LA RIDUZIONE FENOMENOLOGICA.


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Il corpo vivo resta, nell’ottica husserliana, un oggetto sensibile, che costituisce la datità fisica. Ad esso è legato sia l’io empirico del percipiente che il suo io psichico – per le ragioni che abbiamo già ampiamente discusso -. Un individuo aspaziale e/o atemporale non può esistere per Husserl. Perché, come già detto, sia la datità fisica che quella psicologica necessitano (ovviamente) di precise coordinate spazio-temporali, che strutturano, al contempo, l’ambiente circostante. Un individuo che ne sia privo è paragonabile ad un nonsense. Ma qui dobbiamo prestare attenzione ad una precisazione concettuale avanzata dal filosofo. Una res extensa è una res cogitans solo se il cogito – e le cogitationes – è “legato” al mero corpo da una “legalità causale”. Ma, di per sé, il cogitare non ha niente a che fare (aprioristicamente e/o presumibilmente) con una res extensa. In breve: la cogitatio e l’extensio non hanno niente da spartire tra di loro. Almeno in linea di principio. Questo significa che Husserl apre alla possibilità di scindere il famoso dualismo cartesiano. Questa opportunità di scindere suddetta relazione, permette ad Husserl di “operare” la cosiddetta «distinctio phaenomenologica», ovvero sciogliere la legalità causale, che unisce il corpo vivo del percipiente ad i suoi vissuti percettivi. Si tratta dell’atteggiamento fenomenologico della «messa fuori circuito» o, più semplicemente, della “riduzione fenomenologica”. Occorre analizzarla con grande attenzione.

Scindere la relazione di legalità causale, esistente tra corpo vivo e vissuto, significa reinterpretare il principio medesimo di causalità. Husserl afferma che, quando si verifica una qualsiasi causa A, ciascuno di noi potrebbe essere anche portato a supporre che l’effetto B – da noi immaginato come consequenziale alla suddetta causa A – possa pure non verificarsi. In breve: la connessione causa-effetto – principio di causalità – è sempre necessaria empiricamente, ma non idealmente. Ogni oggetto, dunque, da un punto di vista empirico, sottosta alle leggi della causalità – per quanto concerne le proprie modificazioni (di stato, ecc.) -. Ma questo non vuol dire che nell’essenza della modificazione stessa sia doverosamente implicita la premessa che la causa, che abbiamo percepito, “appartenga”, indiscutibilmente, a quella stessa modificazione. Proprio per la premessa logica di poc’anzi. Come sostiene lo stesso filosofo: «Non ogni necessità è una necessità essenziale.» Il rapporto quindi tra il corpo ed un suo vissuto percettivo non può basarsi sulla causalità. Ma, bensì, sulla contingenza. Quindi, epistemologicamente parlando, i vissuti possono essere studiati e colti anche nella loro indipendenza dal corpo vivo del percipiente. Da qui, prende il via la fenomenologia husserliana.

La prassi del «mettere fuori circuito» consiste, quindi, nel poter analizzare i vissuti percettivi di un percirpiente ponendoli, per l’appunto, fuori da ogni posizione naturale. Proprio perché essi stessi continuano ad esistere, indipendentemente, dalla presenza di una natura, di un Mondo corporeo e, dunque, di un corpo vivo. L’atteggiamento fenomenologico consente, perciò, di “cogliere” i vissuti “in sé e per sé”, ovvero in conformità “al proprio senso puro”. Come possiamo, però, giustificare il sorpasso dell’atteggiamento fenomenologico su quello naturale – considerando che Husserl non vuole negare l’empirismo, dato che ciò significherebbe negare la datità fisica -? Facciamo un esempio.

Se io provassi una sensazione di dolore, l’atteggiamento naturale mi permetterebbe (qui ed ora) di esperire (descrivere) tale sensazione – ovvero di formularne una «tesi d’esperienza» specifica -. In parole povere, vivrei quel dolore in relazione al mio corpo vivo. L’atteggiamento fenomenologico, al contrario, permette, invece, di cogliere il dolore “in sé e per sé” – cioè nella sua purezza ontologica -, “slegando” la sua stessa percezione dalla dipendenza dal corpo vivo e consentendo di porre l’io come l’oggetto naturale nei riguardi del quale il dolore medesimo – inteso, in questo caso, come “puro oggetto psichico” – rivolge quel particolare sentimento. Significa che “niente sarà più riconducibile a me e niente sarà più mio”. La purezza assoluta del dolore è “in sé e per sé” – occorre ripeterlo nuovamente –. Come afferma lo stesso Husserl: «Questo significa che io adesso mi impedisco di porre ancora ciò che essa poneva, o di fare qualsiasi uso di ciò che essa poneva come realtà.»

La riduzione fenomenologica può essere applicata a tutti i vissuti – e non solo, come vedremo in seguito – e permette di “ignorare” sia l’immanenza che la trascendenza della datità naturale – perché, da un punto di vista gnoseologico, non interessano in alcun modo -. E, sempre da un punto di vista gnoseologico, l’atteggiamento fenomenologico non è mai né aprioristico né pregiudizievole: non si tratta di dover giungere a comprendere se l’oggetto sia vero o falso, reale o irreale, ecc. Gli stessi atti fenomenologici possono essere perfetti o imperfetti, completi o incompleti e via discorrendo. Non importa. Lo stesso filosofo lo afferma molto chiaramente: «Non facciamo in alcun modo nostro ciò che ci si offre come essere. Invece di vivere nel compimento dell’atto e invece di mantenere ingenuamente, dopo il suo compimento, la sua posizione con il suo senso, dirigiamo lo sguardo sull’atto stesso, rendiamo oggetto sé stesso e ciò che esso ci può offrire in sé.»

In sintesi: la riduzione fenomenologica trasforma ciò che percepiamo in un qualcosa che non ha più niente di naturale. Nemmeno una sua propria collocazione spazio-temporale. L’esperienza pura risiede, dunque, nel saper “accogliere” ogni tipo di esperienza (perfetta o imperfetta, giusta o sbagliata, ecc.) generata dall’atteggiamento fenomenologico.

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