LE SOCIALIZZAZIONI SECONDARIE.


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Eccoci giunti all’ultimo articolo dedicato alle riflessioni sociologiche di LuckmannBerger. Tratterò adesso le dinamiche relative all’instaurazione ed al funzionamento dei processi di socializzazione secondaria. Esse non sono altro che quei vettori che consentono l’inserimento dell’adulto nella realtà lavorativa costituente la società di riferimento. In genere, nel corso della propria vita, ciascun individuo sperimenta più processi di questo tipo; ad ogni modo, una socializzazione secondaria è, sempre e comunque, presente in qualsivoglia contesto umanamente organizzato. E la comprensione di tale ineluttabilità è alquanto semplice. I processi di socializzazione secondaria legittimano quella che è comunemente chiamata “divisione del lavoro”; essa è alla base di ogni realtà umana, anche di quelle elementari e/o primitive. Una minima forma di separazione delle mansioni lavorative ed occupazionali è sempre garantita; essa legittima il perché gli uomini tendano ad organizzarsi in comunità ed in aggregazioni sociali e, al contempo, garantisce loro stabilità e struttura.

Il percorso di formazione di una socializzazione secondaria è difficilmente riconducibile ad uno schema o, ad ogni modo, ad una lineare rappresentazione grafica. Si tratta, per lo più, di escogitare un grafico che riesca ad evidenziare le tappe ed anche le fratture che all’interno del processo medesimo possono o meno verificarsi. Ho optato per la realizzazione di un grafico come questo:

Pic #04

L’intensità del rapporto di affettività svolge anche in questo caso un ruolo chiave. La comprensione del proprio ruolo – giustificato e giustificante la comprensione stessa della realtà oggettiva di riferimento – è più o meno intensa ed “assimilata” a seconda del legame di complicità con i propri agenti socializzatori. Si tratta di un piccolo circuito dialettico chiuso. Ma è proprio su tale grado d’intensità che possono originarsi situazioni particolarmente curiose e complesse in seno alla socializzazione secondaria. Se ne possono individuare, generalmente, di tre tipologie: due di esse si presentano come situazioni di rottura (più o meno forte) tra quanto appreso in ambito di socializzazione primaria e quanto fatto proprio in riferimento a quella secondaria. La terza tipologia, come vedremo, è più complessa delle altre.

Una prima situazione di asimmetria può essere quella che origina tout court  una vera e propria nuova socializzazione primaria, alternativa in toto a quella cui l’individuo era stato sottoposto durante la prima fase della sua stessa esistenza (sociale). L’esempio trattato da LuckmannBerger, in questo frangente, è quello della conversione religiosa ad  una setta o, in generale, ad una nuova realtà teologica. Si tratta, quindi, della sostituzione dell’intero bagaglio culturale e valoriale che fino a quel momento aveva fatto da background al soggetto.

Vi possono poi essere situazioni di rottura e di shock sociali dall’intensità ordinaria e/o media. Un cambiamento del proprio orientamento politico rispetto a quello da sempre seguito dal contesto familiare, ad esempio. Ovvio che tale grado d’intensità possa poi nel tempo aumentare – o diminuire – a seconda proprio del grado di complicità e del rapporto empatico sviluppatosi con i nuovi agenti socializzatori; quello che può oggi apparire come una banale distanza di posizioni od una semplice non condivisione di alcuni valori potrebbe divenire un’idiosincrasia dai connotati quasi ontologici.

L’ultima situazione è, invece, quella più complessa. Stavolta non si tratta tanto di evidenziare quanto più o meno intenso si presenti il grado di affettività tra il soggetto ed i suoi agenti socializzatori. Al contrario. In questa caso è necessario, invece, cogliere quanto sia stato mistificato e deviato il percorso educativo stesso per volontà degli agenti socializzatori medesimi. Nella recensione sul testo di Allen – accessibile tramite questo link – ho già affrontato questo tema. Mi limiterò a riportare testualmente quanto ho enunciato già tempo addietro:

All’interno della sua opera, Allen ci fornisce molte documentazioni relative ai dubbi, alle rimostranze ed alle resistenze rivolte nei riguardi della pratica nazista da parte di una grande, grandissima fetta della cittadinanza. E questo ostruzionismo rappresenta, in realtà, una dinamica sociologica di estrema importanza. Sta a testimoniare che tutto ciò che viene impartito in seno ai processi di socializzazione, per essere “puro”, “veritiero” e legittimamente giustificato, non può fondarsi né sull’imposizione coercitiva né su di un’educazione impartita in modo deviato e fazioso; proprio perché si tratta, nella maggior parte dei casi, di socializzazioni secondarie è doveroso che si vengano a creare, al contrario, dei genuini rapporti di affettività tra il valore in sé – oggetto del processo di socializzazione – ed il referente umano – l’agente socializzatore medesimo -. La non accettazione e la non comprensione del nazionalsocialismo da parte di una grande percentuale della cittadinanza tedesca si sono originate proprio sulla base di questa asimmetria sociale.

Prima di concludere, una menzione deve esser rivolta anche alla cosiddetta “svolta a freddo”. Citando testualmente i due sociologi austriaci:

Nella socializzazione secondaria non è affatto necessario che l’interiorizzazione sia accompagnata da una identificazione con le persone importanti che coinvolga intensamente gli affetti; l’individuo può interiorizzare realtà differenti senza affatto identificarsi con esse. Perciò, se nella socializzazione secondaria appare un mondo alternativo, l’individuo può optare per esso in maniera calcolata. Si potrebbe parlare di un cambiamento a freddo. L’individuo interiorizza la nuova realtà, ma questa, invece di essere la sua realtà, è solo usata da lui per scopi precisi. […] Se questo fenomeno diventa molto diffuso, l’ordine istituzionale nel suo complesso comincia ad assumere il carattere di una rete di reciproche manipolazioni.

Per “svolta a freddo” s’intende indicare quei casi in cui la socializzazione secondaria è sì compiuta, ma non percepita ed assimilata dal soggetto in questione. Ad esempio: “un politico è un politico anche perché recita la parte del politico”. Mettiamo da parte l’assegnazione del ruolo, momento chiave delle socializzazioni secondarie, ed osserviamo, invece, come esso venga ricoperto e assorbito. Perché si possono verificare vere e proprie manipolazioni. Si può eseguire e ricoprire il proprio ruolo sociale per fini particolaristici. Non mi riferisco a vantaggi o interessi esclusivamente di natura utilitaristica. La precisazione è soprattutto di natura concettuale e non pragmatica o pratica. Il ruolo sociale può essere ricoperto e posto in essere anche in casi in cui esso non sia però veramente sentito come il proprio. Si nega, in tal modo, e si delegittima personalmente il contenuto stesso dell’intero processo di socializzazione. Sappiamo che anche nella socializzazione secondaria si vengono a creare rapporti di intimità, reciprocità e affiliazione tra il soggetto socializzato e gli attori socializzatori. Non accogliere il contenuto del ruolo assegnatoci origina, allora, una deviazione nella linearità del percorso, una asimmetria, una manipolazione, appunto. Una manipolazione volontaria, aggiungo. La rottura si origina una volta che il ruolo viene assegnato e la realtà oggettiva pienamente formulata e compresa. «Far finta di essere ciò che si dovrebbe essere» e «non fingere ciò che non si è nella realtà» non significa non aver capito cosa si debba fare per il ruolo che socialmente ricopriamo; bensì indica l’aver chiaro la realtà oggettiva di riferimento attraverso la mansione assegnataci in essa. Ma il ruolo è sì compreso ma anche recitato e, in termini di processo di socializzazione, delegittimato nello stesso tempo. In pratica, si “disconosce il ruolo eseguendolo”.

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