MORELLY TRA DIO, PROVVIDENZA E MORALE.


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Io sostengo che:

  • nell’ordine naturale l’idea di beneficenza, sia attiva che passiva, precede ogni altra idea e quella stessa della Divinità;
  • questa idea è quella sola che innalza gli uomini a quella di Dio, a preferenza, e con maggior certezza, della contemplazione dell’universo;
  • la beneficenza ci dà della Divinità un’idea del tutto degna della grandezza del suo oggetto;
  • essa sola perfeziona generalmente tutte le facoltà della ragione e le interessa e le utilizza per il loro vero scopo;
  • l’idea della Divinità si corrompe nell’uomo a misura che svanisce quella delle beneficenza;
  • infine, l’idea rozza di una Divinità benefica non costituisce affatto un’idolatria [.. ..];
  • ogni legge morale che dà simile idea della Divinità e vi fonda la sua dottrina, è del tutto viziosa.

Adesso dobbiamo cercare di capire se nel pensiero morelliano vi sia o meno un referente o un fondamento meramente metafisico. Perché, effettivamente, nelle pagine del Code termini quali “Dio”, “Divinità”, “Provvidenza”, “morale” et similia, compaiono più volte. Ebbene, Morelly tratta il concetto di «beneficenza». Ed è ad esso, dunque, che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione.

Morelly sostiene che «[.. ..] l’idea di beneficenza [.. ..] precede ogni altra idea e quella stessa della Divinità», il che è già di per sé palesemente indicativo di un aspetto filosofico profondamente esaustivo per quanto concerne il suo personale pensiero. Non è la trascendentalità de facto a regolare o legittimare o giustificare un qualcosa di tangibile come, ad esempio, un contesto sociale umanamente organizzato od un ordinamento giuridico di un Paese. La concezione di Dio, la sua stessa fisionomia e/o comprensione filosofica-concettuale è consequenziale ad un qualcosa che aprioristicamente l’uomo deve già aver fatto proprio. Per forza di cose. E questo qualcosa è proprio la «beneficenza» che, per il libertino, altro non è che il sunto virtuoso della morale naturale; ovvero di tutti quei valori – anche cristiani – finalizzati alla pacifica convivenza ed alla equità sociale, che restano, per il filosofo illuminista, i capisaldi su sui ergere poi un qualsivoglia tipo di aggregazione comunitaria. È la virtuosità della morale naturale che permette all’uomo di definire la propria personale idea di Dio e di fargli comprendere la grandezza ontologica del suo stesso essere. Ed è qui che si nota, ancora una volta, il carattere fortemente illuminista di Morelly: Dio viene elaborato ed accolto solo a seguito di una razionale presa di coscienza su questioni e tematiche che sono sì concettuali ma che, al contempo, presentano profondi interessi e risvolti pragmatici e sociali. Se Voltaire, da deista, afferma che Dio altro non sia che la rielaborazione critica dei precetti cristiani – di modo così da evidenziarne quella precisa fisionomia che gli possa poi permettere di giustificare, sul piano della realtà sociale, tematiche come il pluralismo religioso e l’uguaglianza dinanzi alle leggi -, Morelly, da egualitario, sottolinea come l’idea di Dio debba trovare giustificazione e legittimazione su precise dinamiche socio-politiche che diano poi vita ad una società equa, giusta e paritaria. Tant’è che «l’idea della Divinità si corrompe nell’uomo a misura che svanisce quella delle beneficenza», per l’appunto. La rivelazione è nuovamente negata nel suo dogmatismo gnoseologico ed è riletta – e riadattata – a seguito di una sua nuova interpretazione critica e razionale. Nessuno dogmatismo – «infine, l’idea rozza di una Divinità benefica non costituisce affatto un’idolatria [.. ..]» -. Nessun filtraggio opportunistico – «essa sola perfeziona generalmente tutte le facoltà della ragione e le interessa e le utilizza per il loro vero scopo» -.

La raison, dunque, continua ad essere l’unico vero fondamento legittimante ogni speculazione filosofica. Ma è, del resto, ovvio che non possa essere altrimenti all’interno del Settecento francese pre-rivoluzionario. Lo stesso Morelly ne enfatizza il ruolo di guida per il peuple:

[.. ..] gli uomini, in questa ipotesi, avrebbero tutti un’idea ugualmente sublime della Divinità? Io sostengo che questa idea sarebbe proporzionata al grado più o meno elevato di cultura e alla capacità più o meno grande di riceverne; potrebbe anche accadere, ed effettivamente accade, che un uomo, fornito di idee rozze sulla bontà, creda che la Divinità risieda in quel che stima migliore, mentre un altro, edotto da maggiori esperienze, o dotato di maggior sagacia, si elevi infinitamente più in alto. Così, in questo sistema, a misura che un popolo perfezionasse le sue conoscenze con l’esperienza e con l’uso di un maggior numero di cose gradevoli e utili, diverrebbe maggiormente industre e ingegnoso allontanandosi sempre più dalle idee informe e rozze che altri popoli serbano ancora della Divinità.

Probabile – anzi, forse, molto probabile – che Morelly non si ponga, in modo prioritario, il problema dell’intolleranza e del fanatismo religioso – non, almeno, negli stessi stessi termini assunti dal patriarche de Ferney – e che, quindi, alcune questioni come la libertà di religione o il pluralismo religioso non vengano (di conseguenza) affrontate “di petto”. Ma è indubbio che, nel suo pensiero, la ragione resti il fondamento giustificante qualunque forma di progresso e sviluppo umano. E questo in qualsiasi campo d’interesse e/o dedito alla mera ricerca gnoseologica. Compreso quello teologico.

Si è poc’anzi sostenuto come la «beneficenza» morelliana altro non sia che il sunto della virtuosità (anche) cristiana; una virtuosità che per Morelly deve essere finalizzata a destare l’attenzione degli uomini verso i precetti della morale naturale. Difatti, è lo stesso libertino ad enfatizzare questo aspetto nelle pagine del Code:

Questi esseri veramente umani erano spinti a osservare quei doveri con promesse di ricompense infinite [.. ..] e, nei primi tempi, i seguaci di quella bella morale l’osservavano con ammirevole esattezza; i loro pasti, nei quali i ricchi provvedevano largamente alle necessità del povero, che sedeva alla sua stessa tavola, erano in comune; grandi somme erano depositate nelle mani dei Pastori, da quelli stessi che, spogliandosi dei beni, si mettevano allo stesso livello dei mendicanti: tutta quella condotta tendeva visibilmente a richiamare agli uomini le vere leggi della Natura. [.. ..] Anche la vita più distaccata dagli affetti terreni, per abbandonarsi alla contemplazione, doveva degenerare in inazione per la società e servir spesso di pretesto alla pigrizia: il che effettivamente accade. Il Cristianesimo trionfante fece cadere gli idoli, ma difese meglio i suoi misteri della sua legge morale: anzi questa, per mantener quelli, non osò combattere i pregiudizi, gli usi, le leggi civili contrarie alle intenzioni della natura, con la stessa forza con la quale aveva combattuto il paganesimo. [.. ..] Per questo bisognava che prendesse il colore degli abusi che non aveva avuto la forza di riformare, perché, malgrado l’efficacia dei migliori esempi, mancava di potestà legislativa. [.. ..]  Questa stessa religione, del tutto spirituale, cedendo alle debolezze del volgo grossolano, santificò alcune delle antiche superstizioni, tollerò presso popoli barbari pratiche ancora più assurde; il moltiplicarsi delle cerimonie non fece altro che distrarre gli uomini dal principale oggetto del culto; l’accessorio prese il posto del principale [.. ..].

La critica alla verità rivelata ed alla secolarizzazione è sicuramente una parte integrante del pensiero morelliano. L’illuminista è ben consapevole di come il dogmatismo debba essere abbattuto. Ma è la posizione assunta dal libertino a presentarsi come particolarmente curiosa. Morelly non è sicuramente un deista, ma non può essere per questo automaticamente annoverato  tra i materialisti (ateisti) del parti philosophique. O, ad ogni modo, non senza fare i giusti accorgimenti del caso. L’illuminista si limita a cogliere gli aspetti virtuosi dei precetti cristiani – ed in questo si avvicina al deismo -, ma con l’intento di evidenziarne i contribuiti che, sul piano della convivenza sociale, quelli stessi precetti erano riusciti a diffondere durante le epoche passate. Ciò che interessa a Morelly è adattare, perciò, il Cristianesimo all’egualitarismo sociale – suo unico vero obiettivo filosofico-politico -, facendo in modo che i dogmi, “recuperati” e “riletti” attraverso gli occhi della ragione, valorizzino la morale naturale. Dio è “usato” come ulteriore fonte di legittimazione e giustificazione delle leggi della Natura, affinché una dinamica del tipo “un vero credente, per forza di cose, deve volgere lo sguardo ad una società equa e paritaria” si affermi in modo incontrovertibile.

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