diffuso pace ed ordine sociale tra tutte le genti di professione diversa. Ma il compito dell’esegesi non doveva esaurirsi in questo. L’immobilità sociale doveva essere sconfessata. Ridare all’uomo il ruolo centrale di attore e protagonista della realtà sociale traeva da tutto ciò la propria giustificazione: il Dio deista doveva essere un Dio concepito a dimensione umana, nel senso che doveva esser portatore anche di tutti quei valori nuovi ed alternativi che nelle epoche buie ed oscurantiste erano stati recepiti come peccati o apostasie. Ma questa logica non doveva secolarizzarsi a sua volta: nuovi valori, nuove richieste, nuovi diritti sarebbero potuti essere posti in essere e/o richiesti a gran voce e non poteva esser permesso che la teologia impedisse nuovamente l’evoluzione della storia umana. Il Dio deista doveva sempre legittimare e spronare qualsivoglia forma di progresso umano: sarebbe stata la ragione dell’uomo, quella stessa ragione che attraverso l’esegesi permetteva all’individuo di cogliere gli aspetti più virtuosi della religione, a evidenziare quali tra i nuovi precetti emergenti fossero poi meritevoli di un riconoscimento sia culturale che normativo. Non era più, dunque, necessario che il valore in sé rispettasse o meno quanto scritto nel testo sacro: la ragione dell’uomo doveva valutarlo e legittimarlo di conseguenza attraverso un’interpretazione illuminata del testo medesimo. La laicità al servizio della modernità, dunque. Vediamo adesso il secondo elemento costituente il rapporto Dio-Uomo e prendiamo spunto, nuovamente, da un’altra citazione di Bonanate:

Il pregio fondamentale della morale naturale è dunque di discendere direttamente da Dio senza essere adulterata dagli errori che inevitabilmente si sono inseriti in tutte le religioni positive. Oltre a questa garanzia, che ha per oggetto soprattutto il modo in cui l’uomo viene a conoscenza della legge morale, un’altra ha per oggetto la perfezione di questa morale: tutto ciò che è naturale è voluto dalla divinità, appartiene all’ordine che essa ha imposto all’Universo, il cui significato o modo di procedere non sempre l’uomo riesce a scoprire, ma della cui perfezione è assolutamente sicuro. Egli perciò può e deve accettarlo con la più completa tranquillità cercando di adeguarvisi.

Secondo l’ottica deista, le leggi naturali altro non sono che le leggi tramite le quali Dio provvede al corretto funzionamento del Mondo. Esse sono trascendentali ma possono essere tranquillamente apprese e scoperte dall’uomo. Quella gravitazionale di Newton ne fu un esplicito esempio per i deisti dell’epoca. Il fatto che Dio fosse distante e distaccato dagli affari terreni non significava che esso non fosse ad ogni modo “percepibile”: le leggi naturali provengono da lui e giungono all’uomo. Uomo che attraverso il proprio intelletto può studiarle e comprenderle. Ma è qui che terminava il trascendentalismo deista. O, comunque, l’indagine metafisica. Non si va oltre. Da una parte, i deisti sostenevano che, se taluni leggi o fenomeni risultassero di difficile discernimento, esso era imputabile al solo fatto che l’uomo, per il momento, ancora non possedesse i mezzi in grado per poterle comprendere. Dall’altra parte – ed è qui che risiede il nocciolo della questione – non doveva minimamente interessare, per qualsivoglia  ricerca gnoseologica, addentrarsi oltre. L’uomo doveva solo e soltanto sapere che queste leggi avevano provenienza divina ed erano finalizzate al corretto funzionamento del Mondo. Studiarle per risalire a Dio era una procedura inutile e priva di alcuna utilità. Ma perché i deisti avrebbero dovuto porre dei limiti alla volontà ed alla capacità di ricerca della ragione umana? Cioè, mi spiego meglio: “Libertini che sminuiscono il raziocinio dell’uomo?!?” In realtà, ruota ancora tutto attorno a quel già oramai più volte citato “compromesso socio-politico” che stava alla base della dottrina deista. L’obiettivo pragmatico da perseguire in ambito sociale per i deisti era la fine dell’intolleranza religiosa che da secoli macchiava di sangue le Nazioni europee. Il Dio deista non solo avrebbe dovuto delegittimare la religione positiva, ma avrebbe anche dovuto non costituirsi di tutti quei valori sacri e profani sui quali, da secoli, le persone si uccidevano a vicenda. Il tabù, il dogma, il precetto teologico fondato sulla secolarizzazione e sull’indottrinamento doveva essere debellato. Dio esisteva. Punto. Non serviva sapere come si chiamasse o che volto avesse. L’anima era immortale ed immateriale. Non era necessario perdersi in disquisizioni per cercare di capirne il motivo. Ma la sottigliezza risiede tutta qui. Quella che a prima vista può apparire come una rinuncia alla scoperta ed alla conoscenza, altro non era che un deterrente sociale per impedire la diffusione del fanatismo e della superstizione. Quelle erano le tematiche teologiche attorno alle quali tutte le credenze continuavano ad odiarsi da secoli: spazzarle via avrebbe permesso l’attuazione del pluralismo religioso. Ma allora il deismo, alla fin fine, cos’era? Una dottrina fondata sull’esegesi dei testi sacri, nella quale Dio è giustificato dalla ragione umana fin negli stessi valori di cui è portatore, che voleva affermarsi come ortodossia vigente nonostante auspicasse un saldo pluralismo religioso, come può essere definita? Come una semplice morale. Il deismo era una morale, un’etica, un mero appello alla fede intesa in senso lato. Una fede, per lo più, intrisa dei valori più umanitari concernenti il Cristianesimo – Voltaire la integrò, soprattutto, con alcuni precetti di alcune eterodossie cristiane come il quaccherismo ed il socinianesimo -. Uno stile di vita che permettesse ad ogni cittadino di vivere il proprio credo nel pieno rispetto dell’altrui credenze perché tale era la volontà del Dio deista; Dio dal cittadino stesso legittimato ad esistere. Ecco perché il deismo venne proclamato come la “religione del laico”: la laicità era legittimata dalla condivisione di una morale di provenienza divina filtrata però, sempre e comunque, dal raziocinio dei cittadini acculturati ed illuminati. Un perfetto circuito dialettico – e perdonate di nuovo l’uso di tale termine -.

Arrivati a questo punto, ritengo opportuno trattare anche il deismo volterriano, di modo da poter così disporre di un quadro di riferimento particolarmente esaustivo su questo tema.

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CALA UN SIPARIO DI SANGUE SUL LAICISMO FRANCESE.

Dopo l’omicidio di Jean-Baptiste Salvint – vicecomandante della polizia giudiziaria di Les Mureaux – e di sua moglie Jessica – anch’essa un pubblico ufficiale – per mano dell’ennesimo affiliato all’Isis, Larossi Abballa, ci dobbiamo, per forza di cose, interrogare (anche) sul tanto decantato laicismo francese. Che ha, in parte, fallito. Senza ombra di dubbio.

E questo fallimento non trova legittimazione tanto negli attentati terroristici in sé – i quali, per ovvie ragioni, già dovrebbero essere più che sufficienti per porre in loco delle domande di un certo peso circa anche la qualità dell’apparato istituzionale di Francia -, quanto piuttosto nell’incapacità per una grande fetta della popolazione francese “non autoctona” di identificarsi, oggi, coi valori repubblicani. Perché se, da una parte, l’attentato stravolge e sconvolge la quotidianità della vita e suscita sgomento e disprezzo anche a livello sovranazionale, dall’altra parte, è il notare come siano, soprattutto, le seconde e terze generazioni di “ex-immigrati” – ora cittadini francesi a tutti gli effetti – a costituire o il corpo terrorista de facto o – ed è questo l’aspetto dannatamente preoccupante – le “realtà umane”, dove il terrorismo medesimo assolda i propri proseliti ed i propri “combattenti della fede” – fanatica e distorta – di Allah, a dover spaventare in maniera particolarmente forte.

Quando vi fu l’attentato alla redazione giornalistica di Charlie Hebdo – sembra oramai passato un secolo a causa anche di tutti gli altri accadimenti di matrice fondamentalista che hanno piegato e stanno piegando la Francia durante questi anni -, trovai alquanto distorto e privo di alcun significato l’utilizzo dell’hashtag #JeSuisCharlie riportante l’effige del patriarche de Ferney. E per una semplice ragione di fondo. Non fu tanto l’aver accostato l’immagine del “padre della Rivoluzione Francese” – nonché autore del Traitè sur la tolérance – ad essere sbagliato – la lotta al fanatismo e la difesa della libertà di espressione e di pensiero calzavano a pennello, sotto molti punti di vista, con quanto avvenuto in quei giorni; questo il motivo della “riscoperta” di Voltaire -. Il fatto è che in quel momento ci saremmo dovuti, a mio modo di vedere, interrogare proprio sulle questioni inerenti il riconoscimento e l’attuazione in Francia del pluralismo religioso – approfittando proprio dell’attenzione mediatica rivolta improvvisamente al voltarianisme -. Più che stabilire se Voltaire avesse mai potuto apprezzare la satira di Charlie Hebdo o più che utilizzare il Traitè come stereotipo letterario per condannare quanto avvenuto, magari sarebbe stato meglio porsi delle domande del tipo: “quali sono le politiche attuate in Francia per il riconoscimento e la salvaguardia giuridica delle minoranze religiose?”, “quali le norme poste in essere per lo sviluppo sempre più intenso di una società pluralista nelle sue stesse professioni religiose?”, “quali le azioni intraprese per un sempre più massiccio riconoscimento di tutti quei diritti alternativi che possano osteggiare il reclutamento delle persone comuni tra le file dei fanatici fondamentalisti?”, “vi sono reali e paritetiche tutele e protezioni riconosciute a favore di ogni professione religiosa?”, e così discorrendo.

La questione coinvolge, a mio modesto parere, proprio il laicismo strincto sensu. La prassi, giustificata su di un piano normativo ed istituzionale, secondo la quale la “questione religiosa” non possa e non debba trovare alcuno sbocco in nessuna realtà di pubblico interesse, continua ad apparirmi come un’impostazione politica profondamente sbagliata. Il luogo pubblico deve essere di per sé il contesto sociale di riferimento dove esaltare il pluralismo religioso e permettere che in esso vi possa essere comunicazione e reciprocità. Perché è nel luogo pubblico che gli uomini si presentano, gli uni verso gli altri, come distinti e definiti cittadini “titolari” di differenze etniche, politiche, religiose, economiche, culturali, sociali et similia. Si ritiene che circoscrivendo le questioni concernenti la teologia nelle mere realtà della vita privata si riesca a raggiungere un elevato grado di equità e di giustizia sociale. Ma non è così. Si alimentano le distanze e si produce una ghettizzazione sociale che può produrre un profondo senso di non appartenenza e di non condivisione dei valori fondanti la Nazione stessa. Avete mai provato a muovervi per alcuni quartieri di Tolosa o Lione, ad esempio? Non vi è assolutamente il minimo senso di riconoscimento dei precetti repubblicani. Onde a testimoniare quanto l’integrazione ed il pluriculturalismo siano solo di mera facciata. E non pensiate che nella nostra laica Italia la situazione sia migliore.

Mi si potrebbe, giustamente, obiettare che la reciprocità non è attuabile perché proprio da parte di alcuni proseliti di specifiche realtà religiose non vi è la volontà né di comunicare né, addirittura, di promuovere la benché minima forma di integrazione. Ed è vero. Ma vorrei controbattere a questa osservazione portando alla vostra attenzione due punti che reputo cruciali.

Innanzitutto ritengo sarebbe fondamentalmente più “facile” cogliere ed evidenziare eventuali mistificazioni e/o deviazioni perniciose e pericolose nella professione di un qualsivoglia culto se il culto stesso avesse un maggiore ed ampio spazio comunicativo a sua disposizione. A coloro che rimproverano – giustamente – il “mondo islamico” di non denunciare pubblicamente quanto avvenuto a seguito dei vari attentati terroristici, rispondo sempre che mi preoccupa maggiormente non tanto quanto non viene (o viene) manifestato pubblicamente ma quanto, al contrario, viene detto tra le mura di casa. Ed il laicismo istituzionale finisce col fomentare e radicare la prassi religiosa nella sfera privata impedendole di venire alla luce sul piano della reciprocità comunicativa dove sarebbe poi più facile – in alcuni casi, ovviamente – sottolinearne gli aspetti nocivi ed osteggianti il perseguimento dell’ordine pubblico. Il pluralismo religioso non deve, in alcun modo, tradursi in politiche paternaliste, buoniste o, comunque, riconducibili al mero lassez faire. Le religioni devono promuovere il rispetto e la comprensione dei valori normativi fondanti l’assetto nazionale. Questa è la laicità. In poche parole, sintetizzando il tutto, reputo il “pubblico” di maggior aiuto per l’individuazione delle falle viziose e fondamentaliste delle professioni religiose.

Il secondo aspetto che mi preme sottolineare è il seguente. Messe da parte tutte le politiche estremiste e xenofobe, che oramai abbondano in gran parte delle varie politiche nazionali – vengono chiamate “populismi”, con buona pace per Max Weber -, la socializzazione primaria deve essere la realtà verso la quale volgere la fetta di attenzione più grande delle politiche sociali moderne. Il laicismo ha fallito perché le socializzazioni in Francia hanno fallito. L’integrazione non è riuscita ed i numerosi foreign fighters e tutti quegli individui – ventenni o poco più -, che hanno disconosciuto i valori della propria patria, hanno dimostrato come i fondamenti della società, nella quale sono nati e cresciuti, siano stati respinti in toto. Ma è fondamentale lavorare sulle nuove generazioni. Perché le realtà attuali e future saranno, ovviamente, caratterizzate dal multiculturalismo. E né le ruspe di Salvini né i muri lungo il Brennero rappresenteranno mai la soluzione. Interroghiamoci sul perché le istituzioni non siano ancora pragmaticamente in grado di gestire i flussi migratori. Ed interroghiamoci sulla qualità delle politiche sociali.

Controllo, pluralismo religioso e laicità sono gli strumenti di cui dobbiamo servirci. Oggi più che mai.

Pace a tutti coloro che sono stati, sono e saranno vittime innocenti del fanatismo e della superstizione religiosa.

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