“MONDANITÀ” E “PERCORSO”.

  • Sentimenti mondani:

Attrazione e avversione sono due sentimenti che trattengono le persone nella schiavitù del comportamento ripetitivo ignorante. Coloro che ricercano solo ciò che li soddisfa e cercano di evitare ciò che li infastidisce agiscono in questo modo perché non comprendono la natura del mondo.

Per coloro che conoscono la natura del mondo, la mancanza di una completa soddisfazione o di adempimento nelle cose del mondo è in sé un consiglio a coltivare il distacco. Chi non brama di essere soddisfatto non sarà infastidito. Ciò che provoca la sofferenza mentale non l’ambiente in sé ma la mente in sé.

 

  • Percorso prestabilito:

La dottrina Zen non ha nessun percorso prestabilito né schemi prefissati. A volte spiega principi mondani, a volte espone dottrine oltremondane. In ogni caso lo scopo è dissolvere i punti di aderenza delle persone e liberarle dalla schiavitù. Pertanto non vi è alcun dogma né ortodossia dottrinaria; l’unica questione è cosa porterà effettivamente le persone alla liberazione e all’illuminazione.

Secondo un antico detto Zen: “Se lo capisci, puoi usarlo lungo la strada; se non lo capisci, diventa una convenzione mondana.” Anche se si ricevono insegnamenti mistici per la trascendenza, se non vengono capiti, gli insegnamenti diventano dottrine convenzionali.

D’altra parte, se ascoltare le spiegazioni di principi mondani libera le persone dall’attaccamento e dalla schiavitù, con il risultato che esse si uniscono direttamente al fondamentale, allora questi principi mondani sono in questo senso insegnamenti profondi.

Muso Kokushi

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I TRE FANCIULLI ED IL SERPENTE.

Di ritorno da un monastero, il Buddha vide tre fanciulli intenti a picchiare, con pietre e bastoni, un piccolo serpente. L’Illuminato si avvicinò ai ragazzi, desideroso di comprendere il perché di tutta quella violenza. Vedendo il Maestro avvicinarsi, i tre lasciarono cadere a terra bastoni e pietre. Prese, quindi, vita la seguente conversazione:

Buddha“Perché state picchiando quel povero animale?”

Fanciulli“Venerabile signore, riteniamo si tratti di un serpente velenoso. Per questo motivo lo picchiamo.”

Il Buddha ammonì i tre, dicendo loro che nessuno dovrebbe mai fare del male al prossimo al fine così di non arrecare male a sé stesso. Nel mentre che il serpente scivolava via, il Maestro si sedette dinanzi ai ragazzi e recitò quanto segue:

Tutti hanno paura di venire puniti. La vita è cara a tutti. Mettiti al posto degli altri. Non uccidere nessuno.

Facendo il male, ci si contamina. Evitando il male, ci si purifica. La purezza e l’impurità dipendono da sé stessi. Nessuno può purificare un altro.

Che nessuno trascuri il proprio benessere per il benessere degli altri. Comprendere chiaramente il proprio benessere e lottare sempre per il proprio vero bene.

Uno dovrebbe prima stabilire sé stesso in ciò che è giusto e solo allora cercare di istruire gli altri. Facendo questo, il saggio non sarà criticato.

Controllarsi è difficile. Per farlo, fai ciò che insegni agli altri. Così avrai un vero auto-controllo. Se fai ciò che insegni agli altri, ovvero il controllarti, riuscirai a controllarli. 

Se cerchi il sollievo e prendi un qualcosa da persone che, come te, lo stanno cercando, il nostro incontro, dopo la morte, non avverrà con facilità. Se cerchi sollievo e non prendi alcunché da persone che, come te, lo stanno cercando, il nostro incontro avverrà facilmente dopo la morte.

Ammaliati dagli insegnamenti del Maestro, i ragazzi presero atto di quanto sbagliato fosse stato il loro comportamento. Dopodiché, uno di loro rivolse una domanda al Buddha. Di seguito il loro conversare:

Faciullo“Venerabile signore, ho notato però che se siamo troppo gentili questo può tramutarsi in uno svantaggio per noi. Come comportarsi, dunque?”

Buddha: “Lascia che ti racconti una storia. Una volta c’era un cobra che era famoso tra gli abitanti del villaggio per la sua gentilezza e calma. Era così gentile che, tutte le volte che le persone lo accarezzavano, non si muoveva di un centimetro. Un giorno, una donna andò nel bosco a prendere legna da ardere e, dopo averne raccolta abbastanza, si rese conto di non aver portato con sé una corda per legarla. Vide allora il gentile cobra lì vicino e, senza perdere tempo, legò subito la catasta di legna, usando proprio il povero animale come una corda. Di ritorno a casa, la donna scortese lasciò andare il cobra. Quest’ultimo, poco dopo, fu preso da un grande dolore. Si recò, quindi, in un monastero. Un monaco gentile venne in suo aiuto, gli applicò un medicinale ed ascoltò la sua storia. L’uomo comprese così come il cobra fosse stato sfruttato dalla donna e trattato come un mero strumento. Il monaco, allora, proferì le seguenti parole: “Oh re serpente, ti sei messo giù a causa della tua compassione infinita. È giusto essere compassionevoli, ma quando qualcuno cerca di farti del male, ergiti con orgoglio, perché, dopo tutto, sei un re serpente!”. Il cobra prese in considerazione il consiglio e così non venne mai più molestato. Figli, dovreste sempre essere compassionevoli, ma non al punto da diventare delle innocenti vittime.”

I tre fanciulli compresero l’insegnamento del Buddha. Si recarono, assieme ai propri genitori, al monastero. Divennero monaci.

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“INTENTO” E “PRATICA”.

  • Studiare l’intento:

Il metodo per studiare l’intento è mettere da parte ogni comprensione intellettiva e ogni valutazione emotiva e guardare direttamente una massima o un racconto.

Anche se stai leggendo testimonianze di antiche massime o stai ascoltando la lezione di un maestro, se dimentichi ciò che è nella tua mente e ti apri, non producendo razionalizzazioni di ciò che stai leggendo o ascoltando, questo è studiare l’intento.

 

  • Applicazione pratica:

Secondo le scritture buddiste, anche chi è erudito, fintanto che non mette in pratica la sua erudizione, non è diverso dall’ignorante. Questo vale anche per le attività mondane: capire i principi e discuterne può essere piuttosto facile, ma l’applicazione pratica non è altrettanto facile.

Molti eruditi si limitano a pontificare e non affinano davvero la loro mente. Questo perché non raggiungono i risultati dei saggi di cui studiano i libri.

Quando era in vita, Confucio insegnava ai suoi discepoli i principi della benevolenza, della giustizia, della cortesia, dell’intelligenza e della sincerità e faceva mettere in pratica questi principi. Quando Confucio testimoniava che tal-dei-tali aveva appreso la benevolenza o che tal-dei-tali aveva appreso la giustizia, parlava di persone dal cuore benevolente o giusto, non di persone che avessero puramente imparato a parlare di benevolenza o giustizia senza però avere nel cuore benevolenza o giustizia.

Alcuni studiosi successivi di Confucianesimo, tuttavia, affermavano di essere maestri di dottrina confuciana non appena avevano imparato le definizioni di benevolenza e giustizia, senza aver coltivato nel loro cuore la benevolenza e la giustizia.

Lo stesso vale anche per il Buddismo. Quando Budda era al Mondo, non tutti i suoi seguaci furono geni che raggiunsero rapidamente la liberazione e diventarono liberi, ma anche quelli di facoltà mediocri e scarse che si attennero alle istruzioni del Budda e le misero in pratica ottennero dei benefici a seconda delle loro capacità. Anche dopo la morte del Budda tutti coloro che praticarono la dottrina in modo appropriato ottennero qualche beneficio. Questo perché seguivano il Buddismo soltanto per la liberazione e la salvezza di tutti gli esseri viventi, non per la condizione sociale e il profitto materiale.

In tempi successivi molte persone, monaci e laici, seguirono e studiarono il Buddismo per amore della reputazione e del profitto materiale. Pertanto non progredirono nella vera coltivazione di sé e nell’affinamento. Pensavano che bastasse apprendere le dottrine delle varie scuole. Di conseguenza, più erano eruditi, più diventavano presuntuosi.

In conseguenza di tutto ciò, mentre le persone comuni hanno soltanto il consueto io personale, gli studiosi del Buddismo vi aggiungono anche un io religioso. Pertanto anche studiosi di eccezionale erudizione potrebbero non essere diversi dai più disgraziati miscredenti in fatto di reale modo di vivere e di essere.

La dottrina Zen dice che è meglio praticare poco che parlare molto. I maestri Zen pertanto raccomandano che la comprensione erudita sia subordinata allo studio attraverso l’esperienza personale.

Nondimeno giunse il momento in cui persino gli studiosi Zen si dedicarono a svaghi letterari e divennero tanto orgogliosi della loro erudizione che non provavano vergogna di non avere alcuna reale esperienza di illuminazione.

Muso Kokushi

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LA “TRIPLICE DISCIPLINA BUDDISTA”: PARTE PRIMA.

La “Triplice Disciplina Buddista” è composta da sila – “moralità” -, dhyana – “meditazione” – e prajina – “saggezza” -. Sila è un vero e proprio codice etico, in quanto costituito da tutti gli insegnamenti lasciati dal Buddha ai propri discepoli, affinché in quest’ultimi possa schiudersi il satori. Non assume, dunque, la fisionomia del precetto, del tabù, della restrizione e via discorrendo, quanto quello di un meraviglioso invito a compiere un percorso di elevazione spirituale. Al fine di permettere al discepolo di comprendere ed osservare tali “norme di condotta”, è fondamentale allenare la mente alla calma, alla pazienza e alla tranquillità. Da tutto ciò segue il fondamentale ruolo esercitato dalla meditazione e dal controllo del proprio respiro. Ciò veicola verso una vera e propria tranquillità spirituale. Vi sono, quindi, (anche) “componenti pratiche” nel percorso che può condurre l’Illuminazione. Infine, prajina è il «potere di penetrare nella natura del proprio essere, ed anche la stessa verità così intuita». Notiamo, perciò, come lo schiudersi del satori sia un sentiero profondamente introspettivo.

Dhyana, nel suo più profondo significato, non deve essere inteso (soltanto) come “arte in grado di donare tranquillità alla mente” così che l’intima essenza – pura e genuina – della stessa possa fuoriuscire libera dalle proprie “restrizioni” ed “inquadrature”. Dhyanaprajina coincidono e coesistono, ovvero non devono essere “trattati” separatamente. Questo “dhyana/prajina unilaterale” è un vero e proprio “quietismo”, indirizzato e giustificato da una elevazione catartico/spirituale.

La coincidenza tra dhyanaprajina è l’auto-natura di ciascuno di noi, ovvero il “conoscere il proprio io”. Dal sutra di Hui-neng:

Essi sono uno e non due. Dhyana è il Corpo di Prajina e Prajina è l’Uso di Dhyana. Quando si persegue il Prajina, Dhyana è nel Prajina; quando Dhyana è perseguito, Prajina è in esso. […] È come la lampada e la sua luce. Dove c’è la lampada c’è la luce; se non c’è la lampada, non c’è la luce. La lampada è il Corpo della luce e la luce è l’Uso della lampada. Esse sono chiamate in modo diverso, ma in sostanza sono una cosa sola. Il rapporto fra Dhyana e Prajina deve essere inteso in modo analogo.

Pensare però che dhyana consista soltanto nello starsene seduti a gambe incrociate per riposarsi, è quanto di più superficiale si possa supporre. Il quietismo di cui parlavamo in precedenza non è da intendersi come mera passività: la coincidenza tra meditazione e saggezza implica attività, azione, esercizio e movimento, al fine di “smuovere sé stessi” per “trovare sé stessi”.

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“APPRENDIMENTO” E “CRESCITA”.

  • Intento ed espressione:

Secondo un antico detto, coloro che non hanno ancora raggiunto l’illuminazione devono studiare l’intento piuttosto che l’espressione, mentre coloro che hanno raggiunto l’illuminazione devono studiare l’espressione piuttosto che l’intento.

L’intento è il significato interiore dello Zen, che è il fondamentale intrinseco in ognuno. L’espressione è la svariata metodologia delle scuole Zen. L’intento è la radice, l’espressione i rami. Gli allievi devono prima scoprire il significato interiore dello Zen, non impantanarsi nelle espressioni.

 

  • Consolidamento delle radici:

Quando un albero non fiorisce e non dà frutto dopo tempo ragionevole dalla piantatura, noi sappiamo che le radici non hanno attecchito saldamente, per cui bisogna prestare attenzione prima di tutto alla cura appropriata delle radici. Se non si capisce che il problema sta nelle radici e si cerca soltanto di far crescere i rami e sbocciare i fiori, le radici continueranno ad avvizzire mentre l’attenzione è rivolta alle escrescenze.

Analogamente, anche se hai realizzato il significato dello Zen, se le tue capacità e funzioni non si sono sviluppate non devi rivolgere la tua attenzione a queste escrescenze. Invece devi soffermarti sulla corretta cura del fondamentale in modo da sbarazzarsi delle opinioni dell’io personale e religioso, andando al di là sia dei sentimenti ordinari che delle esperienze religiose, abbracciando così pienamente il fondamentale che li trascende tutti.

Muso Kokushi

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