DIO COME CAUSA DI SÉ.


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L’implicazione filosofica dell’attribuzione – oltre che del pensiero – anche della materia alla natura di Dio, consente a Spinoza di affermare come il Mondo non sia il mero risultato della volontà dell’Altissimo; se pensiero ed estensione sono, per l’appunto, due attributi che testimoniano e costituiscono l’essenza del Creatore, allora vi deve essere una perfetta corrispondenza tra il contenuto del pensiero ed il contenuto della materia, ovvero tra le idee dei corpi ed i corpi medesimi. Quindi – ennesima induzione logica -, non vi possono essere nella mente di Dio idee che non potrebbero (mai) venire prodotte.

La causalità spinoziana – che, almeno in parte, abbiamo già avuto modo di evidenziare -, dato che si fonda sulla necessarietà ed inevitabilità del susseguirsi di determinati eventi al verificarsi di una determinata causa, permette al filosofo di affermare come da una sostanza infinita – Dio – sia impossibile che non seguano tutti gli effetti di cui la stessa sostanza è portatrice – ovvero, infiniti effetti -: motivo per cui il Mondo “esaurisce” la potenza di Dio, ovvero questo stesso Mondo è l’unico “possibile” – implicazione della visione panteistica del Creato -. La necessità dell’operare divino o, per riformulare più chiaramente il concetto, la necessità della diffusione dei sopraindicati infiniti effetti, tramite i quali risulta possibile dare vita e senso al Mondo circostante, fa sì che Dio si palesi agli occhi di Spinoza come l’unica essenza in grado di definirsi “causa libera”: «[…] solo Dio è causa libera. Solo Dio, infatti, esiste per la sola necessità della sua natura e agisce per la sola necessità della sua natura. E perciò Dio solo è causa libera.» Dio non è determinato da nient’altro all’infuori della propria natura ovvero da nient’altro se non dalla sua natura ad essere ed agire necessariamente; è causa libera di sé e di tutto ciò che da Lui segue, e niente di quello che da Lui segue può essere diverso da ciò che è. Secondo Spinoza, dunque, vi è una vera e propria equiparazione tra la necessità per la quale Dio esiste e la necessità con la quale Dio opera:

[…] dalla sola necessità dell’essenza di Dio segue che Dio è causa di sé e di tutte le cose […] nel senso in cui Dio si dice che è causa di sé, deve anche dirsi causa di tutte le cose.

Tutto questo veicola Spinoza ad una confutazione particolarmente importante in ambito filosofico. Secondo il filosofo l’essere causa di sé non significa che a Dio debbano essere assegnate libero arbitrio e volontà. O meglio: non sono la volontà e/o il libero arbitrio a determinare l’operare divino ma, al contrario, la necessità del suo essere e del suo operare in base alla natura della sua stessa essenza. Volontà e libero arbitrio, infatti, sono per Spinoza modificazioni dell’infinito attributo del pensiero: sono, perciò, conseguenze della natura dell’essenza divina, il che significa che nemmeno la volontà di Dio appare indeterminata agli occhi di Spinoza – dato che vi è un “qualcosa” posto al di sopra di essa (il pensiero) -.

Qual’è il rapporto tra Dio e l’uomo? Spinoza sostiene che tra intelletto divino ed intelletto umano esista “equivocità”. E per farlo afferma che «il causato differisce dalla sua causa precisamente in ciò che ha dalla causa», il che significa che se Dio ha prodotto l’intelletto umano allora quest’ultimo deve differire dall’intelletto divino. Onde evitare di venire accusato d’incoerenza – del resto, abbiamo visto come, in uno dei primi assiomi, il filosofo affermi la necessità che tra causa e causato vi sia qualcosa in comune -, Spinoza ribadisce che l’essenza del causato differisce dall’essenza della causa a patto che non si tratti di una causalità tra “cose simili”, in tal caso, infatti, la differenza risiede solo nell’esistenza e non nell’essenza. Dunque: “Come coniugare, dunque, il principio che afferma che tra causa e causato debba esistere un qualcosa di comunemente condiviso con il principio che, invece, sostiene che il causato debba differire dalla causa (nello specifico, da ciò che riceve dalla causa medesima)?”. Ammettendo, per l’appunto, come tra i due debba esistere un qualcosa in comune – fondamentale per la stessa causalità -. Facciamo un esempio: un vasaio (causa), in quanto uomo, può modellare la creta e produrre un vaso (causato), ad esempio; ma il vaso medesimo non sarà mai un uomo e, quindi, differirà dal suo creatore (causa) tanto in esistenza quanto in essenza. Il figlio del vasaio (causato), al contrario, differirà dalla causa solo per quanto concerne l’esistenza ma non per l’essenza, dato che (solo e soltanto) la sua esistenza (e non l’essenza) è causata da suo padre. Riassumendo allora: è vero che tra causa e causato esiste un qualcosa in comune, proprio come è altrettanto vero che il causato differisce dalla causa in quel che riceve dalla stessa.

L’assoluta equivocità tra Dio e uomo permette a Spinoza di obliterare la concezione antropomorfica di Dio: il Sommo Creatore non è a “misura umana”. La causalità di Dio è necessaria e tutti i corpi sono modificazioni dell’unico attributo (divino) dell’estensione: non vi è somiglianza alcuna tra la natura divina di Dio e quella dei suoi effetti finiti. La essenza di tutte le cose dipende da Dio tanto quanto la esistenza delle medesime, ma solo nel senso che esse stesse seguono necessariamente dalla natura di Dio.

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