LA CONOSCENZA ADEGUATA: PARTE PRIMA.


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Il secondo libro dell’Etica, nella sua parte conclusiva, tratta il tema della conoscenza adeguata. Si tratta di una delle argomentazioni più complesse ed articolate dell’intero pensiero spinoziano. Il che ci obbliga ad analizzarlo con particolare dedizione.

Resta da capire, arrivati a questo punto della trattazione, come possa mai la mente umana, considerata la propria finitezza – e, quindi, il fatto di possedere idee inadeguate -, possedere anche una conoscenza adeguata. Abbiamo visto che per quanto concerne la conoscenza inadeguata, la mente si mostra passiva dinanzi all’immaginazione e alle idee che da essa seguono. Spinoza, però, sostiene come tutto questa venga meno nel momento in cui entrano in gioco la ragione e l’intelletto dell’essere umano. Ma si rende necessario procedere con particolare attenzione.

Il filosofo parla di tre generi di conoscenza:

  • i primi due investono il sapere universale immaginativo e razionale;
  • il terzo genere di conoscenza è chiamato «scienza intuitiva».

Partiamo dai primi due generi.

L’immaginazione viene considerata una forma di conoscenza universale semplicemente perché, a detta del filosofo, produce una simile forma di sapere. Della conoscenza immaginativa universale fanno parte tanto le idee universali (ad esempio, l’idea generale di “uomo”) quanto i “trascendentali” (l’idea generale di “cosa”, di “ente”, di “uno”, di “vero” et smilia). Questi “universali immaginativi”, afferma Spinoza, si formano in modo vago, grazie anche a particolari forme di associazioni. Ad esempio, l’aver visto molti corpi, durante la propria esistenza sensibile, fa sì che la mente del percipiente elabori una “totalità confusa” degli stessi, riducendoli e/o accumulandoli a comuni attributi, non potendo, per l’appunto, tenere in considerazione ogni singola differenza esistente tra i medesimi. L’idea universale di “ente” e/o di “uomo”, ad esempio, è una conseguenza di quanto appena affermato. Questo significa che gli “universali dell’immaginazione” si mostrano essere idee confuse e, soprattutto, profondamente soggettive – dato che ciascun percipiente giustificherà la sopracitata totalità su peculiarità che maggiormente lo hanno colpito durante le esperienze sensibili -. Rigirando il punto di vista, tutto ciò implica anche che, in quanto confuse e soggettive, tali idee non rispecchieranno mai la reale essenza di ciò che viene percepito. Quindi non veicoleranno mai il percipiente stesso ad una forma di conoscenza completa ed adeguata.

Diverso è il caso degli universali della ragione. Abbiamo visto che, conseguentemente a quanto formulato in seno agli universali immaginativi, non esiste l’essenza di “uomo”. Ma, afferma Spinoza, vi sono, ad ogni modo, nozioni che permettono a tutte le menti di elaborare e descrivere aspetti e proprietà comuni a tutti gli enti e che, per tale motivo, non possono non apparire come universalmente veri. Gli “universali razionali” comprendono ciò che Spinoza chiama “nozioni comuni”, oltre che tutte le proprietà comunemente condivise dalle particolarità – l’estensione, ad esempio, è una proprietà comune e costituita da nozioni universalmente condivise -. Da queste forme universali di conoscenza seguono tutte le catene deduttive di conoscenza vera che concernono le proprietà comuni dei corpi (ad esempio, la geometria). Questa forma di conoscenza rappresenta il primo livello di sapere adeguato perseguibile dalla mente umana. Si tratta, quindi, di una forma di conoscenza universale che procede per deduzioni ed argomentazioni, partendo da una base di precetti (o nozioni, per l’appunto) ritenute essere vere e comunemente condivise dalle varie oggettualità.

Passiamo adesso alla cosiddetta «scienza intuitiva». Questo genere di conoscenza appartiene all’intelletto. Come afferma lo stesso Spinoza, questo sapere «procede dall’idea adeguata dell’essenza formale di certi attributi di Dio alla conoscenza adeguata dell’essenza delle cose». A differenza, quindi, della conoscenza della ragione, quella dell’intelletto giunge alla individuazione e comprensione delle singolarità e del loro rapporto con Dio. Si tratta di una forma di conoscenza, per l’appunto, “intuitiva” che contiene cioè una qualche forma di “immediatezza cognitiva”, tale da spronare l’intuizione stessa del percipiente.

Gli universali razionali sono il primo passo verso la conoscenza adeguata. Resta da capire come la mente, che è idea del suo stesso corpo ma del quale non percepisce l’essenza ma solo le modificazioni apportate dai corpi afficienti (conoscenza incompleta ed inadeguata), possa giungere ad una forma di sapere adeguato. In breve: “Che rapporto sussiste tra la conoscenza immaginativa e quella adeguata della ragione?”.

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