L’ASTRAZIONE IN BERKELEY.


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La mente umana possiede la capacità di elaborare idee astratte. L’immaginazione viene contestualizzata nel suo stesso significato funzionale da Berkeley. Ma mai negata – come avremo modo di capire meglio in seguito -. I modi tramite i quali un oggetto sensibile si presenta agli occhi di un osservatore, così come le qualità di cui si costituisce, sono legati tra di loro. Su di essi il percipiente svolge la propria capacità di astrazione. La domanda che dobbiamo porci è la seguente: “Secondo il filosofo inglese si possono astrarre idee generali?”. Ovvero: “Esiste l’idea astratta di colore o di movimento o di estensione, ad esempio?”. Questo è l’interrogativo a cui dobbiamo cercare di dare ora risposta.

Alcuni sostengono che la capacità di astrazione possa vertere, sia sui modi che sulle qualità degli oggetti sensibili, in maniera del tutto individualistica. Restando fedeli a questa chiave di lettura, se osservassimo un qualsiasi corpo esteso, avente un determinato colore e colto in uno specifico movimento, la nostra mente potrebbe tranquillamente formulare delle idee astratte di colore, di estensione e di movimento, in modo del tutto separato e distinto. Ma i legami associativi tra le idee restano indubbi. Di conseguenza, dunque, un’idea astratta di estensione finirebbe, ad esempio, con il racchiudere, dentro di sé, tutti i particolari tipi di moto percepibili dai sensi:

E similmente, considerando il movimento in modo astratto non solo dal corpo mosso, ma in pari misura dalla figura che esso descrive, e da tutte le particolari direzioni e velocità, è elaborata l’idea astratta di movimento; la quale corrisponde egualmente a tutti i particolari movimenti quali che essi possano essere percepiti dai sensi.

Gli stessi studiosi affermano che questa capacità di astrazione non si rivolga solo nei confronti dei modi di presentarsi degli oggetti sensibili o nei riguardi delle qualità da essi stessi possedute, ma, bensì, anche verso “elementi” più “complessi”. Come l’idea astratta di uomo, ad esempio. Secondo questi studiosi, quindi, l’astrazione ridurrebbe sempre i particolarismi e promuoverebbe una specie di omogeneizzazione e stereotipizzazione degli oggetti sensibili:

E dopo questo, si dice che giungiamo all’idea astratta di uomo o, se preferite, umanità o natura umana; nella quale è vero che è incluso il colore, poiché non c’è alcun uomo che non abbia un qualche colore, ma esso non può essere bianco, nero, né alcun particolare colore, perché non c’è alcun particolare colore del quale tutti gli uomini partecipino. Così parimenti è inclusa la statura; ma allora essa non è né alta statura, né bassa e neppure media, ma una astratta da tutte queste.

Le idee astratte, dunque, verterebbero solo su caratteristiche generali come “movimento”, “colore” et similia, tralasciando ogni forma di particolarismo. Ecco, Berkeley sconfessa tutto questo:

Posso immaginare un uomo con due teste, o le parti superiori di un uomo unite al corpo di un cavallo. Posso considerare la mano, l’occhio, il naso, ognuno da sé stesso astratto o separato dal resto del corpo. Ma qualsiasi mano o occhio che immagino, deve avere qualche aspetto e colore particolare. Parimenti l’idea di uomo che elaboro per me stesso deve essere di un uomo bianco, nero o ambra, dritto o deforme, di statura alta, bassa o media. Io non posso concepire, tramite alcun sforzo di pensiero, l’idea astratta sopra descritta. E in egual modo è per me impossibile formare l’idea astratta di movimento distinto dal corpo che si muove, e che non sia veloce o lento, curvilineo o rettilineo; e lo stesso può essere detto di tutte le altre idee astratte generali, quali che siano.

Si possono formulare idee astratte. Ma non è possibile per la mente umana formulare idee astratte generali. Se penso ad un triangolo, penserò ad un triangolo scaleno o equilatero. Oppure anche ad un triangolo “universale”, che non sia né scaleno né equilatero. E di nessun altro tipo. Ma il triangolo “universale” non è ottenuto dalla fusione di tutti i particolarismi dei diversi modi di presentarsi e delle diverse qualità possedute da tutte le idee esistenti dello stesso. E questo non solo perché sono i medesimi legami associativi tra le idee a renderlo impossibile – aspetto che comprenderemo meglio quando parleremo delle «qualità sensibili» -, ma anche perché del tutto inutile da un punto di vista meramente culturale ed intellettivo:

Neppure le penso più necessarie all’ampliamento della conoscenza che alla comunicazione. […] Quindi, quando dimostro qualche proposizione relativa ai triangoli, si deve supporre che io abbia in vista l’idea universale di un triangolo; il che non deve essere inteso come se io possa elaborare un’idea di triangolo il quale non sia equilatero, scaleno o isoscele, ma solamente che il particolare triangolo che considero, se di questo o quel genere non importa, rappresenta e sta egualmente per tutti quanti i triangoli rettilinei; ed è in questo senso universale.

Non solo Berkeley considera le idee astratte generali di impossibile formulazione e dall’indubbio riscontro utilitaristico, ma non le ritiene nemmeno fondamentali per la creazione dei nomi all’interno dei linguaggi:

Per esempio, un triangolo è definito essere “una superficie piana compresa fra tre linee rette”, con il che quel nome è limitato a denotare una certa idea e nessun’altra. A ciò io rispondo che nella definizione non si dice se la superficie sia grande o piccola, nera o bianca; né se i lati siano lunghi o corti, eguali o diversi; né in tutto ciò può esserci grande varietà, e di conseguenza non c’è un’unica idea prefissata che delimita il significato della parola triangolo. Una cosa è mantenere costantemente un nome alla stessa definizione, un altro è farlo sempre stare per la medesima idea; la prima è necessaria, l’altra inutile e impraticabile.

Il linguaggio ha come fine primario il comunicare. Ogni «nome significante» sta per un’idea. Il legame “nome↔nozione” è lecito; quello “nome↔nozione astratta”, invece, no.

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