L’ETICA ARISTOTELICA: PARTE TERZA.

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Altra interessante virtù aristotelica è quella riguardante la giustizia. Nel quinto libro dell’Etica NicomacheaAristotele parla di tre tipi di giustizia:

  • “giustizia generale”;
  • “giustizia politica”;
  • “giustizia particolare” – essa si costituisce di due piani di interesse: da una parte, la stessa si occupa di curare una equa distribuzione dei beni tanto nei rapporti pubblici quanto in quelli privati, dall’altra parte, ha il compito di assicurarsi che la punizione inflitta ai colpevoli sia sempre giusta ed adeguata -.

La maggior parte dell’attenzione viene rivolta alla giustizia politica. Essa consiste nel rispettare e nel seguire le leggi della polis in quanto «le leggi tendono all’utile comune» e la giustizia è «ciò che produce la felicità per la comunità politica». La legge si pronuncia su qualsivoglia argomento. Essa prescrive le azioni virtuose ed interdisce quelle viziose. Riesce a far questo «in modo corretto quando è stabilita correttamente, peggio quando è stabilita in modo affrettato». Nell’Etica Nicomachea la riflessione verte per lo più sullo spoudaìos, ovvero sul “cittadino esemplare”. Il cittadino virtuoso è colui che rispetta le leggi, senza se e senza ma. Il problema è cercare di comprendere come una tale virtuosità possa coesistere quando il cittadino si trova a vivere all’interno di contesti istituzionali “poco virtuosi”. Prendiamo, ad esempio, in considerazione un governo tirannico: da un punto di vista etico, dunque, il cittadino deve rispettare anche le disposizioni del despota, ma tutto questo non finirà con l’allontanarlo dalla vera virtù? Ecco perché, all’interno della PoliticaAristotele si sente in dovere di parlare di “costituzione ottima”, ovvero di come sia necessario fare in modo che i due presupposti di cui sopra non collidano tra di loro. Legge e giustizia, quindi, devono coesistere in termini di virtù morale. Passiamo adesso a prendere in considerazione altri due concetti rilevanti per l’intera argomentazione svolta sull’etica: la volontarietà e la involontarietà dell’agire morale.

Aristotele sostiene che un’azione possa dirsi involontaria o quando la stessa viene compiuta sulla base di una costrizione fisica o quando l’agente ignora le circostanze dell’agire – quest’ultimo può essere, ad esempio, il caso di Edipo, il quale è, per l’appunto, all’oscuro della vera identità di Laio (suo padre) -. Segue un rovescio della medaglia di non poco conto. Anche l’azione buona, quando è il risultato di dinamiche come quelle appena viste, deve essere considerata involontaria. Al pari, quindi, dell’azione malvagia involontaria, che non deve essere deplorata, l’azione buona involontaria non deve essere lodata. Questo ci permette di comprendere come la volontarietà sia dannatamente fondamentale nella filosofia di Aristotele. Non tanto al fine di condannare le azioni (realmente) malvagie quanto, soprattutto, per evidenziare quale sia il modo corretto per ascrivere virtuosità all’agire dell’uomo. Vi è, dunque, un presupposto che non può venire meno: le scelte, che veicolano l’individuo a porre in essere quella determinata azione, devono essere libere. Abbiamo visto che, una volta formatosi, il carattere morale diventa quasi del tutto alieno da possibili mutamenti. Il buono resta buono proprio come il malvagio rimane tale. Difficile ipotizzare che un uomo virtuoso si trasformi in un cittadino deplorevole e viceversa. Ma, nonostante questo, «l’uomo è il principio delle sue azioni», ovvero deve essere messo nelle condizioni di “orientare” la propria moralità. La domanda allora diventa la seguente: “Dove ha luogo questo “principio”?”. Ovvero: “Quando un individuo decide di voler diventare virtuoso o malvagio?”. Abbiamo visto, infatti, come sia fondamentale rispettare gli insegnamenti del padre, onorare le leggi ed emulare le gesta dei cittadini esemplari. Ma è indubbio il fatto che in età molto giovane il soggetto non disponga di una razionalità e di una volontarietà della scelta – difatti, abbiamo parlato di consuetudine -. Aristotele parla allora di “corresponsabilità”. Prestiamo attenzione.

Se la consuetudine ci porta a valutare l’azione alla stregua di una qualcosa di imposto da soggetti esterni, allo stesso tempo un’azione può dirsi volontaria e responsabile se l’agente è di essa “concausa” e “corresponsabile”. In sintesi: l’agire, indipendentemente dalle costrizioni esterne, deve essere un qualcosa di “riconducibile” all’agente, ovvero dipendente de facto da quest’ultimo.

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L’ETICA ARISTOTELICA: PARTE SECONDA.

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Riprendiamo la riflessione concernente il concetto aristotelico di felicità. Innanzitutto la felicità implica e si identifica con uno stato di autosufficienza che, ad ogni modo, non deve ridursi ad un isolamento individuale. Niente solipsismo, dunque: la felicità si estende tanto alla famiglia quanto al contesto sociale di riferimento. Del resto, come abbiamo già visto, l’uomo è un animale politico, stando al pensiero aristotelico. Uno stato di felicità necessita di beni materiali, di doti naturali ed anche di fortuna; in pratica, non può esercitare attività felice colui il quale si trova in situazioni di gravi difficoltà economiche e/o di deplorevole estrazione sociale e/o che sia limitato da impedimenti quali deformità fisiche o sciagure. Inoltre la felicità non è da tradursi come un qualcosa di momentaneo, bensì deve tale stato ricoprire l’intero corso della vita. Infine, chi è incapace e/o impossibilitato a deliberare razionalmente sulla propria attività, non può ritenersi felice – è il caso dei bambini e degli schiavi, ad esempio -. Segue poi tutta una profonda argomentazione circa le parti costituenti l’anima dell’uomo.

Aristotele parla di due strati dell’anima. Uno irrazionale e l’altro razionale. Il primo è quello «vegetativo» – cui corrispondono funzioni prettamente vitali che non ricoprono alcun rilievo etico – e quello chiamato «desiderante». Il problema è cercare di comprendere il legame tra il desiderio e la ragione. Aristotele, infatti, afferma come la parte desiderante partecipi alla ragione dell’uomo ma in maniera diversa da soggetto a soggetto. Negli uomini virtuosi e temperanti, infatti, il desiderio “ascolta ed obbedisce” alla capacità raziocinante dell’individuo, mentre in coloro che sono schiavi delle proprie passioni, il desiderio osteggia e si contrappone al giudizio razionale. Il desiderio non deve però essere visto come un qualcosa dal quale è fondamentale liberarsi: la condotta, anche quella virtuosa, dipende infatti (anche) dal suddetto. È opportuno, dunque, ragionare in termini di equilibrio tra la parte irrazionale e quella razionale dell’anima umana. Quest’ultima si costituisce di uno strato «epistemico», relativo cioè alla conoscenza teoretica, e di uno strato «calcolatore» che ha per oggetto tutto ciò che è variabile, contingente e suscettibile di trasformazione.

A ciascuno di questi livelli dell’anima, Aristotele ascrive una o più virtù – che evidenziano l’eccellenza performativa del livello stesso -. Le virtù dell’anima desiderante sono chiamate «etiche», mentre quelle della parte razionale della suddetta «dianoetiche» – diànoia significa “pensiero” -. Tra le virtù dianoetiche, quella che eccelle nello strato epistemico è la «sapienza», mentre per quanto concerne la parte calcolatrice abbiamo come massima dote di riferimento la «intelligenza pratica»Aristotele dedicherà gran parte dei suoi scritti alla definizione delle «virtù etiche», dato che investono i problemi morali riguardanti le condotte dell’uomo nelle vesti di “animale politico”. Il filosofo parla di coraggio, di generosità, di temperanza et similia. Ma, dato che l’etica resta pur sempre una scienza pratica, è importante capire non tanto cosa sia la virtù (felicità) in sé quanto, piuttosto, cosa debba esser fatto per poterla raggiungere.

Aristotele afferma come la virtù non possa venire appresa in modo “ordinario” – leggendo libri, ad esempio -. Inoltre, nessuno nasce virtuoso. La strada che permette di giungere alla virtù è una sola: compiere sempre, ripetutamente nel tempo, fin da quando si è bambini, azioni virtuose. Per far questo, è necessario seguire gli insegnamenti del proprio padre, rispettare le leggi della polis ed emulare le gesta dei cittadini più esemplari. Sono le norme da rispettare per sviluppare un personale condizionamento morale sui propri desideri. Ad ogni modo, l’uomo diviene virtuoso nel momento in cui tali norme e prescrizioni vengono interiorizzate, ovvero nel momento in cui il cittadino esercita quelle azioni di propria scelta. Attraverso cioè un’adesione razionale. Sulla consapevolezza che è giusto comportarsi in tale maniera perché questa è la maniera giusta di comportarsi in società. Vi è, quindi, un brillante passaggio filosofico che vede l’abitudine divenire nel tempo, tramite la ripetitività delle attitudini, una disposizione stabile nei riguardi del perseguimento della virtuosità. Se le buone consuetudini mancheranno, il comportamento si consoliderà in riferimento ai vizi. Inoltre, una volta formatosi, il carattere morale è difficilmente suscettibile di mutamento: è raro che un virtuoso diventi un malvagio, proprio come è improbabile pensare che avvenga l’incontrario. Occorre un’ulteriore precisazione.

Il comportamento virtuoso permette all’uomo di governare gli impulsi che regolano le passioni da cui si originano i desideri. Questo non significa che gli stessi debbano venire sradicati dalla psiche umana. La virtù ha il compito di controllarli e monitorarli, con l’obiettivo di renderli “consoni” ai valori fondanti il contesto socio-politico nel quale si muove il cittadino – ricordiamo sempre che l’uomo è un animale politico nel pensiero aristotelico -. A tal riguardo, il termine coniato da Aristotele è quello di «medietà». Si tratta della capacità che ciascuno deve avere di “mediare” tra gli opposti; nessun eccesso, tanto nella virtù quanto nel vizio, è socialmente accettabile, quindi, il cittadino deve, di volta in volta, comprendere quale tipo di comportamento risulti essere il più virtuosamente idoneo e meritevole da esercitare. Facciamo un esempio molto banale: il coraggio è sicuramente una virtù. Ma perché? Perché media tra i suoi estremi, ovvero tra una sfacciata spavalderia che può condurre il soldato a morte certa e la più ignobile delle codardie.

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L’ETICA ARISTOTELICA: PARTE PRIMA.

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Come già detto più volte, il fine delle scienze teoriche è la conoscenza, mentre per quanto concerne le scienze pratiche «il fine non è la conoscenza ma l’azione». Da una parte la theorìa e, dall’altra, la pràxis. E riguardo lo studio sull’etica? Aristotele è particolarmente chiaro fin da subito:

[…] non si propone la pura conoscenza, come gli altri: non stiamo indagando per sapere che cos’è la virtù, ma per diventare buoni, perché altrimenti non vi sarebbe nulla di utile in questa trattazione.

L’etica, quindi, non è una scienza teorica.

A supporto di quanto appena sostenuto, vi è una frase molto indicativa, enunciata da parte del filosofo: «l’uomo è per natura un animale politico». Espressione che evidenzia un indissolubile ed inevitabile legame tra etica e res publica. La necessarietà ad avere una “cerniera” tra questi due livelli evidenzia un intento epistemologico: far derivare da aspetti meramente descrittivi aspetti di natura prescrittiva concernenti l’etica, così da fornire alla filosofia pratica un forte consolidamento epistemologico.

Aristotele sostiene che la “politicità” dell’uomo non sia da intendersi come il risultato di scelte compiute o di decisioni morali. Al contrario. La politicità è l’essenza dell’individuo, il quale riesce, quindi, a perfezionarsi, in termini di essenza, solo e soltanto all’interno del contesto socio-politico della polis – da qui l’attenzione rivolta al “buon cittadino” ateniese -. La realizzazione dell’essenza umana, in riferimento alla politicità, può richiedere tempo, ma è un vero e proprio passaggio dalla potenza all’atto, dove il tèlos (“fine”) precede la transizione stessa, orientandola verso la propria attuazione – tutte argomentazioni che abbiamo già avuto modo di approfondire -. Nella definizione aristotelica di cui sopra, vi è una equilibrata commistione tra zoologia ed antropologia. L’uomo è visto come un animale… difatti, all’interno de la Historia animaliumAristotele, non a caso, predispone la classificazione degli stessi in “sociali”, “solitari” e, per l’appunto, “politici”. Questi ultimi si distinguono dagli altri perché spronati alla collaborazione per il perseguimento di un comune obiettivo condiviso – le api, le formiche, gli esseri umani e via discorrendo -. Ad ogni modo, però, la eccezionalità della “attitudine politica” è prerogativa esclusiva dell’uomo, ovvero essa stessa è caratteristica dell’antropologia umana. Quando Aristotele afferma che «l’uomo è un animale politico più di ogni ape e di ogni animale sociale», intende evidenziare come, a differenza degli altri animali, l’essere umano, oltre alla mera voce, possieda anche il logos – qui da intendersi come “linguaggio” e “ragione” -. La specificità umana consiste, dunque, nella capacità comunicativa, fondamentale per la formazione della polis, contesto sociale all’interno del quale l’individuo può raggiungere la propria essenza in riferimento alla politicità.

Se la politicità è perseguibile solo all’interno della polis e se è fondamentale in termini di essenza, allora chi vive fuori dai contesti cittadini è «fiera o dio». La politicità cioè svolge anche una funzione di esclusione: chi si trova all’esterno di tali contesti deve essere “rivalutato”. Con il termine “fiera” il filosofo indica tanto coloro che, poiché succubi dei propri vizi e delle proprie passioni, non riescono ad unirsi al loro prossimo quanto gli schiavi ed i barbari – “limitati” allo stesso modo dei primi -.

L’etica finisce con l’assumere le vesti di una filosofia pratica; dobbiamo cercare di comprendere di quali principi questo sapere vada costituendosi. Innanzitutto è opportuno ribadire (ancora) la distanza rispetto alle posizioni platoniche. L’etica aristotelica non ha niente a che fare con la metafisica e, quindi, con l’idea del Bene, anche perché di essa Aristotele non riuscirebbe a coglierne la praticità, per l’appunto. L’attenzione deve essere rivolta, quindi, al cittadino, alle convenzioni sociali, ai rapporti umani, ai valori e ai fini che determinano il nascere o il perire di legami e accordi tra le varie persone. È opportuno studiare le opinioni diffuse, ad esempio, così come il tenere in considerazione ora i costumi pubblici ora quelli privati, ecc. Anche la negazione dell’immortalità dell’anima – e, quindi, la critica rivolta sia al Gorgia che al Fedone di Platone – veicola Aristotele a riflettere sull’eticità in termini più prettamente “mondani”, slegati cioè dalla necessità di comportarsi rettamente in vita a causa della convinzione di poter salvare in questo modo la propria anima dopo la morte del corpo. In cosa consiste, dunque, questo “bene pratico” secondo Aristotele?

Il termine sul quale dobbiamo volgere la nostra attenzione è il seguente: eudaimonìa. Possiamo tradurlo con il significato di “felicità”. Ma non si tratta di una felicità qualsiasi in quanto «vi è un accordo pressoché universale: sia i molti sia i più distinti […] ritengono che vivere bene e avere successo sia lo stesso che essere felici». Dunque, la domanda di prima diviene adesso: “Che cos’è la felicità?”. O, dato che siamo in tema di filosofia pratica: “Cosa fare per essere felici?”.

La felicità, afferma Aristotele, consiste «nell’attività dell’anima secondo virtù completa» e «se le virtù sono più di una, secondo la migliore e la più perfetta». Le due definizioni sono distinte. Per “virtù completa” possiamo intendere l’insieme di tutte quelle virtù necessarie per essere felici, mentre la seconda definizione pare alludere all’esistenza di una “virtù dominante”, ovvero di livello superiore rispetto a tutte le altre. Per il momento fermiamoci qui.

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IPOCRISIA E ISTINTO DI DOMINIO.

Non c’è abitudine o qualità che si acquisti più facilmente dell’ipocrisia. Non c’è niente che si impari più velocemente del negare i sentimenti del nostro cuore e i principi che ci fanno agire: ma i semi di ogni passione sono innati e nessuno viene al mondo senza possederli. Se consideriamo i passatempi e i divertimenti dei bambini piccoli, osserveremo che generalmente tutti quelli cui si permette di farlo si divertono a giocare con i gattini e i loro cuccioli. Il motivo per  cui spingono e trascinano quelle povere creature per tutta la casa è che essi possono fare di quegli animali ciò che preferiscono e metterli nel luogo e nella posizione che vogliono. La soddisfazione che trovano in tutto ciò trae la sua origine dall’amore del dominio e da quell’inclinazione naturale a soverchiare gli altri che ci è innata.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

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IL DUALISMO SPINOZIANO.

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Sappiamo che, in termini di esperienza, l’uomo è “partecipe del pensiero e dell’estensione” – solo e soltanto di questi due attributi – e che il contenuto del pensiero è limitato (per l’appunto) ai modi del pensiero e dell’estensione. Il modo che costituisce l’uomo è la finitezza. L’essere umano, infatti, è un modo finito e, per questo motivo, è ben altra cosa rispetto alla sostanza infinita – sostanza verso la quale, in ogni caso, inerisce -. Spinoza sostiene come tutti gli enti finiti siano in Dio e come la loro stessa concezione e/o esistenza sarebbe del tutto impossibile senza l’infinità dell’Altissimo. Ma attenzione! Il fatto che gli enti finiti appartengano necessariamente a Dio e che la loro esistenza si paleserebbe come nulla in caso contrario, non implica che tra Dio e gli enti finiti stessi non vi sia una differenza ontologica ed esistenziale! A tal riguardo, prendiamo proprio in considerazione le parole del filosofo. Secondo Spinoza, all’essenza di un qualcosa appartiene «ciò senza cui la cosa e, viceversa, ciò che, senza la cosa, non può né essere, né essere concepito.» Facciamo un esempio.

Se consideriamo l’essere umano un animale razionale, allora non può esistere razionalità che non conduca all’idea di umanità, esattamente come non può venire concepito il concetto di umanità privo di un tale attributo. Ma, se il rapporto coinvolge enti finiti – come l’uomo, per l’appunto – e Dio, allora tutto cambia: da una parte, è senz’altro giusto affermare come l’ente finito non possa essere né venire concepito senza Dio, ma, dall’altra parte, Dio non appartiene all’essenza degli enti finiti, il che significa che è e viene inteso anche senza i medesimi. Dobbiamo però nuovamente fare attenzione.

Abbiamo visto, infatti, che l’essenza di Dio è infinita e che da essa seguono, necessariamente, infinite cose in infiniti modi, il che permette alla potenza di Dio di identificarsi con la sua stessa essenza. Possiamo, quindi, concepire Dio, alienandolo dalle conseguenze – gli enti finiti – della sua sopracitata potenza? In realtà, Spinoza adatta la definizione di Dio a quella di “effetto” della volontà divina. Dio non sarebbe tale se non fosse la causa di tutte le cose che seguono dalla sua natura, ma quelle stesse cose non sono ciò che lo rendono una sostanza infinita o che ne legittimano l’esistenza; al contrario, sono gli effetti del suo agire e, per questo, non rientrano nella definizione di sé medesimo. Quindi: i modi finiti necessitano di Dio per esistere, ma l’esistenza di Dio non dipende da loro, bensì dall’infinità dell’essenza divina. L’intento spinoziano, dunque, è quello di tenere distinta la natura delle cose finite dalla natura di Dio, nonostante le cose finite siano in Dio e siano modi del suo essere l’unica sostanza infinita esistente.

A Dio appartengono i due attributi infiniti del pensiero e dell’estensione – ovvero gli stessi rientrano nella definizione di sé medesimo in quanto legati indissolubilmente alla sua essenza infinita -. Grazie all’attributo del pensiero, Dio ha piena conoscenza di sé stesso, di tutte le cose che seguono dalla sua natura e di tutto ciò che costituisce il contenuto del suo intelletto infinito – «In Dio si dà necessariamente l’idea tanto della sua essenza quando di tutte le cose che seguono necessariamente dalla sua essenza.» -. Si tratta di un passaggio particolarmente complesso. A differenza di molte teologie, infatti, la creazione del Mondo, secondo Spinoza, non è libera. Si parla di “negazione della libertà di scelta in Dio”: mentre in molte dottrine si riconosce in Dio l’idea di sé stesso e di tutte le cose che può produrre – nel senso che ciò che Dio conosce è una conseguenza della sua stessa natura – e che la creazione del Mondo, ottenuta utilizzando proprio quelle idee come un modello ideale, sia del tutto libera, in Spinoza, al contrario, alle idee delle cose corrispondono, inevitabilmente, le cose nella realtà, nel senso che l’ambito delle idee divine non è assolutamente più esteso – in termini tanto di libertà quanto di discrezionalità – di quello delle cose esistenti. E questo perché i corpi seguono dalla natura di Dio con la stessa necessità con la quale da quella stessa natura seguono le idee dei corpi, palesando così una reciprocità assoluta. Inoltre le idee (in Dio) delle cose non sono causate dalla cose stesse, esattamente come le cose medesime non sono causate dalle idee che Dio possiede di esse. Tra idee e cose, dunque, vige una corrispondenza stretta, priva di qualsivoglia forma di legalità causale.

Non deve sorprendere la mancanza di una causalità tra pensiero – le idee – ed estensione – le cose -, all’interno dell’argomentazione spinoziana. Se, infatti, riprendiamo l’assioma di causalità – “non può esservi causalità a meno che si dia qualcosa in comune” – appare alquanto intuitivo il ragionamento di Spinoza. Pensiero ed estensione sono, infatti, corrispondenti non perché legati da un rapporto di causalità ma, bensì, perché semplicemente esprimono la stessa essenza: sono da sempre uniti, legati l’uno all’altro, e traducono in due linguaggi diversi – in quanto sono due attributi infiniti dell’infinita essenza di Dio – lo stesso identico messaggio – la definizione di Dio -. Quindi si corrispondono perfettamente senza che vi sia la necessità che l’uno sia causa dell’altro o viceversa. Ecco perché «l’ordine e la connessione delle idee è lo stesso che l’ordine e la connessione delle cose». Ma vi è di più. Non si tratta, infatti, solo di una mera corrispondenza. Spinoza pone proprio il concetto di “identicità” a fondamento del legame tra pensiero ed estensione; questi due attributi infiniti dell’infinita essenza di Dio sono «una e identica sostanza che è compresa ora sotto questo ora sotto quell’attributo». Quindi mente e corpo – ovvero, pensiero ed estensione – si corrispondono perché (semplicemente) identici, nel senso cioè che costituiscono, per davvero, la stessa essenza. Il dualismo (cartesiano) è risolto sotto un duplice aspetto: non solo non esiste causalità tra pensiero ed estensione ma non è possibile nemmeno ipotizzare una “conflittualità causale” tanto nelle cause quanto negli effetti, nel senso che l’ordine delle idee e l’ordine delle cose non possono venire sovrapposti in alcun modo: le cose materiali hanno una spiegazione esclusivamente fisica, mentre quelle mentali una di tipo psichica.

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