SOLONE E L’UNIVERSALITÀ DELLA GIUSTIZIA.

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Solone, dal canto suo, non pare in grado di risolvere l’impasse di Esiodo secondo la quale l’ingiusto, vivendo in una città di giusti, sarà esentato dalla punizione divina. La proposta di Solone, infatti, finisce addirittura con il rendere ancora più problematico l’intero disquisire attorno al tema della Giustizia e del “vivere rettamente” all’interno di una comunità. L’ateniese è convinto che la Giustizia – dikē – sia divina. Così come divino resta l’intervento di Zeus e delle altre Divinità al fine di punire chi, in vita, sia andato macchiandosi di reati e colpe gravi. Il problema evidenziato nel trattare il punto di vista di Esiodo, ad ogni modo, deve, però, essere risolto.

Nel tentativo di scongiurare l’accettazione dell’idea stando alla quale l’ingiusto sia in grado di evitare la collera degli Dei “sfruttando”, per l’appunto, coloro che, al contrario di lui, hanno deciso di vivere secondo virtù, Solone radicalizza l’affermazione del poeta. Può anche darsi, sostiene l’ateniese, che un uomo ingiusto riesca a farsi beffe della punizione celeste ma, ad ogni modo, se ha peccato durante la propria vita terrena, allora non vi è dubbio alcuno che a pagare per queste sue colpe saranno i suoi figli. O i figli dei suoi figli. La questione, però, si complica oltremodo.

Sebbene, così facendo, Solone  ponga le basi per una “certezza” della pena che, presto o tardi, verrà posta in essere dagli Altissimi, l’intera problematica, che avevamo intuito sorgere all’interno delle disquisizioni di Esiodo, ne esce – addirittura! – rafforzata. Non soltanto, infatti, il figlio sarà chiamato a pagare per colpe da lui non commesse ma, secondo tale riflessione, il padre potrebbe essere tranquillamente “legittimato” a comportarsi come meglio crede – sia per mera avidità sia per ignoranza circa suddetta “ereditarietà” dei reati da lui commessi -. L’interrogativo, dunque, resta sempre lo stesso: “Che senso potrebbe mai avere il vivere rettamente, se poi tanto si è chiamati a pagare per colpe da noi non commesse?”. O ancora: “Perché mai dovremmo vivere secondo virtù, quando potremmo tranquillamente commettere qualsiasi tipo di reato con la speranza – o certezza – di riuscire ad evitare la collera celeste?”.

Possiamo sostenere che, dal punto di vista del padre, considerando l’importanza che la “famiglia” ricopre all’interno della Grecia Antica, la posizione di Solone abbia, indubbiamente, una propria forza. Ciascun padre desidera il bene dei propri figli e, quindi, a meno che non sia il più spregevole degli uomini – o il più stolto tra gli stessi -, cercherà di rispettare la Giustizia, così che i suoi discendenti possano vivere sereni e al riparo da qualsivoglia forma di intervento divino.

Ma cosa dire del figlio?

Il problema risiede proprio all’interno del suo punto di vista. Vivere rispettando la legge ed il prossimo può non bastare, se su di noi incombe la punizione celeste. L’idiosincrasia è proprio questa: la “Universalità della Giustizia” – “presto o tardi, l’intervento degli Dei giungerà” – può (anche) far sì che il giusto non sia protetto dalla Giustizia stessa – il figlio che, privo di colpe, paga, per l’appunto, per reati da lui non commessi –.

In Solone, come in Esiodo, resta ferrea e certa la fede nella Giustizia. Ma si riducono – sempre di più – gli argomenti posti a sua a difesa. Vedremo come in Eraclito il tutto finisca con il complicarsi ulteriormente.

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ESIODO E IL PROBLEMA DEL VIVERE (IN)GIUSTAMENTE.

La riflessione di Esiodo sulla giustizia – e sull’ingiustizia – è alquanto esplicativa: Zeus è il garante di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, e la collera divina altro non è, quindi, che la pena per aver osato violare il precetto divino di seguire dike. Per il poeta, quindi, non soltanto gli Dei esistono ma essi sono anche interessati alle questioni terrene e spronati ad intervenire in caso di mancanza operata dai comuni mortali nei riguardi dei loro moniti ed ordini. Come poter dimostrare però la “tangibilità” di un tale intervento da parte delle Divinità? Esiodo, a tal riguardo, sviluppa una “semplice” comparazione.

Si prendano in considerazione due città. L’una retta giustamente ed abitata da cittadini dediti alla virtù. L’altra, al contrario, governata da regnanti corrotti e viziata da una comunità interessata solo al proprio interesse. Stando a quanto sostiene il poeta, la prima città è, inevitabilmente, indirizzata verso un futuro radioso e prospero, mentre la seconda sarà essa stessa causa della propria rovina e caduta. La tangibilità dell’intervento divino – e, dunque, ciò che concretamente permette alla prima città di fiorire e alla seconda di capitolare – è rappresentata, secondo Esiodo, tanto dalla presenza o meno di calamità – si pensi, ad esempio, ad una epidemia – quanto dal sorgere (o meno) di tutti quei valori che possano permettere alla cittadinanza di svilupparsi – per esempio, il semplice desiderio di cooperazione -. Sono, quindi, gli Dei che determinano il destino della polis a seguito del comportamento assunto dagli abitanti della medesima. Sorge però un problema filosofico di non poco conto.

La problematica si sviluppa nel momento stesso in cui ci rivolgiamo alla città in quanto agglomerato di soggetti distinti e non in quanto massa uniforme che si comporta in modo omogeneo. In sintesi: chi può sostenere che entro le mura di una città giusta non vivano anche gli ingiusti e viceversa? E come comportarsi allora in tal caso? La ineluttabilità del destino di una città giusta e di una città ingiusta, infatti, contrasta con quanto appena sostenuto. Riduciamo nuovamente all’osso l’intera questione.

Una città ingiusta è inevitabilmente portata al crollo. Questo significa che a “pagare per i propri peccati” non saranno solo gli ingiusti ma anche la minoranza di persone giuste. Per converso, una città giusta fiorirà sicuramente grazie alla maggioranza di cittadini onesti… ma questo significa anche che i disonesti godranno dei frutti degli altri. Dunque? Conviene esser un giusto nonostante la presenza di consociati ingiusti o è più vantaggioso vivere ingiustamente a spese di chi crede nella giustizia?

Per quanto concerne il giusto che viene punito a causa delle colpe commesse dagli ingiusti, il problema è profondamente teologico: il giusto viene punito per colpe non sue. Ma questo, se vogliamo, rimane più un “problema moderno”, dato che nell’antichità il legame tra l’individuo e la propria comunità di appartenenza resta imprescindibile – da qui segue l’interpretazione “negativa” del concetto di libertà -. Possiamo però (ri)girare il punto di vista: “Perché mai un cittadino dovrebbe allora comportarsi giustamente se tanto poi il suo stesso destino sarà determinato dal comportamento ingiusto dei propri simili?”. E ancora: “Perché mai un ingiusto dovrebbe venire spronato a vivere rettamente se tanto il suo avvenire sarà garantito dagli sforzi altrui?”. Il problema verte soprattutto sul secondo caso.

Quando un giusto paga per colpe non sue, ad ogni modo, l’intervento divino c’è stato e la città ingiusta crolla. Come detto, il problema resta – più che altro – ancorato ad una chiave di lettura “moderna”. Nel caso però dell’ingiusto non punito poiché membro di una città giusta, l’intervento degli Dei è mancante e, quindi, chi viola la legge divina non è punito. Quindi gli Dei non tutto vedono e non tutto controllano. L’impostazione di Esiodo risulta pertanto debole.

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