CENNI DI MORALE TEORETICA: FORME DI ETICA.


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Per “etica” intendiamo indicare lo studio di un fenomeno morale; con il termine “moralità”, quindi, ci rivolgiamo all’insieme dei comportamenti che costituiscono una precisa etica. Naturale che tali comportamenti siano influenzati e si basino su credenze e valori, mutabili nel corso del tempo e, a loro volta, dipendenti da precisi contesti storici, sociali ed umani. Nel caso volessimo soffermare la nostra attenzione sul descrivere alcuni degli aspetti teoretici – concernenti cioè la mera teoria – dell’etica, potremmo prendere in considerazione alcuni spunti interessanti sia per quanto concerne il tema del linguaggio che della struttura dell’agire morale. Partiamo proprio da questa seconda argomentazione.

La struttura portante dell’agire morale può essere riassunta nella seguente formula:

agente → oggetto → effetto 

A seconda su quale di questi tre parametri desideriamo svolgere la nostra riflessione, avremo modo di definire ben tre tipologie di etiche. Nell’ordine:

  1. “etica del carattere (o “della virtù”)”: in questo caso il giudizio che riversiamo nei confronti dell’agire morale è profondamente “apriorico”. Una specie di vera e propria “presunzione” de facto che viene formulata a priori. Non siamo interessati né a valutare il contenuto dell’agire medesimo né a constatare quale tipologia di effetti lo stesso abbia poi provocato; l’attenzione viene rivolta solo nel comprendere se l’agente si palesi essere o meno un soggetto virtuoso – un vero e proprio “eroe omerico” -;
  2. “etica deontologica”: come vedremo poi meglio in riferimento al linguaggio morale, l’aspetto “deontologico” sta ad indicare come l’agire si rapporti ad un monito, una norma, un divieto, un imperio… un qualcosa che ne sancisca, dunque, la legittimità. Valutare un’etica deontica è alquanto immediato: l’agire sarà “giusto” se non violerà la norma. Al contrario, in quanto illecito, il comportamento verrà considerato vizioso. Inoltre, un’etica di questo tipo permette – almeno da un punto di vista teorico – di poter leggere in anticipo i comportamenti degli alter ego: l’esistenza, infatti, di un sistema legale di riferimento che determina la virtuosità del comportamento umano, fa sì che possiamo aspettarci che i nostri simili esperiscano quel particolare tipo di agire – nel caso in cui volessero comportarsi rettamente, ovvero “secondo la legge”, per l’appunto -. Ovviamente si possono anche verificare situazioni di assoluta straordinarietà e/o necessarietà che possono spronare il singolo individuo ad interrogarsi circa la doverosità di rispettare (o meno) la norma stessa; in alcuni casi, infatti, il soggetto potrebbe ritenere che quel comportamento, anche se vietato, sia meritevole di venire posto in essere – i conflitti interiori e il doversi muovere secondo “buon senso” evidenziano l’incapacità di un’etica deontica a potersi presentare come assoluta e totalizzante -. Molto spesso, onde evitare simili impasse, si parla di norme irreprensibili e/o del tutto inviolabili. Ma i contesti e le circostanze sono variabili umane suscettibili a continui cambiamenti, dopotutto;
  3. “etica teleologica (o “consequenzialistica”)”: in questo caso, il valore morale di un comportamento trova soddisfazione e giustificazione in un giudizio che viene formulato a posteriori, solo e soltanto dopo che il comportamento stesso abbia trovato attuazione. Se gli effetti dell’agire sono benefici, allora il medesimo viene considerato come retto e virtuoso. Altrimenti, l’esatto contrario. Una etica consequenzialistica – come, ad esempio, l’utilitarismo di Bentham – può apparire alquanto “riduttiva”, oltre che obbligare, in casi di assoluta straordinarietà, l’agente a doversi far carico di evidenti pressioni psicologiche – infatti, al fine di agire (o al fine di non agire) sarà necessario prevedere quali conseguenze produrrà quel comportamento e, quindi, se sia vantaggioso (o utile, per l’appunto) porlo, o meno, in essere -. È difficile immaginare una società che sia permeata (solo e soltanto) da un’etica teleologica: dovremmo “sperare” che gli alter ego adottino comportamenti nei confronti dei quali gli stessi siano stati in grado di prevederne totalmente le conseguenze. Il che può lasciare molti dubbi, in effetti.

Merita poi una menzione a parte la dinamica riguardante il cosiddetto “doppio effetto”. In sintesi: un’azione positiva, capace di produrre effetti benefici e posta in essere da un agente virtuoso, qualora producesse anche effetti negativi, continuerebbe ad essere meritevole di venire esperita? Si è soliti rispondere positivamente, a patto che risultino essere rispettati tre punti fondamentali:

  1. l’azione deve essere lecita – in termine deontici -;
  2. il bene prodotto dall’azione stessa deve essere conosciuto dall’agente in maniera apriorica;
  3. il male prodotto dall’azione deve essere conosciuto dall’agente in maniera apriorica e non può, né qualitativamente né quantitativamente, essere superiore al sopraindicato bene.

Il paradigma filosofico del “doppio effetto” ha dato origine, in riferimento all’etica cristiana, al tuziorismo – “si sceglie di porre in essere il comportamento che, in termini di responsabilità, suole mostrarsi come il meno gravoso all’agente” – e al probabilismo – “in caso di dubbio sul da farsi, può risultare risolutivo l’affidarsi ad un’opinione esterna ritenuta essere più che legittima” -. In ogni caso, l’iter descritto non è così esente da dubbi; sappiamo come in ambito morale le variabili umane possano essere determinanti – come l’auto-inganno o l’auto-convincimento, ad esempio -. 

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